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Leonard Nimoy: l’uomo dietro Spock

Quanto può esser complesso il legame tra un attore e il personaggio che lo ha reso celebre? Sono numerosi gli esempi di questa difficile convivenza, un dualismo che ha messo in difficoltà attori del calibro di Sean Connery e Robert Downey Jr., vittime della percezione miope del pubblico spesso incapace di scindere maschera e attore. Un’esperienza che rischia di soffocare anche altri aspetti artistici, come ha sperimentato Leonard Nimoy, indimenticabile e insostituibile Spock di Star Trek, che ha convissuto duramente con questo suo scomodo ma amatissimo alter ego. Sembra quindi giusto tributare all’uomo che ci ha accompagnati dove nessuno è mai giunto prima un ricordo che mostri il suo lato umano e artistico oltre Star Trek, e non potrebbe esserci data migliore del 26 marzo, giorno del suo compleanno. Per quanto tutti associno immediatamente all’algido vulcaniano della saga il nome di Leonard Nimoy, questo artista ha mostrato la propria sensibilità e il proprio estro in diversi campi, rendendo Spock solo una tappa del proprio percorso artistico, non il suo culmine. Sicuramente la sua popolarità è legata al più celebre alieno di Star Trek, ma questa figura così imponente rischia di adombrare una vita piena di altri traguardi artisticamente appaganti.

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Leonard Nimoy: dalla periferia di Boston ai teatri di Los Angeles

Leonard Simon Nimoy nacque il 26 marzo 1931 a Boston, figlio di due emigranti ucraini di fede ebraica. La famiglia Nimoy raggiunse il suolo americano prima della nascita di Leonard, attraverso un’odissea che vide i genitori separarsi e poi ricongiungersi negli States. Durante la sua infanzia e adolescenza, Leonard dovette svolgere dei piccoli impieghi per aiutare economicamente la propria famiglia, che basava le proprie entrate economiche sul negozio di barbiere del padre.

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La passione per la recitazione di Leonard Nimoy si fece sentire sin dalla tenera età, incontrando però la reticenza dei genitori, che avrebbero preferito per lui un percorso di studi che lo portasse a una professione più redditizia e sicura. Solamente il nonno pareva incoraggiare il giovane Leonard, che iniziò a recitare nella compagnia teatrale del suo quartiere, occasione in cui emerse un’altra sua grande dote: il canto. Assiduo frequentatore della sinagoga, Nimoy divenne parte del coro, in cui si distinse al punto da venire richiesto spesso per accompagnare i bar mizvah. Nimoy era solito raccontare che durante il proprio bar mizvah cantò così bene da chiedere di potersi esibire nuovamente la settimana seguente in un’altra sinagoga, un aneddoto che spinse William Shatner, suo storico partner in Star Trek, a commentare ironicamente questa sua richiesta:

“Leonard è l’unico uomo che io conosco la cui voce resse per due bar mizvah”

Il primo ruolo da protagonista arrivò quando Leonard Nimoy aveva 17 anni, in cui gli venne chiesto di interpretare il figlio di una famiglia ebrea alle prese con la difficoltà della Grande Depressione. Un’esperienza formativa, che sentì particolarmente vicina:

“Interpretare un adolescente di una famiglia ebrea così simile alla mia fu emozionante. C’erano le stesse dinamiche, le stesse tensioni domestiche”

Appena possibile, con i soldi risparmiati lavorando come piazzista di aspirapolveri, Nimoy si trasferì a Los Angeles, intenzionato a migliorare la propria recitazione. Ad animarlo era la passione per un’arte che gli consentiva di esplorare lo spirito umano in modi altrimenti impossibili, una convinzione che lo spinse ad avvicinarsi al metodo Stanislavsky. Per mantenersi durante la scuola di recitazione, Nimoy fece diversi lavori, sino a quanto non entrò nell’esercito. Nel suo periodo in divisa, Nimoy face parte dell’Army Special Servics, per cui si occupava di realizzare spettacoli. Al termine del suo servizio, nel 1955, Leonard Nimoy non rinunciò al suo sogno di recitare, ma per mantenere la moglie e il primo figlio iniziò a lavorare come taxista.

Prima di diventare celebre come Spock, Leonard Nimoy accettò diversi ruoli in produzioni minori, teatrali e televisive, sperando sempre di farsi notare come un attore di spessore. Parte del suo percorso fu anche l’accettare di sentirsi più come un supporting actor, anziché un protagonista:

“Sono un secondogenito che è stato educato con l’idea che mio fratello maggior dovesse essere rispettato e mai disturbato, non dovevo farlo arrabbiare. Quindi, la mia carriera venne pensata per essere quella di un attore di supporto, un caratterista”

Una convinzione che lo spinse a prendere parte a più di 50 produzioni, con piccole apparizioni. In questo periodo, Nimoy iniziò a insegnare recitazione, anche in centri di recupero, convinto che tramite la recitazione si potesse dare nuova speranza a chi la aveva perduta. Leonard Nimoy recitò anche in diverse serie, sempre con ruoli minori, tra cui The Man from U.N.C.L.E., dove interpretò un agente sovietico che si opponeva a una spia americana interpretata da un giovane attore canadese: William Shatner.

