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Cinema e Serie TV

Noi: la recensione. Il nuovo disturbante thriller di Jordan Peele

Noi è la seconda pellicola di Jordan Peele, premio Oscar per la miglior sceneggiatura di Get Out.

Era il 2017 quando Jordan Peele arrivava al cinema con Get Out, la sua opera prima da regista. Dopo la sorpresa generale da parte di pubblico e critica, l’autore ha saputo portare a casa quattro nomination agli Oscar di quell’anno e la vittoria per la miglior sceneggiatura, un premio di grande prestigio per un esordiente. Per continuare a cavalcare l’onda, quindi, adesso Peele torna al cinema con Noi, un lavoro ancora più ambizioso di quanto realizzato con il suo debutto dietro la macchina da presa.

Chi siamo noi?

C’è una sottile ma visibile differenza tra l’horror e il film che crea angoscia: Jordan Peele la conosce e in Noi la infila tutta. Già solo nel plot si capisce che c’è qualcosa che non ci donerà dei jumpscare, come conferma la stessa visione, piuttosto un senso di disturbo che ci porterà non solo a porci domande sull’esistenza, ma soprattutto su quello che ci circonda. D’altronde la tematica del nuovo film di Peele parte proprio dalle ombre che ci stanno attorno, da quei doppelganger che si palesano presto nel vialetto della casa vacanza della famiglia Wilson. La trama è essenziale, ma funziona, perché con i suoi pochi elementi non perde tempo a raccontarci come siamo arrivati fin lì, ma ci proietta già in medias res.

La protagonista, Adelaide (interpratata da Lupita Nyong’o), sin da piccola cresce col trauma dell’abbandono: dopo essersi persa in un parco-giochi, per circa quindici minuti, ha completamente perso l’uso della parola. Ora però è cresciuta, è madre di due figli, moglie di un marito estroverso e del quale non serve sapere molto, se non il carattere che ci viene presentato. Non abbiamo bisogno di sapere nulla della famiglia né del perché hanno una casa per le vacanze che frequentano raramente: ci interessa essere lì quando i loro doppelganger si presentano nel vialetto, facendo capire che qualcosa non sta andando per il meglio. Il racconto però non è da thriller, perché Peele non vuole metterci dinanzi alla domanda di come queste ombre sono arrivate a prendere vita, bensì a farci ragionare su quello che potrà accadere di lì a poco. Perché d’altronde Noi spinge lo spettatore a domandarsi più volte che cosa ha visto e cosa vedrà, finendo in un vortice di dubbi che il twist finale, decisamente inaspettato e sorprendente, non risolve assolutamente.

La paura è equa, come il caos che genera Noi

La firma di Peele si nota anche stavolta, perché così come in Get Out si ritrova anche in Noi un umorismo bizzarro, che fa parte del repertorio del regista che arriva proprio dal palcoscenico della comicità, quella un po’ demenziale: stride sicuramente pensare alle origini di Peele guardando poi un film come questo, ma nel corso dell’intera pellicola si finisce per apprezzare il lavoro svolto senza remora alcuna. Anche perché la tensione dev’essere pure alleggerita in alcuni momenti e la sceneggiatura non lo fa pesare, non lo accentua e non va a diluire la narrativa: Noi scorre tenendo lo spettatore incollato allo schermo, con il timore che da un momento all’altro possa arrivare il jumpscare, che non c’è – vi tranquillizziamo -, ma che si fa temere e aspettare. Diversamente, però, da Get Out stavolta non c’è nessun riferimento razziale da parte di Peele, che si limita a raccontare una vicenda angosciante tenendoci lontani dalle dicotomie della società. Il regista vuole creare una sensazione di paura e trasmettere un sentimento che va oltre qualsivoglia barriera: d’altronde la paura è universale, è equa, come il caos. Quello che si crea nella nostra testa quando la storia di Noi inizia a essere pregna di dubbi e domande.

Peele gioca benissimo con tutti gli strumenti che il cinema gli mette a disposizione, dalle inquadrature al montaggio. Sfruttando quell’insegnamento caro già a Walt Disney del non mostrare a volte ciò che accade per accrescere l’angoscia (come fu per la madre di Bambi nell’omonimo classico), dietro quella macchina da presa ci sono scelte di inquadratura che funzionano, alcune anche molto autoriali che si lasciano apprezzare. Ancor prima di sapere di ritrovarci dinanzi a dei doppelganger, Peele indugia sulle ombre dei protagonisti, gioca con i loro movimenti, si esalta nell’utilizzo della musica, si lascia andare a molti riferimenti e crea un universo praticamente nuovo, tutto suo, che nasce e si sviluppa all’interno di Noi, senza doversi necessariamente ricollegare a qualcosa di reale, senza dover sposare quella medesima dimensione nella quale viviamo noi.

Questi siamo Noi

Le varie interpretazioni che possiamo avere dopo aver visto Noi sono tante e altrettante sono quelle che potreste trovare voi a una storia che deve vivere in bilico tra la realtà e la fantasia: potrebbero esserci tante metafore, così come Peele in realtà avrebbe potuto raccontare una storia destinata a chiudersi su sé stessa. Ognuno potrà vedere in Noi quello che preferirà, qualsiasi soluzione vorrà dare, alla ricerca di significati complessi e profondi. Ciò che non ci crea alcun dubbio è la qualità del progetto: il film si fregia anche di ottime prove di interpretazione a partire dalla già citata Lupita Nyong’o, in grado di sdoppiarsi abilmente per circa metà della pellicola: con lei anche Winston Duke ed Elisabeth Moss riescono a dire la loro, senza dimenticare Evan Alex, che se da “normale” segue una linea abbastanza scolastica, per il suo doppelganger Pluto si esalta in una interpretazione disturbante e raffinata.

Noi, in definitiva, è un film che vi terrà incollati fino alla fine allo schermo, senza farvi saltare sulla sedia, ma avviando in voi un processo di domande e di dubbi, di angoscia e di timore. Con qualche sessione un po’ più asciutta e meno prolissa, sicuramente Jordan Peele avrebbe potuto conquistare anche qualche palato più fino, ma intanto porta a casa un film molto più impegnativo di Get Out e con tematiche molto più d’effetto. Da vedere e da apprezzare, ma da evitare per chi di angosce ne ha già tante di suo.