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Titans s02: la recensione della seconda stagione

Arriva Titans S02 su Netflix. Persi i supereroi di casa Marvel, Netflix si è affidata all’altro colosso supereroistico di comics americani per non perdere questo importante segmento dell’entertainment seriale. Dopo un primo esperimento con un supereroe poco noto, Blacklighting, apparso anche nel recente crossover di Crisis legato all’Arrowverse, Netflix aveva puntato su una formazione supereroistica che non toccasse i grandi nomi della DC Comics, ma che non ne fosse nemmeno totalmente avulsa: i Titans.

Nati come Teen Titans a metà anni ’60, questa formazione era la versione ‘sidekicks’ della Justice League, in cui le spalle dei Supereroi DC Comics facevano squadra per affrontare minacce varie. Si trovarono così a collaborare Robin, Kid Flash, Wonder Girl ed altri. Il tono inizialmente leggero e divertente impostato da Bob Haney e Bruno Premiani ben presto assunse una dimensione più serie ed impegnativa, sino a raggiungere atmosfere più violente e dure sotto la gestione di Marv Wolfman. Ed è proprio il periodo dei primi anni ’80 firmato da Wolfman che ha ispirato la serie realizzata dalla trinità Geoff Johns, Akiva Goldsmith e Greg Berlanti.

La prima stagione di Titans: dove eravamo rimasti?

La prima stagione di Titans era stata una vera sorpresa, complice una generale sfiducia nei prodotti dell’universo cinematografico di casa DC Comics. La serie con protagonista le spalle dei celebri eroi DC, invece, si dimostò all’epoca una proposta molto interessante, utilizzata come trampolino di lancio per un’altra serie di questo universo narrativo, Doom Patrol, approdata poi su Amazon Prime Video. In compenso, agli spettatori vennero presentati dei giovani dotati di grandi capacità e poteri sovrumani, in cerca di un posto nel mondo e animati da intenzioni che, per quanto nobili, contrastatavano con la loro umanità, spesso incrinata da momenti privati non certo positivi.

Nella prima stagione di Titans erano già valorizzati quegli elementi di rottura con la tradizione tipica dell’eroe impassibile, preferendo una costruzione più emotiva e radicalmente umana del volto dietro la maschera. Emergevano tensioni tra i componenti della prima formazione dei Titans, costretti a tornare a collaborare per una casua più grande, lasciando allo spettatore la curiosità di scoprire di più sul passato di questi eroi, mentre cercavano di aiutare i giovani metaumani a trovare una propria identità.

Il fulcro era la figura di Rachel Roth, ragazzina dotata di grandi poteri dalle oscure origini, che si rivela essere il culmine di un’antica profezia per il ritorno in Terra di un antico demone, Trigon. Sul finale della prima stagione, l’arrivo di Trigon sembrava ormai essere un realtà, in una conclusione cupa che vedeva i Titans sottomessi al potere del demone.

Come si sarà evoluta la situazione?

Una seconda stagione votata al passato

La prima stagione era legata principalmente alla presentazione dei personaggi, legandola alla figura di Rachel ‘Raven’ Roth (Teagan Croft), figlia del demone Trigon e destinata ad essere la sua compagna per dominare la Terra. Il finale della prima stagione di Titans aveva lasciato intendere come il piano del demone stesse per prendere pienamente forma, e i primi episodi di questa nuova stagione sono una rapida, ma esaustiva conclusione, di questa linea narrativa.

Un finale necessario per lasciare spazio ad una nuova serie di spunti narrativi che conferiscono a Titans una profondità psicologica maggiore rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. Ripensando alla figura del supereroe, spesso ci si affida ad un’immagine di forza e imbattibilità, dimenticando che dietro la maschera ci sia un’anima che, come tutti, ha paure e dubbi. Se questo vale per eroi rodati come Superman o Batman, a maggior ragione diventa importante quando al calzamaglia è vestita da un adolescente, in cui il senso di ribellione, la sensazione di onnipotenza ed una conoscenza del mondo ancora in itinere concorrono a generare un turbine di emozioni che, spesso, porta a grandi errori.

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Quello che è successo ai Titans. Nella prima stagione avevamo intuito come la fine della precedente incarnazione dei giovani supereroi fosse legata ad un evento tragico, ma con questi nuovi episodi abbiamo finalmente modo di scoprire quale sia stato l’evento scatenante. Il tessuto emotivo della serie, sotto questo aspetto, è ben curato con una costruzione della psicologia dei personaggi interessante, in cui compare un elemento comune a tutti: il fallimento e il rifiuto dell’accettazione di questa sconfitta.

In ogni figura ‘adulta’ della serie compare questa crepa. I vecchi membri dei Titans sono persone che dopo avere indossato la maschera credendosi imbattibili si sono scontrati con la loro umana fallibilità, esaltata dalla spavalderia adolescenziale unita alla consapevolezza di esser migliori dei coetanei, quantomeno più forti. Lo scontro con una forza superiore, la vendetta che subentra alla giustizia li ha portati a fare un passo troppo grande per loro, a cui non sono sopravvissuti, e da cui alcuni sono riusciti ad emergere parzialmente identificando un colpevole perfetto: Dick Grayson, il Ragazzo Meraviglia.

