Nel cuore dello Utah, a oltre 1.200 metri sul livello del mare e a circa 1.300 chilometri dall'oceano più vicino, gli scienziati hanno scoperto un microscopico abitante delle acque ipersaline del Grande Lago Salato che solleva interrogativi affascinanti sull'evoluzione e la dispersione della vita in ambienti estremi. Si tratta di Diplolaimelloides woaabi, un nematode marino che rappresenta solo la terza forma di vita animale documentata in questo ecosistema estremo, insieme ai gamberetti di salamoia e alle mosche alofite che costituiscono la base alimentare per milioni di uccelli migratori.
La scoperta, pubblicata nel numero di novembre 2025 del Journal of Nematology, è il risultato di tre anni di analisi genetiche e morfologiche condotte dal team di Michael Werner, professore di biologia all'Università dello Utah. Il nome della specie è stato scelto in collaborazione con la Northwestern Band of the Shoshone Nation: Wo'aabi significa "verme" nella lingua indigena di questi territori ancestrali. Questo approccio collaborativo riflette una crescente sensibilità della comunità scientifica nel riconoscere i legami culturali con i luoghi di ricerca.
I nematodi rappresentano il phylum animale più abbondante sulla Terra, con oltre 250.000 specie identificate che colonizzano praticamente ogni ambiente immaginabile, dai ghiacci polari alle sorgenti idrotermali abissali. Questi organismi cilindrici, generalmente inferiori al millimetro di lunghezza, costituiscono circa l'80% della fauna dei suoli terrestri e il 90% degli animali dei fondali oceanici. Nonostante questa ubiquità, fino al 2022 nessun nematode era stato documentato con certezza nel Grande Lago Salato, rendendo la scoperta particolarmente significativa per comprendere i limiti dell'adattamento biologico.
Julie Jung, allora ricercatrice postdottorale nel laboratorio di Werner e ora professoressa assistente alla Weber State University, ha raccolto i primi campioni durante spedizioni in kayak e bicicletta attraverso il lago. Gli organismi sono stati trovati all'interno delle microbialiti, strutture minerali stratificate create da comunità microbiche sul fondale lacustre. "Fin dall'inizio sospettavamo si trattasse di una nuova specie, ma ci sono voluti tre anni di lavoro supplementare per confermare tassonomicamente quella intuizione", ha spiegato Jung. Le analisi genetiche hanno successivamente rivelato evidenze di una potenziale seconda specie di nematode tra i campioni raccolti, suggerendo che la biodiversità di questo lago estremo potrebbe essere più ricca di quanto immaginato.
La classificazione ha rivelato che Diplolaimelloides woaabi appartiene alla famiglia Monhysteridae, un gruppo antico di nematodi noti per la tolleranza a condizioni estreme, particolarmente ambienti ad alta salinità. Il genere Diplolaimelloides è tipicamente associato ad acque marine costiere e salmastre, con una singola eccezione precedentemente nota nella Mongolia orientale. Questa distribuzione geografica frammentata pone un enigma biogeografico che ha spinto i ricercatori a formulare due ipotesi alternative, entrambe straordinarie per ragioni diverse.
Byron Adams, nematologo e professore di biologia alla Brigham Young University, propende per un'origine paleontologica remota. Durante il Cretaceo, circa 100 milioni di anni fa, gran parte dell'attuale Utah si trovava lungo le coste del Western Interior Seaway, un vasto mare interno che divideva il Nord America in due masse continentali. "Eravamo sulla spiaggia qui. Quest'area faceva parte di quella via d'acqua, e i fiumi che sfociavano in quella costa sarebbero stati habitat ideali per questi organismi", ha osservato Adams. "Con il sollevamento dell'altopiano del Colorado, si è formato un grande bacino e questi animali sono rimasti intrappolati qui". Questa ipotesi del relitto biogeografico suggerirebbe che i nematodi abbiano persistito per milioni di anni, sopravvivendo a drammatici cambiamenti ambientali.
L'ipotesi presenta però una difficoltà significativa. Tra 20.000 e 30.000 anni fa, l'Utah settentrionale era coperto dal Lago Bonneville, un enorme bacino d'acqua dolce. Se i nematodi fossero endemici dall'era mesozoica, avrebbero dovuto sopravvivere ad almeno un ciclo completo di transizione da condizioni marine a dulcacquicole e nuovamente a ipersaline. Werner ha definito questa possibilità affascinante ma problematica dal punto di vista evolutivo.
L'alternativa, che lo stesso Werner ammette essere "ancora più folle", coinvolge il trasporto da parte degli uccelli migratori. Milioni di volatili transitano annualmente attraverso il Grande Lago Salato durante le loro rotte tra il Nord e il Sud America. In teoria, i nematodi potrebbero aggrapparsi al piumaggio dopo che gli uccelli hanno visitato laghi salini sudamericani e venire trasportati per migliaia di chilometri. "Forse gli uccelli trasportano piccoli invertebrati, inclusi nematodi, su distanze enormi", ha speculato Werner. "È difficile da credere, ma sembra debba essere una delle due spiegazioni".
Le osservazioni ecologiche hanno rivelato che i nematodi vivono esclusivamente all'interno dei tappeti algali che ricoprono le microbialiti, nutrendosi dei batteri che prosperano in questi microambienti. La loro distribuzione è rigorosamente limitata ai primi centimetri superficiali di questi biofilm, risultando completamente assenti negli strati sottostanti. Questo pattern distributivo suggerisce requisiti ecologici molto specifici legati probabilmente a gradienti di ossigeno, luce o composizione microbica. Thomas Murray, studente universitario e secondo autore dello studio, sta campionando diverse regioni del lago per mappare la distribuzione spaziale delle popolazioni e confermare l'esistenza della seconda specie sospettata.
Il rapporto tra i sessi rappresenta un ulteriore enigma biologico. Mentre i campioni di laboratorio mostrano una distribuzione equilibrata tra maschi e femmine, meno dell'1% degli esemplari raccolti direttamente nel lago sono maschi. "Siamo molto contenti di poterli coltivare in laboratorio, ma evidentemente c'è qualcosa di profondamente diverso rispetto all'ambiente lacustre", ha sottolineato Werner. Questa discrepanza potrebbe indicare strategie riproduttive particolari o condizioni ambientali che favoriscono selettivamente un sesso rispetto all'altro in natura.
Dal punto di vista applicativo, la scoperta acquisisce particolare rilevanza come potenziale strumento di biomonitoraggio. I nematodi sono ampiamente utilizzati in ecologia come bioindicatori perché cambiamenti nella loro abbondanza, diversità o distribuzione possono segnalare alterazioni nella qualità dell'acqua, nella salinità o nella chimica dei sedimenti. Con il Grande Lago Salato sottoposto a crescenti pressioni antropiche, inclusa la riduzione dei livelli idrici e l'aumento della salinità, questa specie endemica potrebbe diventare un prezioso sentinella ecologica. "Quando hai solo una manciata di specie capaci di persistere in ambienti simili, e sono davvero sensibili al cambiamento, questi fungono da eccellenti taxa sentinella", ha osservato Adams. "Ti dicono quanto è sano il tuo ecosistema".
Le prospettive future della ricerca includono l'analisi filogenetica approfondita per determinare l'età evolutiva della popolazione, studi sulle interazioni specifiche tra nematodi e comunità microbiche delle microbialiti, e il monitoraggio longitudinale per comprendere le dinamiche stagionali e la risposta a variazioni ambientali.