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The Irishman: la recensione del film Netflix firmato Scorsese

The Irishman, l’ultima fatica di Martin Scorsese, è finalmente arrivato su Netflix, dopo un’attesa particolarmente sentita, fomentata anche da polemiche e dichiarazioni al vetriolo che hanno contrapposto Scorsese e fan del nuovo cinema supereroistico. Una polemica, direi, che si è già protratta più del dovuto, al punto che in questa recensione non sarà presente. The Irishman deve essere giudicato come prodotto cinematografico, senza preconcetti per le dichiarazioni del suo regista su altre opere. Perché al netto delle opinioni sulle parole di Scorsese, The Irishman è una storia che colpisce duro lo spettatore, con un’intensità unica.

Ironicamente, un film vecchia scuola come The Irishman è stato possibile solo grazia al nuovo modo di intendere il cinema. L’idea di Scorsese è rimasta per parecchio tempo in attesa di prendere vita, con la Paramount Pictures spaventata nell’investire una cifra da capogiro in un film dal sapore classico, in un periodo in cui sono pellicole di altro genere a garantire un incasso sicuro. Destinato al famigerato Black Book di Hollywood, il racconto della vita di Frank Sheeran è stato salvato dal servizio di Reed Hastings, che in passato ha già attinto, con risultati non sempre apprezzabili, dalla lista dei progetti scartati di Hollywood.  Netflix ha creduto a tal punto nell’idea di Scorsese da continuare a dargli fiducia, anche quando il budget è lievitato dai già sostanziosi 100 milioni di dollari sino ai 140. Una scommessa rischiosa che ha però ripagato in qualità.

The Irishman, un irlandese nelle mafia italoamericana

Frank ‘The Irishman’ Sheeran (Robert De Niro) è un uomo che ha attraverso la seconda metà del novecento vivendo il lato meno nobile del sogno americano. Al suo ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, dove ha combattuto in Italia, viene assunto come autista per un’azienda di trasporti. Durante un viaggio, il suo camion ha un problema meccanico, e viene aiutato da un attempato signore di origine italiane, che cordialmente lo aiuta, senza rivelargli il nome.

Quando Frank decide di arrotondare in modo poco pulito il suo stipendio, è costretto a rivolgersi all’avvocato William Bufalino, che riesce a farlo scagionare. Quando i due vanno a festeggiare con una cena, incontrano il cugino di Bufalino, Russell (Joe Pesci). Frank riconosce il gentile signore che mesi prima lo aveva aiutato con il suo camion in panne, e in quella cena la sua vita prende una piega inattesa.

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Da quel momento, Frank, con la protezione di Russel Bufalino, entra in quella zona grigia che era la mafia italoamericana di Chicago degli anni ’60. Un ambiente in cui l’irlandese si adatta bene, diventando un esecutore della mala. La sua ascesa all’interno della vita criminale di Chicago lo porta ad incontrare una figura chiave della vita americana del periodo, James ‘Jimmy’ Hoffa (Al Pacino). Sindacalista dalla moralità complessa, ancora oggi al centro di uno dei misteri della società americana, Hoffa mirava a gestire il suo sindacato con un culto della persona che, nel film di Scorsese, viene contrapposto al simbolo stesso dell’America speranzosa, quel Kennedy che identificava il Presidente ideale per una nazione che non accettò la sua figura.

Ritratto di una storia americana

Frank Sheeran diventa il nostro sguardo sugli eventi di un’America spesso idealizzata, mostrandoci il lato sporco e violento di una società spezzata e composta da uomini che alla realizzazione del sogno preferiscono il potere. In alcuni scene si respira questo profondo distacco, diventa palpabile e crea una dissonanza tra realtà e percezione che deve molto all’ottima impostazione degli attori.

Scorsese ricostruisce delle figure storiche adattandole allo schermo, conferendo loro un’umanità sofferta e ferina. La figura pubblica di questi personaggi, in particolare Hoffa, viene smontata dalla controparte privata, in cui le debolezze e le fragilità emergono visibili e sofferte. Scelta appassionante, che non nasconde il retrogusto amaro di un racconto in flashback in cui tutto viene presentato nella sua cruda violenza, senza una redenzione finale, ma nella fredda accettazione di un ecosistema sociale in cui la brutalità era uno strumento utile ed affilato, ma da usare con parsimonia e attenzione.

