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iFixit: il MacBook ha una certificazione ecologica fasulla

EPEAT (Electronic Product Environmental Assessment Tool) ha assegnato la certificazione "Gold" a cinque notebook ultrasottili di Apple, Lenovo, Samsung e Toshiba che sulla carta non sembrano avere i requisiti per il premio di conformità alle norme ambientali. La polemica è stata immediata: il metodo di certificazione che valuta l'impatto ambientale dei dispositivi è messo in dubbio e c'è il sospetto che l'ente di certificazione si pieghi alle pressioni dei produttori che vogliono a tutti i costi le certificazioni pur non avendone titolo. EPEAT ha risposto che non ha la pretesa di essere uno standard impeccabile, ma che è quello più efficace e che ha rispettato le linee guida.

A gettare benzina sul fuoco è stato prima Greenpeace poi Kyle Wiens, il fondatore di iFixit, che dopo avere smontato i prodotti ha concluso che ci sono enormi discrepanze tra gli standard EPEAT e la loro interpretazione da parte del Comitato di Verifica per il Prodotto (PVC). 

Fanno scandalo le ultime certificazioni Gold di EPEAT

Il dito è stato puntato contro il MacBook Pro Retina, fra i protagonisti un tira e molla che aveva tenuto banco a luglio, quando Apple aveva ritirato i suoi prodotti dal programma di certificazione. L'accusa di EPEAT era che "la direzione intrapresa in fase di progettazione non è più in armonia con i requisiti EPEAT". L'azienda di Cupertino però aveva fatto un passo indietro e riabbracciato la certificazione, dopo che il dipartimento dell'Ambiente di San Francisco si era detto pronto a chiudere i rubinetti dei finanziamenti per l'acquisto di prodotti Apple.

Fra i requisiti di cui avrebbe dovuto tenere conto il Comitato, spiega Wiens, c'è la facilità di identificazione e di rimozione di componenti pericolosi come le batterie. Dovrebbero essere sostituibili con "strumenti ampiamente disponibili", cosa che non si può certo dire delle viti a pentalobo che richiedono cacciaviti appositi. L'interpretazione di manica larga a cui si è prestato il Comitato è che è sufficiente che gli strumenti "possano essere acquistati da qualsiasi persona o azienda sul mercato".

La colla residua sullo chassis del MacBook dopo avere rimosso la batteria

Poco importa, poi, che la batteria del prodotto Apple sia incollata, quindi per definizione sia impossibile da rimuovere senza danneggiare il prodotto e impossibile da riciclare. Passando poi al capitolo dell'aggiornabilità del prodotto, Wiens fa notare come memorie e unità SSD non si possano sostituire dopo l'acquisto. Anche in questo caso tuttavia il PVC ha stabilito con un criterio tecnico del tutto discutibile che per guadagnare il premio di "aggiornabilità" è sufficiente che il dispositivo sia in possesso di "una porta accessibile dall'esterno". Insomma, un connettore USB è considerato un aggiornamento hardware.

Non ultimo, il Comitato ha rifiutato di specificare i parametri precisi che definiscono lo smontaggio "facile e sicuro". È alla luce di queste informazioni che Wiens, tamite Wired, ha concluso che "nella migliore delle ipotesi, l'interpretazione delle norme di certificazione EPEAT Gold è ridicolmente fuori dal mondo". "Nella peggiore delle ipotesi, significa che fra una decina d'anni potremmo trovarci di fronte a una montagna di rifiuti elettronici che non possono essere riciclati senza uno smontaggio ad hoc con sottomano informazioni segrete del costruttore."

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Difficile dargli torto, tant'è vero che lo stesso amministratore delegato di EPEAT, Robert Frisbee, aveva dovuto ammettere a luglio che la progettazione del MacBook è insostenibile e che "se la batteria è incollata allo chassis significa che non è possibile riciclare né lo chassis né la batteria".

Peccato che le divergenze fra Apple e l'ente di certificazione siano nel frattempo state appianate, e nel report pubblicato la scorsa settimana dall'EPEAT si legge che il Comitato ha dovuto fare delle eccezioni per la nuova generazione di notebook ultrasottili. Ecco che tutti gli ultrabook senza sportelli di accesso ai componenti interni e senza la possibilità di aggiornare la configurazione sono diventati improvvisamente facili e sicuri da smontare.

A questo punto non resta che credere a Weins quando scrive che certe decisioni sono il risultato di pressioni delle lobby e che i rappresentanti dei produttori vengono pagati per partecipare a questi incontri, che sono invece preclusi alle associazioni dei consumatori. Anche perché, certificazione o no, è un dato di fatto che gli ultrabook (tranne poche eccezioni) sono casseforti inespugnabili, ma nessuno se n'è lagnato.

La verità è che i consumatori hanno un potere enorme nelle loro mani, quello di far morire i prodotti sul nascere, ma non lo usano quasi mai per difendere l'ambiente in cui viviamo. Gli ultrabook però costano troppo per avere successo e alla fine il risultato è lo stesso.