Cinema e Serie TV

L’amore ai tempi del corona, la recensione della miniserie su Star

La pandemia di Covid-19 in Italia, così come nel resto del mondo, continua a influenzare il modo in cui lavoriamo e in cui studiamo, ma anche per come ci rapportiamo con amici, parenti e partner. Insomma, la vita quotidiana è totalmente cambiata da un anno a questa parte e la miniserie televisiva L’amore ai tempi del corona (chiaro riferimento all’opera del 1985 di Gabriel García Márquez dal titolo L’amore ai tempi del colera) si incentra, appunto, sul concetto dell’amore durante la pandemia. Dal 26 marzo la miniserie è disponibile su Disney+, tramite il canale Star, e in questa recensione vediamo insieme come si mostra questa nuova produzione. Il tutto, ovviamente, senza spoiler.

L'amore ai tempi del corona

L’amore ai tempi del corona: quattro episodi, quattro coppie diverse

L’amore ai tempi del corona è una miniserie composta da quattro episodi e ambientata in California durante i primi mesi della pandemia. Per questo motivo le puntate sono state girate utilizzando tecnologie per la produzione da remoto all’interno delle case reali degli attori del cast. La miniserie segue quattro coppie di persone che si autoisolano adattandosi in maniera molto differente a questa nuova normalità. I gruppi, però, sono interconnessi e le relazioni familiari e amichevoli diventeranno chiare man mano che gli episodi andranno avanti.

L'amore ai tempi del corona

I protagonisti sono quindi una coppia sposata, nonché i produttori esecutivi, Leslie Odom Jr. e Nicolette Robinson che interpretano James e Sade, i queli fino ad ora raramente avevano passato molto tempo insieme sotto lo stesso tetto a causa dell’impegnativo lavoro di James e della loro separazione. Gil Bellows e Rya Kihlstedt invece sono una coppia in difficoltà composta da Paul e Sarah, che sta cercando di mantenere segreta la recente separazione dalla loro figlia Sophie (Ava Bellows) che nel frattempo deve fare i conti con le difficoltà della didattica a distanza.

Dall’altra parte della città, la madre di James, Nanda (L. Scott Caldwell), cerca coraggiosamente di continuare a pianificare la festa per il cinquantesimo anniversario di matrimonio, anche se suo marito è malato e ricoverato in una struttura di riabilitazione, la pandemia non mostra segni di cedimento e deve fare anche i conti con la presenza in casa dell’altro suo figlio Dedrick (Catero Colbert) anch’egli licenziato dal lavoro. Infine, troviamo Oscar (Tommy Dorfman) ed Elle (Rainey Qualley), che, essendo migliori amici, stanno cercando di superare la situazione vivendo insieme in un grande duplex tra complicità e una onnipresente tensione sessuale per il vicino (Emilio Garcia-Sanchez) che porterà la coppia a invischiarsi in un quadrilatero amoroso molto particolare.

L'amore ai tempi del corona

La direzione di Joanna Johnson è semplice, ma molto creativa poiché utilizza tutti gli strumenti disponibili nelle case dei protagonisti e in particolare webcam e action cam per sfruttare il potere delle videochat. Questa semplicità produttiva trova la sua forza dall’utilizzo di coppie preesistenti che finisce per creare un miscuglio stravagante e soddisfacente. Ognuna di loro è impegnata principalmente a seguire alcuni ritmi narrativi incentrati sui binari che vanno dal romanticismo alla genitorialità, ma si perdono man mano il finale si avvicina.

James, Sade, Paul e Sarah lottano per trovare l’equilibrio perfetto tra il rapporto di coppia e l’essere dei buoni genitori, Nanda invece arriva a chiedersi se ha trattato i suoi figli in modo equo, ma lo fa durante una conversazione solitaria dato che suo marito non è presente e Oscar ed Elle si domandano quando potranno organizzare qualche appuntamento dal vivo tra un videogioco e una serie tv. James e Sade sono gli unici che pongono un accento importante sul loro futuro prendendo in serie considerazione la possibilità di avere un altro figlio, nonostante l’ansia del marito quando arriva la notizia dell’omicidio di matrice razzista di Ahmaud Arbery.

Tuttavia, questi dubbi interiori non hanno molto tempo per essere approfonditi perché vengono risolti rapidamente in modo che la serie possa mantenere una visione positiva. In effetti, L’amore ai tempi del corona non pone un grande impegno verso la rappresentazione delle problematiche scaturite durante il periodo di pandemia. Il coronavirus, infatti, viene visto solo come un mero espediente per colmare delle lacune nelle conversazioni, per raccomandare l’uso della mascherina o per creare dei divertenti TikTok.

