Cinema e Serie TV

Le migliori serie TV del 2019

Con la fine del 2019 è arrivato il momento, anche per il mondo delle serie televisive, di tirare le somme. Quest’anno abbiamo visto prodotti nuovi e molto interessanti, ma anche nuove stagioni di serie già consolidate che non hanno fatto che confermare la loro enorme qualità. Esattamente come abbiamo fatto per i migliori film del 2019, anche in questo caso abbiamo stilato una lista di dieci titoli che riflette il nostro gusto personale. Non è stato semplice, data la mole di produzioni proposte immesse sul mercato,  ricavare solo dieci serie, per cui tenete presente che qualcun’altra, comunque meritevole, potrebbe essere stata per forza di cose esclusa. Vi invitiamo ancora una volta a proporre le vostre dieci serie nei commenti ricordatevi con si tratta di una classifica, ma delle serie TV che per qualità, innovazione e – nel caso dei sequel – per mantenimento della qualità e rispetto delle aspettative, a nostro parere sarebbero da recuperare per avere una idea di cosa il 2019 abbia proposto nel mondo delle serie TV.

Good Omens

Questo è stato indubbiamente l’anno di Amazon Prime Video, che ha proposto alcune serie originali davvero di alto livello. E’ il caso di Good Omens, tratta dal romanzo Buona Apocalisse a Tutti, scritto a quattro mani dal grande Terry Pratchett e da Neil Gaiman, che ha scritto la sceneggiatura dei sei episodi da cui è composta la prima – e , si spera, unica – stagione dello show. Più una miniserie che una serie, Good Omens è un racconto assolutamente folle e deliziosamente ironico che attinge a piene mani dalla mitologia biblica, reinventando tutto quello che credevamo sapere su Paradiso Inferno, su DioSatana e sulla Fede in generale. Fedele al romanzo e con un umorismo che Gaiman ha sapientemente rielaborato in modo da citare anche il compianto Douglas Adams, questa serie ha un equilibrio tra commedia e azione assolutamente perfetto, forte anche di interpreti d’eccezione come Michael Sheen David Tennant, calati rispettivamente nei ruoli del bonario angelo Azrapahel e del non poi così malvagio demone Crowley. In particolar modo, a funzionare, è proprio l’approfondito rapporto di amicizia tra i due protagonisti, senza però che ci si dimentichi di tutti i riuscitissimi comprimari. Menzione speciale per la sigla, geniale in ogni aspetto, dalla melodia alla realizzazione grafica.

The Boys

Rimaniamo nell’ambito di Amazon Prime Video con un serie originale che ha fatto letteralmente impazzire critica e pubblico: The Boys. Ispirata al dissacrante fumetto omonimo di Garth Ennis, questo prodotto seriale si discosta parecchio dall’opera originale, come era già avvenuto con Preacher, ma in maniera decisamente più sensata. Se in Preacher, a livello fumettistico, Ennis aveva architettato una storia più composita, in The Boys aveva diluito la trama orizzontale in una serie di avventure più fruibili individualmente, cosa che ha permesso agli sceneggiatori della serie di introdurre alcuni cambiamenti che hanno permesso alla trasposizione su piccolo schermo di funzionare in maniera a tratti migliore. Una delle trovate più ragionate è stata senza dubbio il voler approfondire i supereroi più controversi, in modo da renderli tridimensionali e dare un senso al loro comportamento, che nel fumetto non aveva effettivamente una reale spiegazione. In un periodo storico in cui i supereroi, buoni e positivi, imperano sia sul grande che sul piccolo schermo, Amazon propone personaggi che compiono efferatezze ben nascosti dietro alla popolarità che i loro costumi offrono, apparendo come icone solo in pubblico. Spregiudicata, violenta, ironica e sbeffeggiante, The Boys è stata una delle rivelazioni dell’anno, rilanciando Karl urban, pienamente a suo agio nei panni di Billy Butcher. Ma lo sappiamo che il preferito di tutti è e sarà sempre Patriota, una versione distorta delle figure combinate di Superman e Capitan America,folle al punto giusto. D’altronde si sa, i villain hanno il loro fascino.

