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Intel: 8 miliardi per Ivy Bridge, le CPU a 22 nanometri

Intel ha annunciato che investirà tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari in alcuni stabilimenti produttivi situati negli Stati Uniti, aggiornandoli per supportare la produzione di processori realizzati a 22 nanometri. L’azienda aveva anticipato questa intenzione già nel 2009. L’investimento porterà al potenziamento degli impianti già esistenti di Arizona, mentre in Oregon Intel costruirà anche un nuovo sito. Il progetto chiederà la partecipazione di un numero tra 6000 e 8000 operai e, alla fine, porterà alla creazione di 800/1000 nuove posizioni di lavoro hi-tech permanenti.

Il nuovo impianto dell’Oregon, che è stato chiamato D1X, muoverà i primi passi nel 2013. Intel aggiornerà anche le Fab 12 e 32 dell’Arizona e gli impianti produttivi D1C e D1D sempre dell’Oregon. “L’annuncio di oggi riguarda il prossimo passo nell’avanzamento continuo della legge di Moore e un nuovo impegno a investire nel futuro di Intel e negli Stati Uniti. L’impatto immediato di questo nostro investimento di svariati miliardi di dollari riguarderà la creazione di migliaia di posti di lavoro associati alla produzione di un nuovo impianto e all’aggiornamento di altri quattro. In seguito si creeranno ulteriori posti di lavoro nel settore della produzione hi-tech”, ha dichiarato il presidente e amministratore delegato di Intel, Paul Otellini.

Intel in questo momento si appresta a presentare la seconda generazione di processori a 32 nanometri, basati su architettura Sandy Bridge. Nella seconda metà del 2011 Intel presenterà il primo design a 22 nanometri, nome in codice “Ivy Bridge”. Sappiamo però che, per quanto la miniaturizzazione proceda a livelli qualche anno fa impensabili, il cammino prima di abbandonare il silicio è ancora lungo (CPU Intel, ecco la roadmap completa fino al 2019).

Intel e Otellini sembrano avere come priorità gli investimenti nel proprio paese, qualcosa di alieno per noi italiani. Il colosso dei microprocessori vende maggiormente al di fuori degli Stati Uniti, ma tre quarti della produzione avviene sul suolo statunitense.

Ad agosto l’AD di Intel aveva attaccato l’amministrazione Obama per una tassazione troppo elevata, che stimolava poco le imprese a investire (Ictbusiness.it: Otellini, CEO Intel, attacca Obama e le sue tasse). In quel frangente Otellini fu molto chiaro: “Mi costa 1 miliardo di dollari in più costruire e condurre una fabbrica di semiconduttori in USA”, ha dichiarato Otellini. E il 90% del costo aggiuntivo ai 4 miliardi di una nuova fabbrica non è il lavoro ma tasse e regolamentazioni che altri Paesi non impongono”.

“Se le tasse in USA fossero come quelle nel resto del mondo, allora le corporation sarebbero incentivate a investire negli Stati Uniti. Invece la tassazione USA è la seconda del mondo industrializzato e quindi sono meno attraenti per investire e creare posti di lavoro rispetto all’Europa e l’Asia che fanno la fila per favorire gli investimenti di Intel”.

“A proposito delle tasse in USA”, ha scritto il collega Francesco di Martile su Ictbusiness.it, “al mattino Carly Fiorina aveva ricordato che la corporate income tax è del 35%, molto oltre la media dei paesi industrializzati che è del 18,2%. Cifre che per l’Italia sono semplicemente un sogno”.