Un leader in cerca di perdono

Dick (Brenton Twaites) era il leader dei Titans, ruolo che ti tocca quando hai come mentore Batma. Il Robin di Titans, però, esterna una conflittualità con la figura genitoriale incarnata da Bruce Wayne, visto come un folle che ha manipolato un ragazzo. Interessante come viene sviluppato questo rapporto odio/amore, in cui appare come Wayne abbia gestito la crescita di Dick usando gli strumenti con cui crebbe lui stesso, da orfano. Questa crescita emotiva di Dick lo ha sempre spinto ad aiutare tutti, in una disperata ricerca di una cura alla sua disperazione interiore, divenendo spesso la sua condanna.

Per quanto si sforzi di essere un leader, Dick pecca nel volere esser troppo rigido nel controllo, nel pensare di sapere sempre cosa sia giusto per gli altri e cosa tacere ai suoi compagni. Crescere all’ombra di una figura ingombrante e solitaria come Bats ha avuto le sue conseguenze, come scopre Dick. Insicurezza, difficoltà relazionali e una tendenza a sentirsi sempre responsabile sono le sue debolezze, che emergono prepotenti in questa seconda serie di Titans, grazie ad una presenza importante: Batman. O meglio, Bruce Wayne.

Il Crociato di Gotham non appare mai in costume, ma solo nel ruolo di mentore di Dick, con il volto di Ian Glen, amato da tutti come il Mormont di Game of Thrones. A vederlo sullo schermo, nonostante un carisma invidiabile ed un’ottima recitazione, si ha sempre la sensazione di aver davanti un Bats sottotono, troppo vecchio e mingherlino per esser credibile. Ma può essere una scelta voluta per esaltarne l’umanità, più che l’identità supereroistica, utile per creare il giusto contrappunto emotivo con la disperazione e il senso di inadeguatezza di Dick.

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Gli interludi tra i due ex compagni di avventura, reali od onirici (con una spassosa citazione della Bat-Dance di Adam West!), sono i cardini su cui ruota la narrazione di questa stagione. Il ricomparire di una vecchia, devastante nemesi del gruppo, Deathstroke, diventa il momento per affrontare dubbi e rimorsi, incubi e  rimpianti del vecchio gruppo di eroi, subendo anche il giudizio delle nuove leve.  Che sono impietose, capaci di andare oltre l’iniziale venerazione per personaggi considerati icone, ma che si rivelano uomini e donne afflitti dagli stessi problemi, difficoltà quotidiane che sono eco degli stessi ostacoli che affrontano anche loro.

In Titans si riscontra una visione acida e cinica della vita supereroistica. Se solitamente ci si aspetta di vedere gli eroi migliorarsi, in questa serie le calzamaglie perdono il loro fascino eroistico mostrandosi incapaci di andare oltre gli errori che hanno caratterizzato i loro maestri. Dick si sente vittima di una violenza morale subita da Bruce Wayne, ma anziché sviluppare una diversità modalità di rapporto con i suoi allievi (specialmente il ribelle Jason Todd) sembra rifare gli stessi errori.

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Il contrasto tra Jason e Dick è uno dei punti forti della serie. Andando oltre il concetto dei due personaggi all’interno del mondo dei comics, il loro contrasto, ampliato dall’avere indossato entrambi la scomoda divisa di Robin, è un elemento portante della serie. La ribellione di Jason è una pressione emotiva costante, complice il fascino che esercita sugli altri giovani del gruppo, che amplifica le fragilità di Dick, punto di vista dello spettatore.

Eroi perduti in cerca di una famiglia

Questa violenza e sofferenza interiore viene esternata anche negli scontri, in cui la fisicità e brutalità dei combattimenti rispecchia questa asprezza intima dei personaggi, quasi fosse uno sfogo per una pressione dell’anima che fatica a dissiparsi. È una sinergia vincente, in cui interiorità ed esteriorità dei protagonisti di Titans trova una propria linearità, ricordando però come sia il lavoro di squadra, in entrambi i casi, a consentire a questi eroi in crisi di risorgere.

La seconda stagione di Titans funziona perché prende gli elementi lasciati sapientemente in ombra nella precedente stagione rendendoli il punto di partenza di una rinascita della squadra. La costruzione delle difficoltà del presente è basata su un racconto ben scandito degli eventi passati che hanno portato allo scioglimento del team, si spiegano le tensioni tra alcuni membri e vengono messe a nudo menzogne e difetti di presunti eroi che si rivelano, alla fin fine, esseri umani come tutti, con ansie, paure e rimorsi.

L’introduzione di un nuovo nemico, Deathstroke, non è solo una trovata narrativa efficace in termini di spettacolarità, ma è un punto fondamentale della crescita dei personaggi. Il letale killer è l’avversario da battere sul piano fisico, ma da un punto di vista emotivo è il confronto con gli errori del passato, un’accettazione della propria fallibilità, essenziale per raggiungere una nuova consapevolezza per il futuro. Un’impresa che interessa particolarmente Dick, leadere in discussione e uomo in cerca di un equilibrio interiore da troppo assente.

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Titans è una visione umana dell’eroe, forse quella più vicina alla concezione dell’uomo fragile e insicuro tenuto insieme dal costume. La serie di Netflix funzione nella sua narrazione per questo suo aspetto intimo e indagatore con cui costruisce prima il comparto emotivo dei protagonisti e poi la loro vita in costume. La seconda stagione di Titans è una conferma appassionante di un buon lavoro di crescita, in cui alune ingenuità nel tono narrativo non privano la serie di una sua solidità emotiva intensa, mostrando una progressione interiore dei personaggi che guarda al futuro, ma dopo avere prima risolto le ferite del passato. Perché gli eroi, dietro la maschera, sono umani proprio come noi.