Watchmen

Dopo la fine di Game of ThronesHBO aveva bisogno di un altro prodotto forte a cui il pubblico potesse appassionarsi. Da questa esigena è nata Watchmen, serie che si propone come seguito diretto del graphic novel scritto da Alan Moore e disegnato da Dave Gibbons. Scritta da Damon Lindelof, la prima stagione dello show si è rivelata incredibile sotto ogni punto di vista: sceneggiata con consapevolezza, collegata in maniera perfetta all’opera originale ma fruibile anche se non la si è letta, la serie rappresenta in maniera plausibile il 2019 alternativo, inserito nella stessa ucronia del libro di Moore e Gibbons. I personaggi sono tutti interessanti, da quelli storici a quelli introdotti in questa stagione per la prima volta, e tra tutti spiccano l’Ozymandias interpretato da Jeremy Irons, protagonista di alcuni dei momenti più grotteschi dello show, e il Calvin di Yahya Abdul-Mateen II, che, dopo aver interpretato Black Manta in Aquaman, dimostra un’insospettabile bravura. La storia, complessa e che condivide alcune dinamiche narrative con Lost, serie scritta da Lindelof insieme a Carlton Cuse, il cui figlio ha partecipato alla scrittura proprio di Watchmen, è di ampio respiro e in alcuni momenti sconfina nella più totale genialità, tra plot twist inattesi e una messa in scena straordinaria. In buona sostanza, la nuova creatura di Lindelof, dopo una partenza incerta presso il pubblico, ha visto aumentare negli spettatori la curiosità settimana dopo settimana, lasciando al passaparola il resto.

Chernobyl

Che HBO ci tenga alla qualità delle proprie produzioni è indubbio, anche se non sempre le cose vanno come sperato, come dimostra il finale di Game of Thrones. Con Chernobyl le cose sono andate diversamente, invece. Questa miniserie è stata senza dubbio tra i prodotti seriali più celebrati dell’anno, con ottime ragioni. La crudezza dimostrata nel raccontare una delle pagine di Storia contemporanea più buie degli ultimi quarant’anni rende la serie superlativa, arricchita da interpretazioni notevoli, da Jared Harris Stellan Skarsgaard. Non viene risparmiato nulla, nemmeno i dettagli più impressionanti, ma si racconta tutto quello che è accaduto minuziosamente, dal momento dell’esplosione del reattore a tutto quello che è seguito nei mesi successivi. Chernobyl è un prodotto coraggioso, che cerca di informare nella maniera più obiettiva possibile riguardo uno dei più spaventosi cataclismi che il nostro pianeta abbia mai subito, invitando implicitamente a non dimenticare come certi errori non debbano mai più ripetersi.

Dark

Nonostante Amazon Prime Video abbia rilasciato prodotti notevoli, anche Netflix ha saputo difendersi in questo 2019. Un esempio calzante è senza dubbio la seconda stagione di Dark, serie originale della piattaforma, prodotta in Germania. Dopo una prima stagione rilasciata anni fa, lo show è tornato con un proseguimento della storia caratterizzato da una scrittura d’acciaio, complessa al punto giusto e ricca di reminiscenze del Lost dei tempi d’oro. Quando si tratta il tema dei viaggi nel tempo il rischio che molte cose non tornino, a livello narrativo, è altissimo. Dark  riesce invece a mantenersi coerente, grazie anche ad una commistione con un impianto narrativo tipico del thriller che rende questa seconda stagione mozzafiato, sebbene si fregi di una lentezza misurata e mai fastidiosa, complice anche una regia misurata, lucida e uniformata agli standard extraeuropei, nonostante si tratti di una serie tedesca. va anche detto che Netflix cerca da anni di uniformare il livello qualitativo dei proprio show originali a prescindere dal paese in cui vengono prodotti, riuscendo però a non snaturarli.

