La depressione resistente ai trattamenti rappresenta una delle sfide più complesse della psichiatria moderna: circa un terzo dei pazienti con disturbo depressivo maggiore non risponde adeguatamente agli antidepressivi standard né alla psicoterapia, condannandosi a convivere con sintomi invalidanti per anni o decenni. Un dispositivo impiantabile che stimola il nervo vago sta ora dimostrando di poter offrire miglioramenti duraturi proprio a questi pazienti, quelli considerati tra i più difficili da trattare nell'intero panorama psichiatrico. I risultati di uno studio clinico multicentrico coordinato dalla Washington University School of Medicine di St. Louis indicano che i benefici ottenuti dopo un anno di terapia non solo si mantengono, ma in molti casi si consolidano ulteriormente nel secondo anno di trattamento.
Lo studio RECOVER, i cui risultati più recenti sono stati pubblicati il 13 gennaio sull'International Journal of Neuropsychopharmacology, ha coinvolto quasi 500 pazienti distribuiti in 84 centri clinici negli Stati Uniti. Si tratta di individui che convivevano con la depressione da una media di 29 anni e avevano già provato circa 13 diverse opzioni terapeutiche senza successo, incluse strategie intensive come la terapia elettroconvulsiva e la stimolazione magnetica transcranica. Circa tre quarti dei partecipanti presentavano una compromissione funzionale talmente grave da renderli incapaci di lavorare.
La stimolazione del nervo vago (VNS, dall'inglese vagus nerve stimulation) si basa sull'impianto chirurgico di un dispositivo sottocutaneo nel torace, progettato per inviare segnali elettrici controllati al nervo vago sinistro. Questa struttura anatomica costituisce una delle principali vie di comunicazione tra il cervello e numerosi organi interni, e la sua modulazione sembra influenzare i circuiti neurali coinvolti nella regolazione dell'umore. Il sistema VNS Therapy utilizzato nello studio è prodotto da LivaNova USA, Inc., che ha sponsorizzato e finanziato la ricerca.
Il disegno sperimentale prevedeva che tutti i partecipanti ricevessero l'impianto del dispositivo, ma solo la metà di essi aveva il sistema attivato durante il primo anno, permettendo così un confronto diretto. I ricercatori hanno monitorato la gravità dei sintomi depressivi, la qualità della vita e il funzionamento quotidiano. Una risposta veniva considerata significativa quando i sintomi miglioravano di almeno il 30% rispetto alla baseline, mentre una riduzione del 50% o superiore veniva classificata come risposta "sostanziale".
Nell'analisi focalizzata sui pazienti il cui dispositivo era stato attivato fin dall'inizio, su 214 individui circa il 69% (147 persone) ha mostrato una risposta significativa ad almeno una misura di outcome dopo un anno. Tra coloro che avevano beneficiato del trattamento a 12 mesi, oltre l'80% ha mantenuto o migliorato ulteriormente i risultati al termine del secondo anno, considerando le scale di valutazione della depressione, della qualità della vita e del funzionamento quotidiano. Particolarmente rilevante è il dato sui pazienti con risposta sostanziale: il 92% di loro continuava a trarre beneficio dalla terapia a 24 mesi.
Un aspetto incoraggiante riguarda i cosiddetti "responder tardivi": quasi un terzo dei partecipanti che non avevano mostrato miglioramenti nel primo anno ha riportato benefici significativi entro la fine del secondo anno, suggerendo che la terapia possa richiedere tempi più lunghi per manifestare i propri effetti in alcuni individui. I tassi di ricaduta sono rimasti bassi tra chi aveva risposto al trattamento, soprattutto tra i pazienti con risposta più marcata.
Dopo 24 mesi, più del 20% dei pazienti trattati (39 persone) si trovava in remissione completa, con sintomi ridotti al punto da consentire un funzionamento normale nella vita quotidiana. Come ha sottolineato Charles Conway, professore di psichiatria e primo autore dello studio nonché direttore del WashU Medicine Treatment Resistant Mood Disorders Center, "siamo rimasti sorpresi dal fatto che un paziente su cinque fosse effettivamente privo di sintomi depressivi alla fine dei due anni". Conway ha aggiunto che vedere persone migliorare e mantenere tale miglioramento in una malattia così complessa rappresenta un risultato altamente atipico, considerando che la maggior parte degli studi sulla depressione marcatamente resistente mostra una scarsa sostenibilità dei benefici, certamente non a due anni.
Va precisato che i risultati del primo anno in cieco dello studio RECOVER avevano mostrato che i pazienti con dispositivi attivi trascorrevano più tempo con umore migliorato, migliore funzionamento e qualità di vita superiore rispetto a quelli con dispositivi non attivi. Tuttavia, lo strumento di misurazione primario (la scala Montgomery-Åsberg per la depressione, che misura la gravità degli episodi depressivi) non aveva evidenziato una differenza statisticamente significativa tra i due gruppi, un risultato che non ha impedito di riconoscere l'efficacia clinica del trattamento su altri parametri rilevanti.
Conway ha enfatizzato come anche miglioramenti modesti possano trasformare radicalmente l'esistenza di una persona. La depressione grave può lasciare i pazienti "paralizzati dalla vita", incapaci di gestire attività quotidiane basilari e a rischio più elevato di ospedalizzazione o morte prematura. Per questo motivo, anche una risposta parziale al trattamento assume un valore potenzialmente salvavita in questa popolazione di pazienti che, secondo Conway, rappresenta "il campione di pazienti con depressione resistente al trattamento più grave mai studiato in un trial clinico".
Lo studio RECOVER ha anche un obiettivo di salute pubblica: raccogliere dati a lungo termine per supportare una possibile decisione dei Centers for Medicare and Medicaid Services (CMS) statunitensi di ampliare la copertura assicurativa per questa terapia. Poiché molte assicurazioni private seguono le decisioni del CMS, un'eventuale approvazione potrebbe rendere il trattamento accessibile a un numero molto maggiore di pazienti, superando quella che finora è stata una barriera principale: il costo elevato dell'impianto e del follow-up.
Le prospettive future della ricerca sulla stimolazione del nervo vago per la depressione resistente includono l'identificazione di marcatori predittivi che possano individuare quali pazienti hanno maggiori probabilità di rispondere, e la comprensione dei meccanismi neurobiologici attraverso cui la modulazione del nervo vago influenza i circuiti cerebrali della depressione. Resta aperta la domanda su come ottimizzare i parametri di stimolazione per massimizzare i benefici, e su quale sia il ruolo di questa terapia nel più ampio contesto delle strategie integrate per il trattamento della depressione grave. L'esistenza di responder tardivi suggerisce inoltre la necessità di protocolli di follow-up prolungati, che diano ai pazienti il tempo necessario per manifestare una risposta terapeutica significativa.