Si crea anche un distacco con la classica concezione del gangster movie dove vige un codice d’onore tra malavitosi, totalmente assente in The Irishman, dove sono interessi e potere gli unici valori riconosciuti e rispettati. I protagonisti di The Irishman non sono semplici malavitosi, ma uomini che bramano il potere, mostrando una maschera pubblica di presunta rispettabilità, a cui nessuno crede ma che fa parte del rutilante spettcoalo della politica.

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Scorsese non dimentica di utilizzare il linguaggio come strumento narrativo centrale per il suo The Irishman. I personaggi usano uno slang preciso, il killer ‘tinteggia case’, se qualcosa va risolto in modo violento allora ‘bisogna fare qualcosa’, se qualcuno si comporta in modo non consono allora ‘non è cosa’. Sono dettagli che si contrappongono alla parlata pubblica, energica e oratoria, mentre queste frasi sono sussurrate intorno ad un tavolo, tra persone fidate. Una cura della personalità dei personaggi che si estende anche agli errori grammaticali, comprensibili per chi non padroneggia l’inglese come linguamadre, con una scelta di vocaboli spesso parca e condita con grossolani errori (come Russel che chiede a Frank ‘Quanto hai stato in Sicilia?’), riportati anche nella traduzione italiana.

Tre maestri su schermo

Sheeran, Bufalino e Hoffa sono tre simboli di questa costruzione emotiva cupa e contenuta.

De Niro offre un’interpretazione misurata, rigida nel proporre il suo personaggio compassato nell’accettare la strada intrapresa. Forse un po’ troppo, al punto che in alcuni momenti una maggior emotività sarebbe stata preferibile, risultando anche legnoso in alcuni passaggi (come la lite nell’ufficio di Hoffa). Si tratta di sfumature, che non tolgono smalto ad un’interpretazione degna della caratura dell’attore. De Niro riesce però a dare vita ad una progressione interessante del suo personaggio, in cui le doti di omicida maturate durante la guerra assumono sempre più importanza, così come una crescente presa di coscienza del proprio ruolo e della propria importanza nell’organizzazione

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Hoffa ha il volto di Al Pacino. Esplosivo, sanguigno e sfacciato, capace di accanirsi con un odio viscerale contro il nome di Kennedy, ma anche prigioniero delle sue manie, dei suoi cerimoniali e di un culto della persona che lo portava a vedere nemici ovunque. Pacino aggredisce la scena, la domina nella sua forza espressiva che porta un personaggio fisicamente minuto a sembrare titanico, una sensazione che nella traduzione italiana viene enfatizzata dal sentire l’inconfondibile timbro di Giancarlo Giannini.

Su tutti, però, svetta Joe Pesci, che regala un Russel Bufalino umano, soprattutto quando evidenzia le sue debolezze. Al vertice di un potere sommerso, Bufalino è sempre misurato, quasi dimesso, nonostante goda di autorità e potere. Pesci lavora magnificamente quando deve trasmettere i lati più umani del suo personaggio, il rimpianto di non avere figli e la difficoltà nel farsi accettare come figura amica dalla figlia di Sheeran. Lo sguardo e le movenze di Pesci in quei frangenti sono struggenti, incarnazione di una sofferenza accusata ma trattenuta, quasi accettata.

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Per sua natura, The Irishman richiedeva di vedere i volti dei protagonisti ringiovanire o invecchiare all’occorrenza. Un dettaglio che ha influito grandemente sul budget, tanto da diventare l’elemento di rottura tra Scorsese e Paramount. Netflix ha invece dato fiducia alla Industrial Light & Magic, che per realizzare questi effetti ha utilizzato delle particolari lavorazioni, come il far interpretare nuovamente a De Niro delle scene di Quei bravi ragazzi per avere un riferimento valido di lavorazione. L’effetto finale, a dirla tutta, non è sempre convincente, specialmente sul De Niro giovane si ha spesso l’impressione di un volto visivamente artefatto e poco naturale. Ma la recitazione di questi mostri sacri del cinema riesce a compensare anche questo difetto.

Capolavoro o ottimo film?

The Irishman, al netto di pregi e difetti, è un ottimo film, su cui Netflix ha giustamente investito. Il ritratto dell’America del periodo è pulito e scevro da banalità, si vive una narrazione romanzata ma supportata da eventi storici, che non patisce un lungo minutaggio che si aggira intorno alle tre ore. Definirlo un capolavoro magari è eccessivo, per la presena di alcuni dettagli stonati, ma The Irishman un prodotto di alta qualità, realizzativa e narrativa, che non può che portare lustro al catalogo di Netflix.