Flea Bag

Torniamo ad Amazon prime Video, stavolta parlando di una serie comedy, in cui non mancano momenti struggenti: Fleabag. La seconda stagione dello show creato, scritto e interpretato dall’istrionica Phoebe Waller-Bridge si è dimostrata nettamente superiore alla precedente, trionfando in quasi tutte le categorie in cui era stata candidata agli scorsi Emmy Awards, più che meritatamente. Si solidifica ancora di più la trama orizzontale, ogni personaggio ha più ampio respiro e, soprattutto, spicca come new entry nel cast un inedito Andrew Scott. Se l’interprete del favoloso Moriarty nella serie Sherlock è stato utilizzato in passato per ruoli sopra le righe, stavolta ha avuto l’occasione di cimentarsi in qualcosa di diverso, un personaggio decisamente più divertente, ma anche dotato di una profondità sublime e dotato di una capacità che nessun altro comprimario ha mai avuto all’interno della serie, legata all’aspetto metanarrativo che la caratterizza fin dalla prima stagione. Da notare anche come ogni rapporto tra i personaggi sia stato sviluppato in maniera decisamente più approfondita, dando alla creatura della Waller-Bridge un più ampio respiro. Senza dubbio una delle più grandi rivelazioni dell’anno, un gradito miglioramento di uno show che, sulla carta, era già notevole di per sè.

The Mandalorian

Disney+ arriverà in Italia solo alla fine di marzo 2020, eppure The Mandalorian, una delle serie originali presenti al lancio sulla piattaforma, ha già conquistato milioni di persone in tutto il mondo, anche laddove il servizio non è ancora disponibile. Evitiamo di indagare come sia stato possibile. In un periodo in cui si sta discutendo molto sulla delusione – per molti, non per tutti – arrecata dalla conclusione dell’ultima trilogia di Star Wars con Episodio IX: L’Ascesa di Skywalker, un prodotto peculiare come The Mandalorian è una boccata d’aria fresca. Creata da Jon Favreau e supervisionata da Dave Filoni, già coinvolto nello sviluppo delle serie The Clone Wars Rebels, la prima stagione della serie propone una serie di episodi che mostrano un aspetto dell’universo di Star Wars in bilico tra il canone più classico e l’attuale gestione di Disney. La rilettura in salsa Spaghetti Western, con tanto di protagonista misterioso e solitario, ma di buon cuore, e la colonna sonora che fa il verso al Morricone della Trilogia del Dollaro, appare come decisamente azzeccata e permette agli sceneggiatori di raccontare qualcosa di diverso, ma che rimane comunque profondamente legato al brand, più dei film usciti negli ultimi anni. Il Mandaloriano interpretato da Pedro Pascal è un protagonista perfetto, con la sua etica di ferro e i suoi principi imprescindibili, per non parlare della trovata commerciale più geniale che si potesse immaginare: il Bambino, creatura affascinante, di grande impatto visivo e che è entrata immediatamente nell’immaginario collettivo di massa. Vi risparmiamo il nome con cui ormai tutti lo chiamano per evitare spoiler del caso a chi ancora non avesse dato un’occhiata alla serie, ma avete capito. L’unico difetto che si può imputare a The Mandalorian, dato che registicamente è ottimo, grazie anche alla presenza di registi capaci come lo stesso Filoni, Favreau e addirittura Taika Waititi, è la massiccia presenza di episodi filler, ovvero fini a sè stessi e che non mandano avanti la trama di base. Se si considera che la prima stagione è composta da soli otto episodi della durata di circa mezz’ora, è un elemento da non sottovalutare: forse avrebbero potuto calcare di più la mano sulla macrotrama e perdersi di meno in storie magari anche affascinanti, ma che non portano da nessuna parte. Non è però questo un difetto abbastanza grande da abbassare il livello generale dello show, per fortuna, il quale rimane tra le cose più belle a livello seriale di questo 2019 ormai giunto al termine.

