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Solos, la recensione in anteprima della serie futuristica di Amazon

Il 2020 è stato per tutti un anno molto particolare che difficilmente potrà essere dimenticato. Un lungo periodo pieno di solitudine, isolamento e un sacco di tempo per pensare alle nostre vite. Solo questo basterebbe per realizzarci una serie televisiva. In realtà l’idea, già in pieno lockdown, era venuta ad alcuni produttori e registi e una delle opere più emblematiche è certamente L’amore ai tempi del corona pubblicato su Disney+. Amazon Prime Video e il creatore David Weil non volevano essere da meno e hanno deciso di prendere i sentimenti delle persone in isolamento trasformandoli in Solos, una serie di sette monologhi con un’inclinazione fantascientifica volta a illustrare che anche durante i nostri momenti più bui e solitari, siamo tutti collegati attraverso l’esperienza umana. La serie sarà disponibile su Amazon Prime Video il prossimo 25 giugno, ma ecco a voi la nostra recensione in anteprima come sempre senza alcuno spoiler.

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Solos

Solos, un futuro distopico a monologhi

In Solos il futuro rimane alquanto incerto e lunatico. La sensazione, infatti, è che man mano che la tecnologia diventa più avanzata e intricata, gli umani sono destinati a trasformarsi in una specie sempre più automatizzata, ma alla costante ricerca di amore, compagnia e accettazione. In ogni episodio troviamo un monologo dove un noto attore interpreta una personalità esistente in qualche epoca più o meno prossima.

Nell’introduzione l’abbiamo classificata come una produzione dell’era della pandemia, dal momento che i sette episodi (ognuno di circa 30 minuti) vedono attori in isolamento. In realtà siamo dinnanzi a una narrazione semplificata su argomenti che non sono semplici svolta in maniera teatrale testimoniando la grande espansività dell’arena in streaming.

Solos

Solos è il risultato finale dell’ingegno dello scrittore David Weil, che in precedenza ha lavorato al divertente e spericolato spettacolo di caccia ai nazisti sempre di Amazon Hunters. Già in quest’ultima produzione avevamo compreso la grande capacità di Weil di raccontare storie mature con l’aiuto di un cast d’eccellenza (Al Pacino, Logan Lerman, Jerrika Hinton, Lena Olin, Saul Rubinek e Carol Kane sono solo alcuni esempi) e anche in Solos troveremo attori di grosso calibro che rafforzano le singole storie. Queste sono interamente ambientate nel futuro, ma non  aspettatevi enormi effetti visivi e tecnologici perché l’attenzione viene posta soprattutto all’aspetto umano di ogni racconto.

In particolare questo è osservabile in due episodi. Nel primo, Leah, Anne Hathaway interpreta una donna di nome, appunto, Leah che tenta di comunicare con il futuro tramite schermi speciali, al fine di trovare una cura per la malattia di sua madre. All’inizio c’è un pizzico di commedia quando Leah sembra entrare in contatto accidentalmente con la se stessa del passato, ma l’interazione si trasforma gradualmente in qualcosa di più emotivo e penetrante. Diventa un copione sull’inutilità dell’ossessione per il desiderio di cambiare ciò che è già accaduto nella vita.

Nell’episodio Tom, invece, Anthony Mackie veste i panni di un uomo ricco colpito da una malattia mortale mentre “istruisce” il clone che prenderà letteralmente il suo posto. Alcuni aspetti riprendono i classici cliché dai toni strappalacrime, specialmente quando Tom ricorda le piccole abitudini divertenti di sua moglie, o quando vede sua figlia per la prima volta e inizia a cambiare la sua intera percezione della vita. Mackie rafforza il tutto con un grande potere emotivo che, per pochi minuti, ci fa dimenticare che è meglio conosciuto per essere uno degli Avengers i quali notoriamente trattano tematiche più leggere. Anche quando il monologo prende pieghe più pesanti e complesse, Mackie riesce a essere superbo e naturale nella sua interpretazione.

Tra paure e paranoie per l’inconscio

Nel suo stile visivo e nella concezione estremamente realistica e seriosa di come la tecnologia cambierà l’uomo, ma non la sua natura umana, Solos diventa facilmente paragonabile ad altri spettacoli come Black Mirror di Charlie Brooker. Il confronto più immediato è con Stuart con Morgan Freeman, il protagonista dell’omonimo episodio. Freeman sembra un nonno seduto su una spiaggia mentre si gode la vista di un oceano futuristico mentre l’Alzheimer fa il suo corso. Tutto questo fino a quando la storia non rivela che potrebbe essere un ladro di ricordi, rintracciato da un uomo (Dan Stevens) in cerca di vendetta per ciò che è stato fatto a sua madre.

