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Tutto quello che non sapete su Il Signore degli Anelli: Le Due Torri

Il Legendarium di Tolkien è da sempre molto difficile da trattare. Una situazione che persino peggiora quando bisogna confrontarsi direttamente con Il Signore degli Anelli. Malgrado infatti questo grande romanzo fantasy sia solo una piccola parte dell’epica di Tolkien, è stata anche quella parte che ha travalicato la pagina approdando sullo schermo. Pertanto gli appassionati sono se possibile ancor più preparati e competenti.

Dopo aver esplorato le curiosità e i retroscena sulla trilogia di Peter Jackson, oggi torniamo proprio alla pagina scritta per parlarvi de Le Due Torri. Un confronto con le pellicole sarà inevitabile, ma necessario per capire il naturale adattamento e confronto che avviene quando si passa da letteratura a cinema.

Il Signore degli Anelli

Non tre libri, ma sei

Cominciamo sfatando il mito più diffuso: Le Due Torri, tecnicamente parlando, non è né un libro a sé stante né tantomeno una “seconda parte”. Tolkien ha sempre concepito il suo Signore degli Anelli come un unicum, sviluppato partendo da Lo Hobbit e poi ampliato da elementi presi dal Silmarillion, il grande background mitologico del suo legendarium. L’intenzione iniziale del Professore era infatti quella di pubblicare insieme Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion, essendo il primo la parte cronologicamente più recente della storia.

Tolkien fu frenato in questo intento dalla contingenza post-bellica: già ai tempi della seconda guerra mondiale aveva riscontrato disagi vari, tra cui la mancanza di carta per scrivere. Neppure dopo il conflitto le cose erano cambiate: di qui la decisione sia di pubblicare solo Il Signore degli Anelli, sia di dividerlo. Queste sarebbero diventate le tre parti che oggi tutto il mondo conosce: La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re.

Il Signore degli Anelli

Fin qui, sono tutte informazioni note anche ai non avvezzi alla letteratura. Due sono le cose sconosciute a chi de Il Signore degli Anelli conosce solo il cinema: il fatto che in origine i libri fossero sei e la controversia sui titoli. Andiamo con ordine: prima della divisione voluta dall’editore, il romanzo di Tolkien era già stato diviso dall’autore in sei “libri”. Ciascuna parte quindi ne contiene due e Le Due Torri è composto da terzo e quarto, rispettivamente Il Tradimento di Isengard e Il Viaggio a Mordor. Queste ultime sono comunque titolazioni ufficiose, suggerite da Tolkien in una delle sue lettere. Nelle edizioni ufficiali, i sei libri non hanno titolo.

La seconda curiosità sulla titolazione riguarda proprio Le Due Torri: tale seconda parte infatti include i due libri che Tolkien ritiene concettualmente come i più lontani tra loro, e dunque difficilissimi da appaiare in una sola frase. Considerava quindi Le Due Torri come un titolo “semi-provvisorio”, lasciando volutamente nell’ambiguità a quali “due torri” si riferisse.

Il Signore degli Anelli

Le Due Torri, da Fosso a Trombatorrione

Basta aprire il libro de Le Due Torri per accorgersi immediatamente della prima differenza. Il funerale di Boromir è infatti descritto subito, mentre nel film fa da chiosa alla prima pellicola. Poche inquadrature ne mostrano la salma venire inghiottita dalle cascate di Rauros insieme alla barca funebre.

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Un’altra differenza tra libro e film de Le Due Torri sta nel modo in cui vengono narrate le due battaglie chiave della storia. Presenti entrambe nel libro terzo, a quella del Fosso di Helm viene dedicato un intero capitolo. L’evento però nel libro viene chiamato Battaglia del Trombatorrione, e a giungere in aiuto dell’assediato Théoden non è suo nipote Éomer, bensì il maresciallo Erkenbrand. Costui è un saggio consigliere del re di Rohan, e che Gandalf si era assunto il compito di rintracciare. Nel film Erkenbrand è stato tagliato per due ragioni. La prima è l’alleggerimento delle vicende: il personaggio non ha ulteriori ruoli di rilievo dopo il Fosso. La seconda è il rendere più epica la chiusura della battaglia: l’arrivo di Éomer assume l’ulteriore significato (simbolico, visto che sono zio e nipote) del figlio che salva il padre da morte certa.

