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Tutto quello che (forse) non sapete su Lo Hobbit

Oggi il fantasy non sarebbe lo stesso senza Tolkien e il suo legendarium. Un mondo nato dalla passione del Professore per la linguistica e la filologia, nonché per la mitologia che da essa si genera. All’inizio degli anni Duemila, questo mondo ha travalicato la pagina stampata per approdare alla pellicola, con la trilogia de Il Signore degli Anelli. Ma prima di questa grande opera, è esistito qualcosa di più piccolo ma profondo. Prima dell’Anello, esisteva Lo Hobbit.

Un libro piccolo ma densissimo, dove con poche parole fiabesche si tracciava un mondo enorme e incredibile. Che a sua volta si è meritato una trilogia cinematografica, uscita in tutto il mondo tra il 2012 e il 2014. Dopo aver ripercorso prima la trilogia de Il Signore degli Anelli e poi i segreti nascosti tra le pagine di Le Due Torri, oggi esaminiamo Lo Hobbit, quella piccola grande storia che non sapeva di essere prequel.

“Non vogliamo nessuna avventura qui, grazie”

Parlare e scrivere di Lo Hobbit è più complicato di quanto sembri. Ed è una difficoltà subdola, che si traveste e dissimula. Perché di primo acchito Lo Hobbit ha una storia semplice, che gioca sulla percezione (comune ma errata) che la fiaba sia solo per l’infanzia. È la storia di Bilbo Baggins, pacifico Hobbit che guidato dallo stregone Gandalf si ritroverà coinvolto nella riconquista della Montagna da parte del nano Thorin Scudodiquercia e dei suoi dodici sodali (Dwalin, Balin, Fili, Kili, Bifur, Bofur, Bombur, Dori, Nori, Ori, Oin e Glòin). Un lungo viaggio inaspettato, fatto di luoghi esotici, disagi, draghi, grandi imprese e un giusto lieto fine.

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La difficoltà emerge dalla seconda lettura in poi. Perché Lo Hobbit è una storia semplice ma non superficiale. Un’avventura genuina che però riprende e a modo suo ribalta il più classico dei viaggi dell’eroe. Bilbo è fortunato ma non è un eroe, bensì un uomo pacifico e amante delle comodità. I nani vengono presentati come un popolo onorevole, onesto fino all’autolesionismo ma anche avido e orgoglioso.

Questo è il punto: i nani non sono eroi, bensì una razza calcolatrice con un gran concetto del valore del denaro; alcuno sono una massa infida, scaltra, e pessima da cui tenersi alla larga; altri non lo sono, anzi sono tipi abbastanza per bene come Thorin e Compagnia, sempre però che non vi aspettiate troppo da loro. (Da Lo Hobbit, Adelphi ed. 2000, p. 236)

Incapaci di andare oltre i rancori passati, i nani cercano una rivalsa che però non sono in grado di compiere nonostante la loro forza di volontà. Oltre a essere di suo tranquillo e alla buona, Bilbo è pure un Hobbit, cioè la razza più minuta e meno avventurosa della Terra di Mezzo. Eppure sarà proprio lui a fare la differenza nella loro ricerca. Un ribaltamento totale degli stereotipi, che permette sia alla storia di andare avanti che di dare al testo molteplici strati di lettura. Proprio per questa sua trasversalità viene impiegato, anche in Italia, come libro di narrativa alle scuole medie.

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Lo Hobbit, o il potere delle appendici letterarie

L’adattamento di Lo Hobbit in trilogia cinematografica è stato difficile, come lo è del resto qualunque film. Ma le difficoltà sono state in qualche modo opposte e complementari rispetto a quelle che invece avevano caratterizzato la produzione de Il Signore degli Anelli. Anche in questo caso, parliamo di antefatti piuttosto famosi. Le prime voci sull’adattamento di Lo Hobbit erano cominciate fin dalla distribuzione de Il Ritorno del Re. Più che prevedibile, considerando l’enorme successo di quest’ultima pellicola. Le cose divennero però serie solo alla fine degli anni Duemila: nel 2008 venne chiamato come regista di Lo Hobbit nientemeno che Guillermo Del Toro.

Lo Hobbit

Nonostante il grande lavoro di documentazione e scrittura, il Lo Hobbit di Del Toro era destinato a non vedere mai la luce. Tra dispute legali prima e problemi finanziari dopo, nel 2010 Lo Hobbit non aveva ancora il via libera. All’epoca si pensava infatti ancora di suddividere la narrazione in due film: quando alla fine Peter Jackson accettò di ritornare alla regia, non passò molto tempo prima che si decidesse di produrre tre film anziché due. Per farlo, così come aveva fatto Del Toro, si prese a piene mani dalle Appendici de Il Signore degli Anelli.

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Lo Hobbit infatti si ambienta nell’anno 2941 della Terza Era (come indicato dall’Appendice B de Il Signore degli Anelli). In quel momento infatti avvengono due storie parallele, aventi entrambe Gandalf come filo conduttore. Una è appunto la cerca di Bilbo, Thorin e dei suoi compagni; l’altra è la vicenda di Dol Guldur. Il film infatti mostra lo scontro che vi avviene tra il Bianco Consiglio e Sauron. A risolvere la contesa è Galadriel, ma le Appendici ci dicono che Sauron aveva già pianificato di andarsene da quel luogo.

