La ricerca di biomarcatori per diagnosticare il long COVID ha compiuto un passo avanti grazie a uno studio del Translational Genomics Research Institute (TGen) e del Lundquist Institute for Biomedical Innovation. Pubblicato su Infection, il lavoro fornisce la prima evidenza di un indicatore quantificabile per una condizione che colpisce milioni di persone. Finora, la diagnosi si basava esclusivamente su sintomi persistenti, senza test ematici specifici.
Vescicole extracellulari: messaggeri che trasportano tracce virali
Il fulcro della scoperta è l’analisi delle vescicole extracellulari (EV), minuscole strutture che trasportano proteine e altri materiali biologici tra le cellule. In uno studio clinico di 12 settimane su 14 pazienti sottoposti ad allenamento aerobico, i ricercatori hanno analizzato 56 campioni di sangue, trovando in queste vescicole 65 frammenti proteici del SARS-CoV-2. Si tratta di porzioni della proteina Pp1ab, un enzima RNA essenziale per la replicazione virale, assente nelle cellule sane e quindi potenziale marcatore specifico.
"Quando un paziente presenta sintomi persistenti 12 settimane dopo il COVID-19, la diagnosi è presuntiva: non esistono esami del sangue per confermarla", spiega William Stringer, autore senior. La mancanza di un test oggettivo è una delle difficoltà principali nella gestione clinica del long COVID.
Un dato rilevante è che i peptidi virali sono stati rilevati in tutti i pazienti, ma non in ogni campione. Nessuna traccia, invece, nei campioni di controllo pre-pandemia, rafforzando il legame con l’infezione da SARS-CoV-2.
Possibile persistenza virale
La scoperta si inserisce tra le evidenze di una possibile persistenza del virus in alcuni tessuti. Le EV potrebbero fungere da veicolo per raggiungere organi come il cervello, privi dei punti di accesso classici. "Se il virus si muove nel corpo, è logico cercarlo nelle vescicole", spiega il primo autore Asghar Abbasi.
Patrick Pirrotte, co-autore senior, evidenzia che il segnale dei peptidi virali è sottile e non sempre rilevabile. Non è chiaro se indichi semplice materiale residuo o replicazione attiva, e lo studio non ha incluso soggetti guariti senza sintomi di long COVID. Restano da chiarire anche gli effetti dell’esercizio fisico sull’attivazione di programmi virali intracellulari. La ricerca è stata finanziata da Pulmonary Education and Research Foundation, UCLA David Geffen School of Medicine e Ventura County Community Foundation.