La crisi ecologica globale potrebbe manifestarsi in modo più subdolo di quanto finora ipotizzato dalla comunità scientifica. Mentre per decenni i ricercatori hanno previsto che il riscaldamento climatico avrebbe accelerato i processi naturali di sostituzione delle specie negli ecosistemi locali, uno studio appena pubblicato su Nature Communications da un team della Queen Mary University of London rivela una dinamica opposta e profondamente preoccupante. Lungi dall'intensificarsi, il ritmo con cui le specie si sostituiscono reciprocamente negli habitat – un fenomeno ecologico noto come turnover – sta rallentando significativamente su scala planetaria. Questa scoperta ribalta le previsioni teoriche dominanti e getta nuova luce sui meccanismi attraverso cui il degrado ambientale antropico sta alterando il funzionamento fondamentale degli ecosistemi terrestri e marini.
L'indagine ha analizzato un imponente database globale di rilevamenti sulla biodiversità, comprendente ecosistemi marini, di acqua dolce e terrestri monitorati nel corso dell'ultimo secolo. La metodologia adottata ha permesso di confrontare i tassi di turnover – ovvero la velocità con cui una specie rimpiazza un'altra in un habitat specifico – prima e dopo gli anni Settanta, periodo in cui le temperature superficiali globali hanno iniziato ad aumentare con maggiore rapidità e i cambiamenti ambientali sono diventati più pronunciati. Il ragionamento teorico consolidato prevedeva che l'intensificarsi del riscaldamento climatico, spostando le zone climatiche e forzando le specie fuori da alcune aree mentre ne rendeva abitabili altre, avrebbe dovuto innescare estinzioni locali più rapide e colonizzazioni accelerate.
I risultati hanno invece documentato un calo generalizzato dei tassi di turnover su intervalli temporali brevi, compresi tra uno e cinque anni, attraverso una gamma estremamente diversificata di ecosistemi: dalle comunità di uccelli terrestri agli organismi dei fondali oceanici. Il declino medio si attesta intorno a un terzo rispetto ai valori precedenti, un dato statisticamente robusto che ha sorpreso gli stessi autori dello studio. Il professor Axel Rossberg, coautore della ricerca presso la Queen Mary University of London, ha sottolineato l'inattesa forza dell'effetto osservato, evidenziando come questa tendenza contraddica le aspettative basate sui modelli climatici convenzionali.
Per comprendere questa apparente anomalia, il team di ricerca ha spostato l'analisi dalle sole forzanti climatiche esterne alle dinamiche organizzative interne degli ecosistemi. L'interpretazione proposta si basa sul concetto teorico della fase a attrattori multipli, prevista nel 2017 dal fisico teorico Guy Bunin. Secondo questo modello, le comunità ecologiche non reagiscono semplicemente in modo passivo ai cambiamenti di temperatura, ma operano secondo dinamiche interne in cui le specie si sostituiscono continuamente a causa di interazioni biologiche reciproche, anche quando le condizioni ambientali esterne rimangono stabili. Il processo ricorda un gigantesco gioco perpetuo di "sasso-carta-forbici", in cui nessuna specie riesce a dominare stabilmente. La nuova ricerca fornisce la prima evidenza empirica su larga scala che questa fase a attrattori multipli esiste realmente in natura e svolge un ruolo centrale nel plasmare la struttura degli ecosistemi.
Se queste dinamiche interne mantengono normalmente gli ecosistemi in movimento continuo, cosa spiega il rallentamento osservato? Gli autori identificano nel degrado ambientale e nella contrazione dei pool regionali di specie le cause più probabili. In un ecosistema sano che opera nella fase a attrattori multipli, un ampio bacino regionale di specie fornisce un flusso costante di potenziali colonizzatori, mantenendo attivo il ciclo di sostituzione. Tuttavia, quando le attività umane danneggiano gli habitat e riducono la biodiversità su scala regionale, diminuisce il numero di specie disponibili per la colonizzazione. Con meno candidati pronti a insediarsi, il ritmo del turnover inevitabilmente declina.
Il dottor Emmanuel Nwankwo, primo autore dello studio, ha sottolineato come altre ricerche in corso stiano fornendo chiare indicazioni che gli impatti antropici causano il rallentamento del turnover, un fenomeno che definisce preoccupante. Le implicazioni sono particolarmente insidiose: ecosistemi che appaiono superficialmente stabili potrebbero in realtà mascherare una perdita di biodiversità a scala più ampia, con un conseguente indebolimento dei processi naturali che normalmente garantiscono dinamismo e resilienza ecologica. Un sistema che cambia più lentamente non è necessariamente più sano; al contrario, potrebbe segnalare che il serbatoio di diversità biologica da cui attinge si sta progressivamente esaurendo.
Questa scoperta impone una riconsiderazione delle metriche utilizzate per valutare la salute degli ecosistemi e solleva interrogativi cruciali sulle prospettive future. La ricerca apre nuove direzioni di indagine sulla soglia critica oltre la quale la riduzione del turnover diventa irreversibile e sulle strategie di conservazione capaci di preservare non solo le specie locali, ma soprattutto i pool regionali di biodiversità che alimentano la dinamica ecologica.