Spock, l’alter ego di una vita

La svolta nella carriera di Leonard Nimoy fu l’esser scelto come interprete di Spock in Star Trek. Difficile dire se questa scelta fu la fortuna dell’attore o del personaggio, visto che il vulcaniano deve proprio alla sensibilità artistica di Nimoy gran parte del proprio fascino. Quando venne creato Spock, infatti, Star Trek era ancora lontana dalla forma con cui sarebbe arrivata nelle case degli americani, era presente un capitano con un carattere estremamente diverso da quello di Kirk, il che richiese a Nimoy di sviluppare in un certo modo il personaggio.

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Quando il primo episodio pilota della serie, The Cage, venne scartato, Gene Roddenberry, creatore della serie, cambiò diversi aspetti della sua serie, un’evoluzione che non incontrò il gusto di Jeffrey Hunters, interprete del capitano Pike, che abbandonò la produzione. Roddenberry aveva già in mente un nuovo modello di capitano, il futuro James T. Kirk, e non si fece problemi, affidando la parte a William Shatner. Una scelta che divenne l’origine di una delle coppie cinematografiche più amate: Kirk e Spock, Shatner e Nimoy.

Questo cambio, però, spinse Nimoy a mutare il suo personaggio, che ora doveva confrontarsi con un comandante più dinamico e intraprendente. L’attore riuscì a trovare una perfetta caratterizzazione per il suo alter ego vulcaniano, tanto che la popolarità di Spock superò rapidamente quella dello stesso Kirk.

Nimoy introdusse nel personaggio alcuni aspetti della propria vita. Il celebre saluto vulcaniano, ad esempio, fu creato dall’attore ispirandosi a una cerimonia a cui aveva assistito da bambino, dove i kohanim, i preti della fede ebraica. Altra felice intuizione di Nimoy fu la famosa presa vulcaniana, nata dalla convinzione dell’attore che Spock, visto il suo trascorso di studioso, fosse in grado di rendere inerme un avversario senza grandi manifestazioni di violenza. A supportarlo fu anche Shatner, che si prestò a mostrare alla produzione l’idea di Nimoy facendo da cavia alla celebre presa, con un’interpretazione convincente che Nimoy considerò sempre come parte essenziale della nascita di questa caratteristica di Spock.

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Eppure, vivere all’ombra di Spock non era facile, nonostante questo ruolo gli avesse consentito di ricevere numerose candidature per gli Emmy Awards. Ma come spesso, dietro la maschera, c’era un uomo che doveva non solo interpretare un personaggio, ma conviverci ogni giorno.

Quando Star Trek divenne l’immenso fenomeno culturale che oggi conosciamo, gran parte del suo fascino veniva identificato con la figura di Spock. Il vulcaniano era nuovo modo di intendere gli alieni in un periodo in cui la sci-fi cinematografica ancora identificava gli essere di altri mondi come pericolosi e infidi, il nemico dell’umanità. Roddenberry, invece, voleva trasmettere un messaggio totalmente differente, aperto e fiducioso, una volontà che portò a una caratterizzazione atipica di Spock, metà alieno e metà, costantemente in lotta con queste sue due nature. Inevitabilmente, il personaggio fu un successo, diventando una delle icone della pop culture e portando la gente a identificare Leonard Nimoy con il suo alter ego, facendo sparire l’uomo per consacrare l’immortalità del personaggio. Questa fama non sfuggì a Nimoy che era ben conscio di come il vulcaniano sarebbe rimasto indelebile nei ricordi degli amanti della fantascienza:

“Sono solamente umano, e non ho dubbi che Spock vivrà molti più anni di me. Posso solo sperare che ogni tanto quando la gente vedrà il volto di Spock, qualche volta pensi anche a me”

Questo pensiero di Nimoy era frutto del suo complesso rapporto con Spock, un dualismo che arrivò anche a un apparente punto di rottura, che prese la forma della sua prima autobiografia, Io non sono Spock (1975). Nimoy non si allontanava dal suo personaggio, ma in un fittizio dialogo tra le sue due anime, Leonard e Spock, cercava di elaborare una crisi di identità che, agli occhi di molti trekkie, sembrava un’eresia.