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Un’altra evidente differenza sta nel modo in cui viene trattata la vicenda di Merry, Pipino e gli Ent. Il ritrovamento dei due Hobbit è il medesimo, ma in originale Barbalbero non si risparmia in dettagli sulla sua razza. Questo espediente narrativo è all’origine di uno dei momenti della narrazione con più poesie in assoluto. Tanto che lo stesso Barbalbero si presenta ai due Hobbit con una poesia dove elenca tutte le razze della Terra di Mezzo. In tale poema mancano però proprio gli Hobbit: Pipino si guadagna i primi accenni di stima di Barbalbero quando glielo completa ideandone la strofa:

Hobbit i mezzo cresciuti / Quelli che vivon nei buchi (edizione Bompiani del 2002, p. 568)

Nei momenti successivi Barbalbero continua con i dettagli, parlando anche del fatto che della sua razza siano rimasti solo gli Ent, che si occupavano degli alberi. Ma ugualmente egli ricorda come vi fossero anche le Entesse (le donne) che si occupavano delle coltivazioni. Accenna poi all’esistenza degli Entini (cioè i bambini) e persino alle Entelle (le ragazze). Sono tutti divertissement linguistici di Tolkien, che ha ricavato il termine Ent dall’anglosassone, dove ha il generico significato di “gigante” (deriva dall’antico germanico etunaz, termine da cui poi sarebbe derivato anche lo scandinavo jotunn).

Gollum, una volta Dìgol

Battaglie a parte, uno dei motivi per cui Le Due Torri è memorabile sta nella prima apparizione (seconda, per i lettori di Lo Hobbit) di Gollum in scena. Questo curioso essere, non malvagio ma irrimediabilmente corrotto, è il personaggio più controverso e affascinante della storia. Parte del suo fascino sta nel fatto che neppure Tolkien avesse un’idea chiara della sua natura. Un dubbio che, ai tempi dell’avventura di Bilbo, egli estendeva pure all’Anello.

Il Professore sorvolò sulle due questioni in Lo Hobbit, ma dovette scioglierle quando decise di reinserire entrambi ne Il Signore degli Anelli. Alla fine decise di dare all’essere il nome Dìgol, ampliandone il ruolo e chiarendone le origini come Hobbit sturoi. Questa è una delle tre sotto-razze in cui Tolkien suddivide gli Hobbit nell’introduzione de Il Signore degli Anelli: le altre due sono i Pelopiedi e i Paloidi.

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Successivamente però cambiò il nome del personaggio in quello che tutti oggi conosciamo, ovvero Sméagol; il suo primo nome (riadattato in Déagol) andò al suo fedele amico nonché prima vittima dell’avidità scaturita dall’Unico Anello. E considerate le credenze cattoliche di Tolkien, non ci vuole molto ad associare l’omicidio di Déagol come un riferimento all’episodio biblico di Caino e Abele.

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Contrariamente al suo tragico retroterra narrativo, le intenzioni iniziali di Tolkien erano di trasformare Gollum in un personaggio positivo. Nelle prime bozze del futuro secondo capitolo de La Compagnia dell’Anello, Gandalf racconta che Gollum era contento di dare l’Anello a Bilbo. Anzi, la sfida degli indovinelli che vediamo in Lo Hobbit era per lui una situazione di vincita sicura. Se Bilbo avesse perso, Gollum se lo sarebbe mangiato; se Bilbo avesse vinto, Gollum si sarebbe liberato dal tormento che gli dava l’Anello.

Gandalf narra tutto ciò all’Hobbit Bingo Baggins, ovvero una versione “provvisoria” di Frodo. Nonostante il ruolo di fondo di Gollum non sia cambiato, curiosamente a un certo punto Tolkien aveva anche accarezzato l’idea di fargli trovare un “secondo Anello”. L’autore avrebbe poi scartato tutte queste idee in favore della sequenza di avvenimenti così come la leggiamo oggi.

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Samvise Gamgee e l’Anello

Nel libro de Le Due Torri, dopo aver raccontato la Battaglia del Trombatorrione e la distruzione di Isengard da parte degli Ent (quest’ultima non descritta direttamente), Tolkien riavvolge il tempo e riprende a narrare di Frodo e Sam. I due, proprio nei medesimi giorni, incontrano Gollum e attraversano le Paludi Morte. Giungono poi alla Tana di Shelob, inconsapevoli di stare per finire in trappola. Il ragno gigante ostile è infatti un topos onnipresente nelle opere di Tolkien, che in questa maniera esorcizza letterariamente una delle sue paure più ataviche. Egli infatti soffriva di aracnofobia, derivata da un trauma infantile. Ancora bambino e nato in Sudafrica, l’autore venne punto da una tarantola mentre si trovava nel giardino della sua casa.

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La vicenda di Shelob su pellicola è stata spostata a Il Ritorno del Re, dove invece a fungere da chiosa era la fine della Battaglia del Fosso di Helm e i primi accenni del piano di Gollum di tradire Frodo e Sam. Questo diverso ordine di eventi ci porta a quella che probabilmente è la differenza più evidente tra libri e film.