Tra alti e bassi

Lo scopo centrale della miniserie è quello di descrivere l’amore e l’affetto familiare durante i primi mesi della pandemia, il resto è solo un contorno che fa capolino e scompare come una bolla di sapone. Indubbiamente gli spettatori, ora più che mai, hanno bisogno di evadere quantomeno psicologicamente da questa tediosa problematica, ma l’eccesso di fantasia che la serie offre, in cui tutti sono bloccati nelle loro case senza avere alcuna preoccupazione legata al Covid-19, è qualcosa di fin troppo artificioso e utopistico anche per una serie facente parte del genere delle commedie romantiche.

L'amore ai tempi del corona

A tutto ciò si ricollega proprio il problema della breve durata degli episodi. Raccontare storie intrecciate di persone che cercano di andare avanti nella vita nonostante le numerose difficoltà è un tropo alquanto vecchio ed eccessivamente sfruttato, ma con una durata di meno di trenta minuti gli episodi non hanno lo spazio per rendere giustizia quantomeno alle vicende principali. Se questo non bastasse, troviamo anche un tentativo un po’ confuso di sviluppare una gamma più ampia di trame parallele più o meno complesse (omosessualità, razzismo, disoccupazione, problemi nello studio e molto altro) che riesce anche ad avere lo sfortunato effetto collaterale di saltare tra maglie troppo differenti senza arrivare a una connessione omogenea fino alla fine della serie.

L'amore ai tempi del corona

Al contrario, uno degli approcci più intelligenti sulla quarantena, Johnson lo ha inserito nei dialoghi tra i protagonisti. Questo è da ricollegarsi proprio al fatto che tutte le vicende accadono durante le prime fasi della pandemia, quando eravamo tutti speranzosi che le cose sarebbero tornate alla normalità entro la tarda primavera o l’estate. I protagonisti si lasciano andare in genuine battute agrodolci che fanno intendere come il blocco possa durare qualche settimana, o al massimo un paio di mesi. Sebbene tutto ciò si confaccia al periodo in cui è stata girata la serie, sembra anche una sorta di meta-riferimento per indicare un desiderio umano distrutto col passare del tempo. In ogni caso, che siano intenzionali o meno, quelle battute ascoltate adesso sembrano così sciocche da generare alcuni sorrisi amari.

L'amore ai tempi del corona

Continuando con gli aspetti positivi, è interessante osservare come tutti i personaggi abbiano degli aspetti in comune. Questo potrebbe suggerire uno sviluppo semplicistico della loro storia, ma in realtà è un modo per mostrare come i protagonisti siano bloccati nella stessa delicata situazione. Tre dei quattro gruppi hanno un musicista nella famiglia per indicare uno spirito creativo, ma soffocato. Entrambi i padri devono guardare le vecchie foto del matrimonio per rendersi conto quanto sia stato importante e per stilare una lista di pro e contro di un’eventuale separazione ufficiale. In tutto questo, però, spicca sempre la performance della Caldwell che risulta calda e rilassante. Il suo affetto per la sua famiglia è genuino e riconoscibile e la sua storia è quella che beneficia maggiormente di questa interconnessione sopracitata perché riesce a captarne i pregi e i difetti e a metabolizzarli in relazione alla sua unica situazione familiare.

Conclusioni

Bisogna, però, considerare che l’intera serie è stata concepita, scritta e prodotta in pochi mesi con la situazione che cambiava di giorno in giorno, se non addirittura a distanza di poche ore. Il risultato finale, sebbene non sia perfetto, è assolutamente impressionante e a tratti inimmaginabile vista anche la complessità logistica nel montare efficacemente il tutto. Questo da un lato è da premiare perché dimostra buona volontà e preparazione dell’intera produzione, ma dall’altro è la dimostrazione tangibile del perché gli spettacoli su un certo periodo storico tendono ad arrivare anni dopo l’accaduto.

È semplicemente più utile e funzionale attingere alla storia e creare vicende realistiche con piena conoscenza contestuale di ciò che è successo, piuttosto che farlo quando l’evento è ancora in corso e non si sa come e quando potrebbe terminare. Dato che siamo ancora saldamente nella fase del “cosa sta succedendo” di questo particolare momento della storia, uno spettacolo come L’amore ai tempi del corona non può fare luce su ciò che stiamo attraversando fino a quando non entreremo nella fase del “cosa è successo”.

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