Un’altra cosa piuttosto importante chiarita dalle Appendici de Il Signore degli Anelli è come, fin dai tempi di Lo Hobbit, Saruman fosse moralmente corrotto e spinto dalla voglia di avere per sé l’Unico Anello. Tanto che, dodici anni dopo gli eventi di Lo Hobbit (ovvero, nel 2953), Saruman arriverà a mentire al Bianco Consiglio dicendo che l’Anello è irrecuperabile in quanto finito in mare. E che, in segreto, avesse anche messo Gandalf sotto sorveglianza in quanto sospettoso che la Contea potesse avere qualcosa a che fare con l’Anello.

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Ufficialmente è Nuova Zelanda, ma di fatto è la Terra di Mezzo

Le “difficoltà” della trilogia di Lo Hobbit sono state quindi più a livello di scrittura che di riprese vere e proprie. In questo senso alla produzione arrise il fatto che molte cose erano già “pronte all’uso”. Molte scenografie e luoghi utilizzati per le riprese de Il Signore degli Anelli erano infatti ancora in piedi, come Hobbiville. Questo perché, a seguito del successo della prima trilogia, tali set erano divenuti attrazioni turistiche.

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A parte una breve tappa a Londra (dove furono registrate le scene che coinvolgevano l’anziano Christopher Lee), Lo Hobbit fu girato in Nuova Zelanda come il predecessore. Tale Stato fu chiaramente entusiasta della cosa: già nei primi anni Duemila la saga dell’Anello aveva giovato non poco all’economia nazionale. Tanto che ancora adesso gli aeroporti neozelandesi accolgono i turisti con messaggi come “Welcome to Middle-Earth”, benvenuti nella Terra di Mezzo.

Chiaramente questo inevitabile collegamento con Il Signore degli Anelli ebbe delle conseguenze, non tutte positive. Le tre pellicole di Lo Hobbit si ritrovarono a essere scritte con molto “senno di poi” su quella che sarebbe poi stata la vicenda di Frodo. Quest’ultimo infatti non esiste in Lo Hobbit, ma per ragioni di continuità è stato necessario inserirlo nei film.

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Personaggi e “senno-di-poi”

Ma Frodo è solo uno dei “personaggi senno-di-poi” aggiunti in Lo Hobbit, e probabilmente il meno sconvolgente a livello narrativo. Personaggio ben più importante in questo senso è Legolas, inserito sia per la continuità oltre che come “scusante” per alcune delle scene d’azione più dinamiche. In questo senso il collegamento è stata la cattura di Thorin e la sua compagnia da parte degli Elfi del Reame Boscoso, ovvero proprio il regno da cui proviene Legolas (specificata ne Le Due Torri).

Tra l’altro, la cattura dei nani nel film di Lo Hobbit avviene proprio per mano di Legolas, artificio registico che serve per un’altra breve “scena senno-di-poi”. Mentre l’elfo sta perquisendo il nano Gloin, gli trova una medaglietta con i ritratti della moglie e del figlio piccolo. Quest’ultimo altro non è che Gimli, il nano che sarà parte della Compagnia dell’Anello e che diverrà grande amico proprio di Legolas.

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Della controversia nata attorno all’elfa Tauriel e al suo controverso ruolo sia sentimentale che narrativo invece è già stato molto discusso, quindi non conviene insistere oltre in questa sede. Più interessante un altro cenno al futuro: di nuovo è Legolas a farsene agente. Nell’epilogo del terzo film l’Elfo decide, sotto consiglio del padre Thranduil, di cercare tra gli Uomini dunedain un giovane dal grande destino. Altri non è che Aragorn, che nelle intenzioni iniziali degli sceneggiatori sarebbe dovuto comparire in una sequenza dove catturava e interrogava il povero Gollum.

Il dettaglio che le pellicole non possono specificare è come Aragorn, nato nel 2931 della Terza Era, a seguito della morte del padre fosse stato adottato da Elrond. Il buon Elfo di Gran Burrone lo avrebbe ribattezzato Estel (“speranza”) e deciso di non parlargli dei suoi antenati e del suo essere re di Gondor, onde fargli trascorrere un’infanzia felice. Gli avrebbe rivelato tutto solo vent’anni dopo, nel 2951.

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Lo Hobbit: indovinelli, fortuna e vino

Anche stavolta dobbiamo tornare a parlare di Gollum e dell’Anello. La sua rappresentazione nel film è praticamente la stessa de Il Signore degli Anelli, tanto che l’attore Andy Serkis ha ripreso il ruolo. Ma non dobbiamo dimenticare che è proprio nelle pagine di Lo Hobbit che Gollum compare per la prima volta. L’immaginazione dei lettori a riguardo è stata enorme, e ha portato anche a qualche stravaganza inattesa.

