L'amministrazione Trump ha formalizzato una nuova direzione strategica per la NASA che relega Marte a obiettivo di lungo termine, concentrando invece le priorità spaziali americane sulla Luna e sulla gestione della transizione dalla Stazione Spaziale Internazionale. L'ordine esecutivo firmato dal presidente, che affida la guida dell'agenzia spaziale a Jared Isaacman, rivela un significativo cambio di paradigma rispetto alle ambizioni marziane che avevano caratterizzato precedenti dichiarazioni politiche. Secondo fonti vicine alla Casa Bianca citate da Ars Technica, il presidente avrebbe abbandonato l'interesse per missioni umane su Marte non appena informato dell'impossibilità tecnica di completarle durante il suo secondo mandato.
Il documento programmatico presenta lacune evidenti sul fronte della ricerca scientifica spaziale. L'unico riferimento esplicito parla genericamente di "ottimizzazione degli investimenti in ricerca e sviluppo spaziale per conseguire gli obiettivi a breve termine dell'amministrazione", una formulazione vaga che preoccupa la comunità scientifica. Marte viene menzionato soltanto due volte nell'intero testo, sempre in termini di aspirazione futura senza alcuna pianificazione concreta o stanziamento di risorse dedicate.
La figura chiave dietro questa impostazione è Russ Vought, direttore dell'Office of Management and Budget, che ha proposto drastici tagli ai programmi di scienza spaziale successivamente in gran parte bloccati dal Congresso. Il fatto che l'ordine esecutivo imponga a Isaacman di coordinare le politiche NASA proprio con l'ufficio di Vought rappresenta un segnale preoccupante per il futuro delle missioni scientifiche, tradizionalmente considerate pilastro fondamentale dell'esplorazione spaziale americana accanto agli obiettivi di volo umano.
Gli obiettivi operativi delineati nell'ordine esecutivo si concentrano su due sfide tecnicamente ambiziose: riportare esseri umani sulla superficie lunare entro il 2028 nell'ambito del programma Artemis, e garantire una transizione funzionale dalla ISS a stazioni spaziali commerciali sviluppate dall'industria privata. Quest'ultimo punto riflette la volontà di modernizzare l'architettura della presenza umana in orbita bassa terrestre, affidando al settore privato ruoli che tradizionalmente appartenevano ad agenzie governative e consorzi internazionali.
La deadline del 2028 per l'allunaggio rappresenta una sfida ingegneristica considerevole, dato che richiede il completamento e la certificazione di sistemi complessi come il lander lunare Starship di SpaceX, le tute spaziali di nuova generazione e l'infrastruttura orbitale del Lunar Gateway. La tempistica appare ottimistica considerando i ritardi accumulati dal programma Artemis, con la missione circumlunare Artemis II recentemente posticipata ad aprile 2026.
Nel panorama più ampio dell'esplorazione spaziale internazionale, questo riposizionamento americano sulla Luna potrebbe influenzare le dinamiche competitive globali. La Cina ha dichiarato l'intenzione di stabilire una base lunare permanente entro il 2035, mentre l'Agenzia Spaziale Europea mantiene un approccio collaborativo sia con gli Stati Uniti nel programma Artemis che con partner asiatici. L'assenza di una roadmap marziana definita lascia aperto un vuoto strategico che altre nazioni spaziali potrebbero cercare di colmare.