Il mondo delle telecomunicazioni si trova oggi di fronte a un bivio cruciale: da un lato la necessità di integrare massivamente l'intelligenza artificiale per mantenere competitività ed efficienza, dall'altro l'urgenza di ripensare completamente il ruolo del capitale umano all'interno di questa trasformazione. Non si tratta più soltanto di implementare nuove tecnologie, ma di ridefinire l'essenza stessa del lavoro in un settore dove algoritmi, reti intelligenti e manutenzione predittiva stanno già rivoluzionando i processi quotidiani. La vera partita, secondo gli esperti, si gioca sul terreno delle competenze e della formazione continua.
Il recente rapporto presentato dalla Fondazione Randstad AI & Humanities alla Camera dei Deputati ha acceso i riflettori su una realtà impressionante: oltre 10,5 milioni di lavoratori italiani rischiano di vedere le proprie mansioni automatizzate nei prossimi anni. Le categorie più vulnerabili sono quelle con qualifiche medio-basse, dagli artigiani agli impiegati d'ufficio, ma il fenomeno investe trasversalmente anche settori ad alta tecnologia come le telecomunicazioni. Qui, paradossalmente, la stessa infrastruttura digitale che garantisce il funzionamento delle reti potrebbe rendersi protagonista della sostituzione di numerosi ruoli professionali.
Ma c'è un aspetto che ribalta completamente la prospettiva catastrofista: l'automazione non genera solo perdita di posti di lavoro, ma crea simultaneamente nuove opportunità occupazionali. Nel comparto delle telecomunicazioni, mentre alcune funzioni operative e di assistenza clienti vengono progressivamente delegate a sistemi intelligenti, emergono figure professionali completamente nuove. Data scientist, esperti di cybersecurity, ingegneri specializzati in machine learning e professionisti della gestione dell'esperienza utente rappresentano solo alcune delle professioni del futuro già richieste dal mercato.
Valentina Sangiorgi, presidente della Fondazione, ha sintetizzato efficacemente il nocciolo della questione affermando che il destino dell'AI in Italia dipende dalle decisioni che vengono prese oggi. L'intelligenza artificiale potrebbe compensare il drammatico calo demografico atteso nel prossimo decennio, quando l'Italia perderà circa 1,7 milioni di lavoratori. Tuttavia, questa prospettiva positiva si realizza solo a condizione che vengano avviate politiche formative strutturate e venga costruito un framework etico di governance tecnologica.
La ricerca mette in evidenza come la trasformazione in atto richieda una doppia rivoluzione delle competenze. Da una parte servono nuove hard skill: alfabetizzazione digitale avanzata, capacità di analisi dei dati, comprensione della logica algoritmica. Dall'altra, acquisiscono valore inedito le soft skill tradizionalmente considerate "umane": creatività, empatia, pensiero critico e capacità di affrontare problemi complessi senza soluzioni predefinite. Nel settore delle telecomunicazioni, dove la gestione massiva di dati costituisce già l'ossatura operativa, questo dualismo assume una rilevanza particolare.
I professionisti delle telecomunicazioni non possono più limitarsi alla conoscenza tecnica delle infrastrutture: devono imparare a collaborare con i sistemi intelligenti, comprenderne il funzionamento profondo e saper interpretare criticamente i risultati che producono. La comunicazione stessa diventa una competenza strategica, non più intesa soltanto come capacità relazionale, ma come abilità di mediare tra linguaggio umano e logica algoritmica, traducendo esigenze in parametri e output in decisioni.
L'impatto dell'automazione, secondo lo studio, non è distribuito uniformemente sul territorio nazionale. Le regioni a vocazione manifatturiera tradizionale o con economie meno digitalizzate risultano maggiormente esposte ai rischi, mentre aree come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, caratterizzate da ecosistemi innovativi più maturi, offrono migliori possibilità di riqualificazione professionale. Anche l'età costituisce un fattore discriminante: i giovani tra 15 e 24 anni, nativi digitali, mostrano minore vulnerabilità rispetto agli over 50, per i quali diventa fondamentale l'accesso a programmi di formazione permanente.
Un dato particolarmente significativo riguarda lo smart working. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, chi lavora prevalentemente da remoto risulta più esposto all'automazione: l'82,5% dei lavoratori che svolgono almeno metà delle proprie attività da casa è potenzialmente sostituibile da sistemi intelligenti. Nel mondo delle telecomunicazioni, dove il lavoro agile è diventato prassi consolidata, questa evidenza solleva interrogativi profondi sul futuro degli spazi lavorativi e sulla loro funzione sociale.
Gli uffici dovranno evolversi da semplici postazioni operative a veri hub di connessione umana, luoghi dove alimentare creatività, senso di appartenenza e collaborazione. Le competenze che nessun algoritmo potrà mai replicare – empatia, leadership, intuizione – richiedono interazione fisica e scambio continuo. Le aziende del settore sono chiamate a ripensare completamente le proprie politiche organizzative per valorizzare questa dimensione relazionale del lavoro.
Il sistema educativo diventa terreno di sperimentazione privilegiato. Università e centri di formazione aziendale delle tlc utilizzano già l'AI per personalizzare i percorsi di apprendimento e migliorare l'efficienza didattica. Tuttavia, la Fondazione Randstad evidenzia un rischio concreto: quello della "incoscienza artificiale", ovvero la tendenza a delegare completamente alle macchine senza sviluppare una reale consapevolezza critica. L'intelligenza artificiale dovrebbe funzionare come strumento di dialogo socratico, stimolando il ragionamento anziché fornire semplicemente risposte preconfezionate.
Il modello formativo del futuro deve privilegiare l'esperienza diretta, la sperimentazione pratica e la collaborazione uomo-macchina, superando definitivamente le lezioni frontali tradizionali. Nel settore delle telecomunicazioni questo significa preparare figure capaci di gestire reti intelligenti, infrastrutture cloud e sistemi predittivi, ma anche manager in grado di interpretare le implicazioni etiche e sociali delle decisioni algoritmiche. Non bastano più percorsi universitari convenzionali o aggiornamenti occasionali: servono investimenti pubblici e privati massicci in programmi di upskilling e reskilling accessibili a tutti i livelli professionali.
La questione della governance etica emerge come priorità assoluta. Il rapporto invita a costruire un quadro normativo trasparente e responsabile, capace di garantire che gli algoritmi rispettino valori umanistici e non solo logiche di mercato. In questa direzione si muove il progetto di ricerca coordinato dal professor David Leslie della Queen Mary University di Londra, che propone una governance dell'AI ispirata al framework UNESCO, già riconosciuto come riferimento internazionale per lo sviluppo responsabile delle tecnologie intelligenti.
La conclusione della Fondazione Randstad ribalta la narrazione distopica che spesso accompagna il dibattito sull'intelligenza artificiale. L'AI non rappresenta una minaccia esistenziale per il lavoro umano, ma un'estensione delle capacità cognitive e operative delle persone.