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Taxi Driver, il capolavoro di Martin Scorsese compie 45 anni

Esattamente quarantacinque anni fa, l’8 febbraio del 1976, andava in scena a New York la premiere di quello che in molti critici e addetti ai lavori ancora oggi definiscono essere uno dei film più importanti di tutti i tempi: Taxi Driver. Non sappiamo se questo epiteto possa in effetti essere veritiero, tuttavia sappiamo bene che il film diretto da Martin Scorsese e interpretato da un Robert De Niro in stato di grazia è uno dei lavori più belli firmati dal grande regista statunitense. Probabilmente la pellicola, tra le sue, è quella che maggiormente ha colpito l’immaginario collettivo. Eppure è anche vero che il film ricopre un ruolo di primo ordine all’interno della Storia del cinema, portando a piena maturazione la rivoluzione estetica e culturale dei progetti partoriti durante la così detta New Hollywood. Procediamo con ordine.

Il film più iconico di Martin Scorsese

Seppur in molti erroneamente pensino che si tratti del film di esordio di Scorsese, il regista prima di Taxi Driver aveva già diretto quattro pellicole, una delle quali (ovvero Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno, del 1973) aveva ampiamente contribuito a connotare il suo stile a cavallo appunto tra il rosso del sangue e quello della passione, tra la violenza della strada e la fede in un aldilà, tra la rivalsa personale e quella di una società incapace di accogliere chi la abita.

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Con Taxi Driver tutte queste tematiche non solo tornano a galla, ma si manifestano a gran voce in quello che ben presto diventerà il titolo più riconoscibile e famoso di Scorsese, una sorta di manifesto artistico, il suo biglietto da visita per eccellenza. Nel pieno degli anni Settanta, il cinema statunitense stava attraversando un nuovo ciclo destinato a portare alla ribalta quelli che ancora oggi riteniamo essere gli “ultimi” (da un punto di vista prettamente cronologico) Maestri: Steven Spielberg, Woody Allen, Francis Ford Coppola, George Lucas, Scorsese stesso sono solo alcuni dei nomi più noti. All’epoca giovani pieni di idee e di energie, questi autori sfruttarono al meglio la condizione sociale e culturale in cui tergiversavano gli  States in quella decade e, di conseguenza, riuscirono a dare una nuova spinta, un nuovo smalto all’industria cinematografica.

La New Hollywood

Dopo intere decadi in cui la politica dello Studio System avevo dominato incontrastata a Hollywood. Venne decretato uno standard difficile da scardinare, che prevedeva rigidi dettami di censura accompagnati da un target di riferimento prettamente familiare. L’arrivo della televisione da un lato, la forza dei movimenti giovanili della fine degli anni Sessanta dall’altro, unitamente a una feroce critica alla guerra in Vietnam e nei confronti della politica dirigente che l’aveva sovvenzionata, sono le gocce che pian piano portano il vaso della creatività cinematografica a strabordare.

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In questa nuova Hollywood infatti si raccontano storie di emarginati, storie di anti eroi ai bordi della società. Storie di giovani che non si rivedono nei valori ingessati e stantii delle generazioni precedenti e che hanno sete di cambiamento. Il tutto viene accompagnato inevitabilmente da un cambiamento stilistico che prediligerà la violenza, la tensione erotica, la commistione con la musica popolare (il rock and roll inizia a essere parte integrante delle colonne sonore dei film, cosa praticamente proibita sino ad allora).

In questo clima, l’esempio di Taxi Driver emerge come una delle gemme più complete e preziose. La parabola di Travis Bickle, ex marine che ha combattuto in Vietnam e che soffre di insonnia, lo conduce nei meandri più bui (letteralmente) della sua città. Diventa tassista notturno e inizia a respirare la New York dei disperati, dei reietti.

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Da spacciatori a prostitute, una fauna che si palesa solo nelle ore più cupe della notte. Il cinema statunitense di quegli anni sente l’esigenza di mostrare tutto ciò che fino ad allora era rimasto nascosto. Scorsese firma così un’elegia funebre nei confronti di una metropoli, di una società, di una nazione che non riesce più a mostrarsi unicamente in quanto sfavillante e magica. La guerra recente è una ferita troppo aperta che necessita di essere medicata. In tal senso, il lavaggio del cervello subito dal protagonista e la sua frustrazione lo conducono a compiere un vero e proprio massacro. Una carneficina purificatrice per liberare il mondo dal male, per sbarazzarsi della pattumiera.

Ma dici a me?

Robert De Niro è semplicemente perfetto per dare volto e corpo a un giustiziere solitario che dentro sé cova le ferite indelebili di un conflitto psicologico, prima ancora che bellico. Impossibile non citare la leggendaria scena dello specchio dove, facendo pratica con la pistola, Travis recita il celebre monologo. “Ma dici a me?”, ripete più volte. Il senso di smarrimento e l’incapacità di riconoscere la propria identità riflessa sono un simbolo perfetto del disagio giovanile dell’epoca e del divario sempre più ingente tra le generazioni. Tuttavia, è doveroso ricordare come quel momento esatto fu completamente improvvisato da De Niro.

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In sceneggiatura non era stato scritto cosa il personaggio avrebbe dovuto effettivamente pronunciare e l’attore andò a braccio. Probabilmente i sei mesi trascorsi prima delle riprese lavorando come tassista per toccare con mano la realtà che avrebbe dovuto poi interpretare, hanno permesso all’attore di immedesimarsi perfettamente con il protagonista fino al punto di improvvisare quella che sarebbe diventata una delle sequenze più celebri di tutti i tempi.

Premi, consacrazioni e addii

Taxi Driver vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes, ma non riuscì a vincere alcun premio Oscar nella serata più importante dell’anno. Era nominato come miglior lungometraggio, miglior attore protagonista (De Niro), miglior attrice non protagonista (Jodie Foster) e miglior colonna sonora (Bernard Herrmann). Proprio su questi due ultimi nomi ha senso spendere qualche parola. Infatti è interessante notare come si trovino “agli opposti” da un punto di vista anagrafico e di carriera.

La celebre attrice, allora solo quattordicenne (durante le riprese, per tutelare la sua sensibilità, venne seguita da uno psicologo e trattata coi guanti per tutta la lavorazione), non era al suo esordio sul grande schermo ma sicuramente quella in Taxi Driver fu la parte che la consacrò a tutti gli effetti. Bernard Herrmann invece non ha bisogno di grandi presentazioni.

Uno dei compositori per celebri, più amati, famosi e celebrati di sempre (basti pensare che a lui dobbiamo la maggior parte dei successi dei temi musicali dei film di Alfred Hitchcock tra cui le celeberrime note di Psyco). Quella con Martin Scorsese sarà la sua ultima opera. Il compositore infatti terminò il lavoro ma poi scomparve prima che il film uscisse nelle sale. Un addio coi fiocchi, quindi, un grande finale di carriera, per uno dei migliori di ogni epoca.

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