“Attraversai una profonda crisi di identità. La domanda era se accogliere pianamente il signor Spock o se affrontare l’assalto dell’opinione pubblica. Compresi che non avevo scelta, Spock e Star Trek erano estremamente vivi e non c’era nulla che potessi fare al riguardo”

Un’elaborazione interiore che non si interruppe con questa prima autobiografia, ma che si sviluppò ulteriormente dopo Leonard Nimoy tornò a interpretare il vulcaniano, nella saga cinematografica di Star Trek, in due episodi di Star Trek: The Next Generation e anche all’interno del reboot cinematografico, diventando anzi l’elemento di congiunzione tra universo Prime e universo Kelvin.

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Nimoy comprese che oramai la sua sinergia con Spock era tale che poteva comprendere pienamente le intenzioni del suo alter ego, mentre nella quotidianità affrontava alcune situazioni con un approccio degno del miglior adepto del Kohlinar. Da questa consapevolezza nacque Io son Spock (1995), seconda autobiografia in cui Leonard Nimoy arrivava infine ad accettare questo dualismo, ammettendo che le sue due anime fossero infine in equilibrio, pur mantenendo una precisa identità e distinguendo ancora realtà e finzione.

Leonard Nimoy, la vita oltre Spock

Ricordare Leonard Nimoy solo per il suo ruolo come Spock sarebbe un torto, un mancare di cogliere l’incredibile creatività e sensibilità di un artista che si prestò anche ad altre forme di arte, come il canto, che lo portarono a esplorare diversi contesti musicali, ma che diedero vita a una chicca come The Ballad of Bilbo Baggins:

Pur avendo avuto altre esperienze recitative dopo Star Trek, come nella prima serie di Mission Impossible o nel più recente Fringe, Nimoy si allontanò dal mondo del cinema, limitandosi ad alcune apparizioni, compreso il doppiaggio di se stesso ne I Simpson e in Futurama. La sua vena artistica lo portò ad appassionarsi alla fotografia, un amore che diede vita a una produzione artistica apprezzata e che Nimoy dedicò, con la sua sensibilità, all’affrontare temi sociali di grande impatto, dalla difesa della cultura ebraica sino alla lotta ad alcune delle peggiori piaghe sociali.

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Tra i suoi progetti più apprezzati compare The Full Body Project, una collezione di scatti con protagoniste donne dalla fisicità generosa con l’obiettivo di colpire l’opinione pubblica per spingere a riflettere come si possa percepire la bellezza di ogni corpo, un intento che lo stesso Nimoy spiegò molto chiaramente:

“Credo che, in generale, siamo condizionati a vedere differenti tipologie di corporature come accettabile, ma al contempo a distogliere lo sguardo quando incontriamo altre fisionomie. E questo mi ha portato a nuova consapevolezza su come molta gente abbia corpi che non sono il tipo che ci viene venduto dalle modelle”

Se dovessimo chiederci oggi quale sia l’eredità di Leonard Nimoy, inevitabilmente dovremmo pensare inizialmente a Spock, ma di questo artista dovrebbero essere citate tutte le sue anime, tutte le incarnazioni della sua personalità, umana e artistica. Leonard Nimoy è stato Spock, ma anche l’inquietante William Bell di Fringe e il funambolico Paris di Mission: Impossibile, ha mostrato la sua sensibilità come apprezzato autore di poesie e cogliendo la nostra contemporaneità con la sua fotografica. Senza dimenticare la sua spiccata ironia, che lo portò a prendersi bonariamente in giro nel video di The Lazy Song di Bruno Mars:

Un uomo capace di accettare il passare del tempo e la necessità di dire addio al suo fedele compagno di vita lasciando che un altro interprete, Zachary Quinto, potesse dargli nuova linfa senza dover vivere un paragone perso in partenza. Il ritiro dalle scene di Nimoy ebbe come unica eccezione ricomparire come Spock nel 2009 con la nuova vita di Star Trek, tornando un’ultima volta in Star Trek Into Darkness, prima di salutare definitivamente il suo amato, odiato alter ego.

E quando la sua morte rattristò tutto il mondo della pop culture nel febbraio del 2015, divenne doveroso salutarlo un ultima volta anche in quell’universo in cui ci aveva guidato per così tanto tempo alla ricerca di strani, nuovi mondi, con un sentito omaggio presente in Star Trek Beyond.

C’è una sorta di poesia nel modo in cui Leonard Nimoy salutò i suoi ammiratori pochi giorni prima della sua scomparsa, con un tweet che racchiude perfettamente il suo animo:

“La vita è come un giardino: i momenti perfetti possono essere vissuti, ma non conservati, tranne attraverso i ricordi. Lunga vita e prosperità”

Tai nasha, no karosha, Leonard.

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