Attualmente, oltre l'80% dei pazienti dimessi dopo un infarto non complicato riceve una prescrizione di beta-bloccanti, farmaci che per generazioni sono stati considerati il pilastro della terapia post-infartuale. Tuttavia, questa prassi si è consolidata in un'epoca in cui le tecniche di intervento erano molto diverse da quelle odierne. Come spiega Borja Ibánez, direttore scientifico del CNIC e investigatore principale dello studio, la riapertura sistematica e tempestiva delle arterie coronarie occluse ha ridotto drasticamente il rischio di complicazioni gravi come le aritmie.
La ricerca ha monitorato i partecipanti per quasi quattro anni, assegnando casualmente la terapia con beta-bloccanti a metà del campione mentre l'altra metà riceveva cure standard senza questi farmaci. I risultati non hanno mostrato differenze significative tra i due gruppi in termini di mortalità, recidive di infarto o ospedalizzazioni per insufficienza cardiaca.
Il paradosso delle differenze di genere
Un'analisi specifica pubblicata sull'European Heart Journal ha rivelato un dato ancora più preoccupante: le pazienti donne trattate con beta-bloccanti presentavano un rischio assoluto di mortalità superiore del 2,7% rispetto a quelle non trattate, durante il follow-up di 3,7 anni. Questo eccesso di rischio riguardava specificamente le donne con funzione cardiaca completamente normale dopo l'infarto, mentre negli uomini non si osservava lo stesso effetto.
L'anomalia si concentrava nelle pazienti con frazione di eiezione ventricolare sinistra del 50% o superiore, mentre quelle con un lieve deterioramento della funzione cardiaca non mostravano un incremento di rischio con i beta-bloccanti.
Una svolta nella cardiologia interventistica
Valentin Fuster, presidente del Mount Sinai Fuster Heart Hospital e direttore generale del CNIC, sottolinea come questo studio si inserisca in una serie di ricerche rivoluzionarie che stanno trasformando l'approccio globale alle malattie cardiovascolari. REBOOT si affianca ai precedenti trial SECURE, che ha dimostrato l'efficacia di una polipillola nel ridurre del 33% gli eventi cardiovascolari, e DapaTAVI, che ha evidenziato i benefici dei farmaci antidiabetici nei pazienti con stenosi aortica.
La peculiarità del trial REBOOT sta nell’aver messo in discussione la necessità di terapie consolidate invece di testare nuovi farmaci. Una filosofia che rappresenta un cambio di paradigma, spostando l’attenzione dalla ricerca di novità alla verifica rigorosa dell’efficacia dei trattamenti tradizionali.
Verso una medicina personalizzata e basata sull'evidenza
I beta-bloccanti, pur considerati sicuri, possono causare effetti collaterali come affaticamento, bradicardia e disfunzioni sessuali. La loro rimozione dai protocolli standard potrebbe migliorare la qualità della vita dei pazienti e ridurre il carico farmacologico complessivo.
Condotto senza finanziamenti industriali su 109 ospedali, REBOOT rappresenta la più ampia ricerca clinica mai realizzata su questo argomento. I suoi risultati promettono di semplificare le cure post-infartuali, basandole su solide evidenze scientifiche piuttosto che su consuetudini radicate. Un monito chiaro: l’evoluzione delle tecniche mediche richiede una costante rivalutazione delle pratiche, anche quando sono considerate intoccabili da decenni.