È un avvenimento appunto a cavallo tra Le Due Torri e Il Ritorno del Re: Frodo viene catturato dal ragno Shelob e salvato da Sam Gamgee. Il buon Hobbit, credendo morto il suo padrone, dopo averlo pianto decide di portarne avanti la missione prendendogli l’Anello. Le Due Torri letterario si conclude così, con Sam che apprende indirettamente dagli Orchetti che Frodo è vivo e che lo porteranno prigioniero a Cirith Ungol.

Il Signore degli Anelli

Tolkien avrebbe ripreso a narrare la liberazione di Frodo da parte di Sam solo molto dopo ne Il Ritorno del Re. Prima infatti avrebbe esaurito sia l’assedio di Minas Tirith che l’ultima resistenza eroica di Aragorn e del suo esercito di fronte al Cancello Nero. Chiaramente nei film il dettaglio che Sam avesse preso l’Anello viene tenuto nascosto per ragioni di suspense cinematografica. Quello che inoltre le pellicole non mostrano è come, pure in quel poco tempo in cui lo porta, l’Anello provi a corrompere lo stesso Sam.

“Il suo pensiero si rivolse all’Anello, ma non vi trovò alcun conforto, solo paura e pericolo. Appena avvistato il Monte Fato che ardeva in lontananza, Sam si era accorto di un cambiamento sopravvenuto nel suo fardello. Man mano che si avvicinava alle immense fornaci dove, negli abissi del tempo, era stato modellato e forgiato, il Potere dell’Anello aumentava, ed esso si faceva sempre più pesante: soltanto una potente forza di volontà avrebbe potuto domarlo.” (edizione Bompiani del 2002, p. 1077)

Per un giorno e una notte, il buon Gamgee viene infatti tentato con rinnovata forza dal gioiello. Una forza che gli deriva dall’aver realizzato di essere ormai molto vicino al suo padrone Sauron. Tolkien non si risparmia a descrivere le tentazioni dell’Anello stesso, dipingendole come “pazzie fantasiose”. Sam si vede come Samvise il Forte, l’Eroe dell’Era che alzando al cielo la sua spada di fuoco richiamava eserciti che distruggevano Barad-Dûr. Una visione che continuava con l’improbabile trasformazione della valle di Gorgoroth in un frutteto rigoglioso.

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Un ultimo dettaglio: un altro effetto dell’Anello su Sam è come lo faccia sentire oppresso da un’inspiegabile ombra grande e nera. Questa descrizione potrebbe essere stata visivamente citata nel terzo film. Qui Sam, risalendo per Cirith Ungol, spaventa degli Orchi da dietro un angolo ruggendo e proiettando un’ombra gigantesca.

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Conclusione: il valore dei piccoli

Sam sarebbe riuscito a resistere a tutto ciò solamente perché animato dal desiderio di liberare Frodo dalla sua prigionia. Il Calcolo degli Anni de Il Signore degli Anelli (Appendice B) ci dice infatti che Sam è stato Portatore dell’Anello dal 13 al 14 marzo del 3019 della Terza Era. Da tale Appendice si sa anche che in quegli stessi giorni Minas Tirith è assediata. Il giorno dopo (15 marzo 3019) sarebbe giunto Théoden, dando inizio alla Battaglia dei Campi del Pelennor. Probabilmente fu proprio questa contemporaneità a spingere Peter Jackson e i suoi collaboratori a spostare la vicenda di Cirith Ungol al terzo film.

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Dai ruoli non definiti alla fatica nell’appaiare vicende parallele lontane, la gestazione de Le Due Torri ha sofferto dei problemi di qualunque “episodio centrale”. E ciò è accaduto tanto su carta quanto su pellicola. Tanto che lo stesso Tolkien aveva inizialmente pensato di virare verso una concezione più “positiva” e “fiabesca”. Solo dopo avrebbe cambiato idea, onde preparare la scena per la grande conclusione. Una vittoria del Bene dove la luce squarcia la disgrazia proprio nel momento più buio.

E per certi versi, forse è meglio che sia andata così. Non tanto per i “dubbi” sull’introduzione di Déagol, quanto piuttosto perché il ritrovamento di un “secondo Anello” da parte di Gollum avrebbe fatto perdere all’impresa di Frodo tutta la sua importanza narrativa. Tale secondo esemplare sminuiva sia la componente dell’avidità, sia il tema più importante della storia, venuto fuori solo in fase di revisione. Tale tema era come a dover vincere una guerra che non hanno voluto sono sempre i piccoli e gli ultimi, e che soprattutto c’è redenzione anche per loro.

Se volete confrontarvi con l’opera originale di Tolkien nella nuova traduzione in italiano, qui trovate Le Due Torri!