Nei primi anni 90 il sistema operativo originale del Macintosh cominciava a sentire il peso del tempo: architettura datata, multitasking limitato e memoria gestita con soluzioni ormai inadeguate. Apple provò allora a compiere un salto generazionale con Copland, il nome in codice di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo cuore dei Mac. Il progetto prometteva di migliorare tutti gli aspetti fallaci del sistema operativo attualmente distribuito in quegli anni e, soprattutto, di garantire la possibilità di eseguire applicazioni realizzate per Windows, mettendo i Macintosh in competizione diretta con i PC che offrivano il sistema operativo di Microsoft. Sulla carta era una rinascita, nella realtà fu un disastro. Copland divenne un cantiere infinito: specifiche che cambiavano, funzioni che venivano aggiunte costantemente senza una direzione chiara, ritardi accumulati come polvere sotto il tappeto. Dopo anni di sviluppo e milioni investiti, Apple non riuscì mai a presentare una versione stabile, e soprattutto convincente, di quel progetto, che venne definitivamente cancellato nel 1996. In seguito al fallimento di Copland, Apple entrò in una crisi profonda che avrebbe poi portato all’acquisizione di NeXT e al ritorno di Steve Jobs. Copland non arrivò mai sugli scaffali, ma il suo fallimento aprì indirettamente la strada a macOS X e alla rinascita dell'azienda.
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