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In Peg, invece, Helen Mirren siede da sola in un’astronave mentre decide di avventurarsi tra le stelle perché la vita sulla Terra le è sempre sembrata vuota e insignificanti. Mirren e Freeman sono due dei grandi veterani della televisione e del cinema, quindi è difficile non emozionarsi con i loro monologhi sinceri e naturali, che si incentrano sui concetti dell’amore e dei sentimenti, ricordando il passato ricco di successi e cocenti delusioni.

La scrittura qui si diverte anche a immaginare un futuro in cui gli anziani guarderanno indietro con nostalgia ai social immaginando come prima fosse tutto più facile e distaccato con il sottofondo di Space Oddity di David Bowie mentre si naviga nello spazio.

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Altri episodi giocano con le paranoie di ognuno di noi. Ad esempio in Sasha, Uzo Aduba interpreta una donna intrappolata nella sua stessa casa, terrorizzata all’idea di andarsene. Uno degli episodi più attuali e coinvolgenti, però, è Nera, con Nicole Beharie. Laddove ogni episodio offre tendenzialmente una storia incentrata sull’amore e la morte, questa è deliziosamente familiare: una futura mamma partorisce e scopre che il suo bambino, concepito usando farmaci futuristici per la fertilità, potrebbe avere alcuni effetti collaterali inaspettati. In un mondo in cui l’esitazione al vaccino è alta e gli effetti collaterali sono usati come scusa, questo episodio sembra involontariamente legarsi al nostro presente.

L’eccesso della tecnica recitativa a discapito di quella visiva

Solos, purtroppo, mette in mostra anche tutti i limiti tecnici legati alla pandemia. Gli attori impegnati in qualsiasi dialogo, infatti, spesso lo fanno con se stessi: Hathaway parla con due versioni di se stessa, Mackie parla da solo e con un robot-clone, Helen Mirren e Constance Wu, al contrario, parlano direttamente alla telecamera come se fosse un’opera teatrale. La brevità degli episodi riesce solo in parte ad alleviare l’inevitabile debolezza delle storie che presentano pochi o nulli coinvolgimenti esterni. Questo è facilmente osservabile anche nelle riprese le quali sono perlopiù statiche e limitate a primi piani o a inquadrature lente accompagnate da un riff di pianoforte.

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Il primo piano è uno degli strumenti più potenti della narrazione visiva, ma Solos lo tratta come se fosse l’unico strumento. Il risultato è un approccio limitato alla fantascienza, un genere spesso utilizzato per catturare l’ampiezza e la portata delle possibilità umane. Senza prima viaggiare verso l’esterno, lo spettacolo non è in grado di approfondire in modo significativo l’interno, e quindi equivale a poco più di una serie di discorsi che suggeriscono idee più interessanti.

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Questo aspetto è facilmente osservabile in Jenny, dove viene scartata ogni pretesa di tentare anche solo di raccontare una storia visivamente allettante ponendo tutto l’interesse unicamente sull’interpretazione di Constance Wu che guarda fissa la telecamera, senza molto in termini di vera fantascienza (a parte un piccolo accenno verso il finale dell’episodio).

Wu fa un lavoro incredibile, forse il migliore di tutti nella serie: è di una potenza assoluta, e c’è qualcosa di disarmante nella sua interpretazione mentre racconta una storia sul suo marito noioso, sul suo attraente vicino, sui suoi pensieri sull’avere figli e sui modi in cui si sente invisibile. Il concetto di base di ogni episodio, quindi, è assolutamente intelligente, ma le esibizioni sono estremamente pesanti e attoriali come se si stesse guardando una performance di showreel per attori che sicuramente non ne hanno bisogno.

Conclusioni

Solos è un’antologia di fantascienza che presenza un cast stellare e incredibile che racconta delle storie frammentate che sulla carta sembrano più interessanti di quello che possiamo osservare su schermo. Le esibizioni attoriali valgono da sole l’abbonamento alla piattaforma di streaming, ma purtroppo visivamente lo spettacolo raramente si stacca dagli asfissianti primi piani e dai lunghi monologhi che spezzano l’idea di creare qualcosa di tematicamente coinvolgente.

Dovrebbe essere una serie fantascientifica, ma in alcuni episodi c’è molto più presente di quanto si voglia mostrare e in altri il citazionismo ad altre opere del genere è fin troppo esplicito finendo per diventare una sorta di versione teatrale delle stesse. Insomma, non è certamente una delle migliori miniserie dell’anno, ma potrebbe essere imbattibile sul piano recitativo.