La chirurgia bariatrica si conferma significativamente più efficace dei farmaci iniettabili nel trattamento dell'obesità severa, con risultati che nel mondo reale si discostano notevolmente da quelli ottenuti negli studi clinici controllati. Una nuova ricerca condotta su oltre 51.000 pazienti negli Stati Uniti ha documentato come l'intervento chirurgico produca una perdita di peso cinque volte superiore rispetto agli agonisti del recettore GLP-1, come semaglutide e tirzepatide, nell'arco di due anni. I dati, presentati durante l'incontro scientifico annuale dell'American Society for Metabolic and Bariatric Surgery, sollevano interrogativi importanti sull'efficacia reale di questi farmaci al di fuori dei contesti sperimentali e sulla necessità di rivalutare le strategie terapeutiche per una condizione che negli Stati Uniti colpisce il 40,3% della popolazione adulta.
L'analisi delle cartelle cliniche elettroniche, condotta dai ricercatori del NYU Langone Health e del NYC Health + Hospitals su pazienti trattati tra il 2018 e il 2024, ha rivelato differenze sostanziali negli esiti. I pazienti sottoposti a sleeve gastrectomy o bypass gastrico Roux-en-Y hanno perso in media 26 chilogrammi in due anni, corrispondenti al 24% del peso corporeo totale. Al contrario, coloro che hanno ricevuto prescrizioni di farmaci GLP-1 per almeno sei mesi hanno perso circa 5,4 chilogrammi, pari al 4,7% del peso iniziale. Anche limitando l'analisi ai pazienti che hanno seguito la terapia farmacologica continuativamente per un anno intero, la perdita di peso media ha raggiunto solo il 7%, rimanendo quindi molto al di sotto dei risultati chirurgici.
Il divario tra le performance documentate negli studi clinici randomizzati e quelle osservate nella pratica clinica quotidiana rappresenta uno degli aspetti più rilevanti della ricerca. Gli studi controllati sui farmaci GLP-1 hanno documentato riduzioni ponderali comprese tra il 15% e il 21%, mentre i dati del mondo reale mostrano risultati decisamente inferiori. Come spiega Avery Brown, specializzando in chirurgia presso il NYU Langone Health e primo autore dello studio, questa discrepanza potrebbe derivare da molteplici fattori: "Sappiamo che fino al 70% dei pazienti può interrompere il trattamento entro un anno". Effetti collaterali, costi elevati e difficoltà nell'aderenza terapeutica a lungo termine limitano l'efficacia delle terapie farmacologiche nella popolazione generale, dove le condizioni sono ben diverse da quelle rigidamente controllate degli studi clinici.
La metodologia dello studio ha previsto l'utilizzo di tecniche statistiche avanzate per garantire la comparabilità tra i due gruppi di pazienti. Dopo aver applicato l'average treatment effect weighting per compensare differenze in età, indice di massa corporea e comorbidità, i ricercatori hanno confrontato gli esiti di pazienti con BMI pari o superiore a 35 che avevano scelto percorsi terapeutici differenti. Il campione totale di 51.085 individui ha permesso di ottenere stime robuste sulle differenze di efficacia tra chirurgia e farmacoterapia. Lo studio ha ricevuto supporto dal programma CTSA dell'NIH attraverso il grant KL2 TR001446 del National Center for Advancing Translational Sciences.
La scarsa persistenza nella terapia farmacologica costituisce un problema clinico rilevante che emerge con chiarezza dai dati epidemiologici recenti. Ricerche indipendenti hanno documentato che il 53,6% dei pazienti con sovrappeso o obesità interrompe la terapia con GLP-1 entro il primo anno, percentuale che sale al 72,2% entro il secondo anno. Questo fenomeno contrasta con la crescente popolarità di questi farmaci: circa il 12% degli americani dichiara di averli utilizzati almeno una volta, mentre il 6% riferisce di assumerli attualmente. Il divario tra prescrizione iniziale e uso continuativo evidenzia la necessità di identificare strategie per migliorare l'aderenza o di orientare determinati pazienti verso opzioni terapeutiche più definitive.
Parallelamente, la chirurgia bariatrica rimane significativamente sottoutilizzata nonostante la sua comprovata efficacia. Secondo i dati dell'ASMBS, nel 2023 sono state eseguite negli Stati Uniti oltre 270.000 procedure metaboliche e bariatriche, un numero che rappresenta appena l'1% delle persone che soddisfano i criteri di eleggibilità basati sul BMI. Ann M. Rogers, presidente dell'ASMBS e non coinvolta nello studio, sottolinea che "mentre entrambi i gruppi di pazienti perdono peso, la chirurgia metabolica e bariatrica risulta molto più efficace e duratura". Rogers aggiunge che i pazienti che ottengono risultati insufficienti con i GLP-1 o che affrontano difficoltà nel seguire il trattamento a causa di effetti collaterali o costi dovrebbero considerare la chirurgia bariatrica come opzione alternativa o persino in combinazione con la terapia farmacologica.
L'obesità rappresenta una sfida sanitaria di proporzioni epidemiche, con implicazioni che vanno ben oltre l'aspetto estetico. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention, l'obesità severa colpisce il 9,4% della popolazione adulta statunitense. Le evidenze scientifiche hanno documentato come questa condizione comprometta la funzione immunitaria, favorisca l'infiammazione cronica e aumenti significativamente il rischio di patologie cardiovascolari, ictus, diabete di tipo 2 e alcune forme di cancro. In questo contesto, la scelta tra opzioni terapeutiche richiede una valutazione attenta che consideri non solo l'efficacia teorica ma anche i risultati realisticamente ottenibili nel lungo periodo.
Le prospettive future della ricerca, come delineato da Karan R. Chhabra, chirurgo bariatrico e professore associato di chirurgia e salute pubblica presso la NYU Grossman School of Medicine, puntano a identificare strategie per ottimizzare i risultati con i GLP-1, determinare quali pazienti traggano maggior beneficio dalla chirurgia rispetto alla farmacoterapia e valutare l'impatto dei costi diretti sul successo terapeutico.