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Kojima ha mantenuto un piccolo team di sviluppo su consiglio di un celebre regista

Hideo Kojima nuota controcorrente mantenendo una filosofia aziendale per i suoi team di sviluppo, sorprendentemente contenuta.

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Avatar di Andrea Maiellano

a cura di Andrea Maiellano

Author @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 24/05/2025 alle 11:00
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Nel cuore dell'industria videoludica, dove i team di sviluppo spesso raggiungono dimensioni mastodontiche, Hideo Kojima nuota controcorrente mantenendo una filosofia aziendale sorprendentemente contenuta. L'iconico game designer giapponese, mentre lavora all'atteso Death Stranding 2 (che potete prenotare su Amazon), un'opera che si preannuncia ancora più ambiziosa del predecessore, ha rivelato la sua intenzione di limitare i team di lavoro a un massimo di 150 persone per progetto. Questa scelta, apparentemente in contrasto con le tendenze del settore, affonda le radici in una curiosa conversazione con il regista di Mad Max, George Miller, e riflette un approccio alla creatività che privilegia l'intimità rispetto alla pura forza numerica.

In un'intervista rilasciata alla rivista Edge, Kojima ha spiegato come questa decisione sia stata influenzata da un aneddoto condiviso proprio da Miller, che peraltro farà un'apparizione in Death Stranding 2 nei panni del personaggio Tarman. Il regista australiano gli raccontò di comunità nomadi di pastori che limitavano i loro greggi a 150 pecore, poiché questa rappresentava la quantità massima che un essere umano potesse realisticamente monitorare. Una metafora che ha colpito profondamente Kojima, convincendolo della validità di un approccio più contenuto alla gestione dei team creativi.

"Non ho mai voluto che il mio team crescesse oltre le 150 persone impegnate su un singolo progetto videoludico", ha dichiarato Kojima, rivelando poi di aver condiviso questa filosofia con Miller durante un incontro avvenuto l'anno scorso. Il regista si è congratulato con lui per la scelta di mantenere il team di dimensioni ridotte, sebbene Kojima abbia ammesso con una risata di aver leggermente sforato il limite autoimposto.

La scelta di Kojima rappresenta una sfida significativa nell'attuale panorama dell'industria videoludica, dove i titoli AAA vengono spesso sviluppati da centinaia, se non migliaia di professionisti. Death Stranding 2 si preannuncia come un'opera di vasta portata, eppure il suo creatore insiste nel voler mantenere un team relativamente compatto. Questo approccio potrebbe essere interpretato come un tentativo di preservare la visione autoriale che ha sempre contraddistinto le produzioni di Kojima.

Secondo il profilo LinkedIn dell'azienda, Kojima Productions conta attualmente tra i 200 e i 500 dipendenti, con 171 presenti sulla piattaforma professionale. Considerando che lo studio ha diversi progetti in cantiere, tra cui Physint (descritto come un successore spirituale di Metal Gear) e altri titoli non ancora annunciati, è probabile che l'organico crescerà nei prossimi anni, mantenendo però l'idea di squadre dedicate che non superino la soglia dei 150 membri ciascuna.

La creatività fiorisce meglio in spazi contenuti dove ogni voce può essere ascoltata.

La collaborazione tra Kojima e Miller va oltre il semplice scambio di filosofie produttive. Il regista australiano, noto per la saga di Mad Max e per Happy Feet, apparirà nel sequel di Death Stranding nel ruolo di Tarman, anche se la voce e il performance capture saranno affidati al cantante pop australiano Marty Rhone. Questa scelta evidenzia l'approccio interdisciplinare che Kojima ha sempre ricercato, mescolando influenze cinematografiche, musicali e videoludiche nelle sue opere.

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Nel frattempo, Kojima ha rivelato che Physint, considerato l'erede spirituale della sua celebre saga Metal Gear, richiederà ancora "cinque o sei anni" di sviluppo prima di vedere la luce. Il game designer ha anche accennato alla possibilità di dirigere finalmente un film, un desiderio che coltiva da tempo e che potrebbe concretizzarsi nei prossimi anni, ampliando ulteriormente il suo orizzonte creativo al di là del medium videoludico.

La filosofia dei "150" di Kojima rappresenta un case study interessante su come la dimensione organizzativa possa influenzare il processo creativo. In un'industria sempre più orientata verso produzioni faraoniche che coinvolgono migliaia di sviluppatori, la scelta di mantenere team più ristretti potrebbe rivelarsi una strategia vincente per preservare l'identità artistica e la coerenza della visione creativa.

Fonte dell'articolo: www.gamesradar.com

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