Malgrado ai tempi della stesura di Lo Hobbit Tolkien non avesse ancora idea di che natura dare a Gollum, lo aveva sempre immaginato come piccolo, di dimensioni appunto paragonabili a un Hobbit. Per lui era qualcosa di così ovvio che paradossalmente dimenticò di specificarlo nel testo: nel dubbio, vi furono illustratori che lo disegnarono come molto grande.

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Tolkien avrebbe successivamente corretto questa piccola svista. C’è poi un dettaglio poco noto a chi ha visionato solo le pellicole: viene più volte specificato che Gollum avesse un qualche tipo di vestito addosso e non solo un perizoma. Tanto che pure in Lo Hobbit si fa più volte riferimento al fatto che avesse delle tasche e che il colore scuro delle sue vesti lo aiutasse a mimetizzarsi con il buio delle grotte in cui viveva.

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Ugualmente, al cinema il suo “duello” a indovinelli con Bilbo è stato piuttosto accorciato, per non far perdere ritmo. In questo senso questo è anche uno dei momenti in cui il Tolkien-narratore candidamente ammetteva che Bilbo riusciva o si salvava per mera fortuna. Come quando, mentre sta cercando di capire come eludere le guardie degli Elfi Silvani e far evadere i Nani, queste si ubriacano per pura coincidenza.

Una fortuna straordinaria sembrava assistere Bilbo; infatti doveva essere un vino ben forte per ubriacare un Elfo silvano; ma questo vino pregiato, a quanto pareva, proveniva dall’inebriante riserva dei grandi giardini di Dorwinion, destinato unicamente ai banchetti del re e non ai suoi soldati e ai suoi servi; e lo si doveva bere in coppe più piccole, e non nei larghi boccali del maggiordomo (Da Lo Hobbit, Adelphi ed. 2000, p. 199)

E infine l’Anello, sicuramente la parte più controversa del passaggio da libro a film. Questo perché ai tempi Tolkien stesso non aveva ancora immaginato che sarebbe divenuto tra gli oggetti più importanti di tutto il suo legendarium. Tanto che ne Lo Hobbit letterario Bilbo non fa assolutamente mistero del fatto che lo possiede, così come non manca di raccontare ai Nani il suo incontro con Gollum.

Tutto questo nelle pellicole è stato cambiato e nascosto. I Nani infatti non capiscono come faccia Bilbo a comparire e scomparire a piacimento, e non indagano visto che comunque è un aiuto prezioso ai fini della loro cerca. Lo stesso Gandalf deve “accontentarsi” di un orrendo sospetto, che avrà appunto conferma solo sessant’anni dopo, in La Compagnia dell’Anello.

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Dove stanno portando gli Hobbit?

Chiudiamo con qualcosa di più leggero ma a modo suo commovente. Nel 2013 vennero infatti girate le ultime scene che vedevano il coinvolgimento di Orlando Bloom. L’interprete di Legolas fu in quell’occasione costretto a un certo superlavoro, sottoponendosi a dodici ore di riprese. Quando la giornata finì, il regista volle comunque festeggiare quell’ultimo giorno. Quindi, con l’aiuto di un paio di birre, decise di omaggiare il celebre meme di internet They’re Taking The Hobbits to Isengard.

Il meme in sé risale al 2005, quando venne pubblicato il curioso montaggio video di alcune battute della trilogia originale de Il Signore degli Anelli con sottofondo un remix di Concerning Hobbits, l’immortale tema musicale della Contea composto da Howard Shore. Jackson mise Orlando Bloom (ancora truccato da Legolas) a ripetere in tempo reale la celebre battuta “stanno portando gli Hobbit a Isengard”. Il video in questione venne caricato sul canale YouTube di Jackson, raggiungendo immediatamente milioni di visualizzazioni. Quindi, l’ultima volta in cui Legolas è comparso sugli schermi di tutto il mondo è stato per legittimare il suo stesso meme, in un divertente addio.

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Conclusione: la vita semplice di un Hobbit qualunque

Lo Hobbit potrebbe essere l’ennesima dimostrazione di come la creatività sia, prima di tutto, una questione di compromessi e di linguaggi. Un libro come Lo Hobbit, nato come piccola epopea travestita da fiaba, ha ricevuto poi un adattamento su pellicola grandioso, ma allo stesso tempo controverso. Eppure la pacata grandezza di Tolkien è ancora tutta lì, con la forza del maestro che prima insegna e poi dissimula. Un trauma crudele ma necessario perché l’allievo-lettore possa maturare un proprio giudizio e capire il messaggio.

Perché Lo Hobbit è la storia di un uomo qualunque che si trova in mezzo a eventi troppo più grandi di lui. Ma che proprio in virtù della sua “piccolezza” riesce dove tutti gli altri falliscono. Fortunato, resistente ma intelligente e soprattutto non accecato da rancore e avidità. In questo senso l’ultima battuta di Thorin ne è la sintesi: “se vi fossero più persone a ritenere la casa più importante dell’oro, allora questo mondo sarebbe un posto migliore”.

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