Stranger Things

Può sembrare banale e scontato, ma la terza stagione di Stranger Things si merita una menzione in questa lista. Sebbene molti la considerino ripetitiva, è probabilmente la migliore delle tre prodotte finora, forse perchè finalmente troviamo i protagonisti cresciuti ed entrati nel periodo dell’adolescenza, con tutti i cambiamenti che ne conseguono. Questo aspetto narrativo fa sì che i rapporti tra i personaggi cambino e si sviluppino in maniera diversa rispetto al passato, mentre non mancano i soliti riferimenti alla cultura pop degli anni ’80, con virate verso il body horror e lo splatter inaspettate, ma decisamente gradite. Con questa stagione lo show è giunto alla sua inevitabile maturazione, nonchè ad un fondamentale punto di svolta, che segna la fine della parentesi dedicata a Hawkins: questa ambientazione ha ormai dato tutto quello che poteva dare e l’idea di una quarta stagione diversa dalle precedenti proietta sulla serie una necessaria e fisiologica ombra di cambiamento. Tra le novità più apprezzate della stagione in questione troviamo la splendida Maya Hawke, il cui personaggio, Robin, rappresenta uno stilema non ancora affrontato e assolutamente ben inquadrato, ma è stato anche grandemente apprezzato il ruolo di maggior rilievo affidato al Billy interpretato da Dacre Montgomery, decisamente più esplorato e che ha permesso all’attore di dimostrare la sua notevole bravura. Per il resto… le parole Never Ending Story vi dicono qualcosa?

The Witcher

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Forse la serie originale Netflix più attesa di quest’anno, rilasciata proprio nei suoi ultimi giorni. Lo scetticismo nei confronti della trasposizione seriale delle opere letterarie di Andrzej Sapkowski era alto, forse anche dovuto al fatto che Henry Cavill non sembrava adatto nel ruolo di Geralt di Rivia, con quel perenne aspetto da fotomodello afflitto. Invece la sorpresa è stata grande nel vederlo recitare alla perfezione nei panni dello Strigo, riuscendo addirittura a modulare la voce rendendola simile a quella di Doug Cockle, storico doppiatore del personaggio nei videogiochi sviluppati della CD Projekt Red. Con questa serie Netflix si è posta l’obiettivo di raccogliere il vasto pubblico rimasto orfano di Game of Thrones, proponendo però un prodotto fantasy puro, in cui la magia la fa da padrone e dove troviamo tutti gli stilemi tipici del genere. La narrazione suddivisa per la maggior parte degli episodi in tre piani temporali differenti potrebbe rendere difficile seguire la trama, sulle prime, ma si rivela ben presto un espediente efficace, utile soprattutto a dare una connotazione più orizzontale alla trama nonostante per ora si assista alla trasposizione dei racconti contenuti nei primi due libri, che non avevano una narrazione organica. Oltre al Geralt di Cavill spicca anche la meravigliosa Yennefer interpretata da Anja Chalotra, di cui vediamo trasposte quelle misteriose origini che nei romanzi erano solo vagamente accennate. Riuscire a plasmare la materia letteraria di The Witcher tramutandola in una serie avvincente non era un’impresa semplice, ma Netflix è riuscita nel suo intento. Si possono quindi perdonare gli effetti visivi non sempre di alto livello e alcuni sostanziali cambiamenti rispetto ai racconti e ai romanzi, che però erano prevedibili e che permettono allo show di maturare una propria identità personale.

The Kominski Method

Seconda stagione anche per la geniale serie Netflix creata da Chuck Lorre, qui più ispirato che in passato. Dopo il successo della stagione precedente, risulta ormai chiaro che la serie non si risparmia in nulla e aumenta l’utilizzo del black humour, si esplorano ancora di più i personaggi e la coppia formata da Michael Douglas Alan Arkin sembra ancora più grintosa, con i due personaggi sempre alle prese con l’età che avanza, la salute che li abbandona poco a poco e la consapevolezza di non avere più così tanto tempo a disposizione su questa terra. The Kominski Method è l’affascinante parabola umana di due vecchi suqali dello showbusiness che cercano di sopravvivere nonostante le difficoltà, una storia intrisa di un sapore a tratti autobiografico dalle tinte agrodolci, divertente ma anche straziante, realistica, senza fronzoli. La scrittura, già brillante nella prima stagione, qui diventa completamente travolgente, scorretta e appassionante, ponendo davanti allo spettatore una tranche de vie che in più di un momento si rivela improvvisamente un boccone amaro, ma irresistibile.

Anche questa disamina sulle migliori serie dell’anno si conclude qui, vi invitiamo a farci sapere cosa ne pensate e a dirci la vostra in un commento!