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American Horror Story, l’antologia dell’orrore

Il genere horror ha raggiunto solo nell'ultimo ventennio una posizione di rilievo nel mondo dell'entertainment. In precedenza, parliamo degli anni '70 e '80 del Novecento, questo particolare mondo era frequentato da un pubblico ristretto e "curioso" che vedeva – nascosta sotto raccapriccianti e cruente maschere di sangue – registi e scrittori desiderosi di veicolare forti messaggi sociali, in molti casi divenuti iconici. Ovviamente esistevano anche molti prodotti il cui focus era la brutalità e la pura violenza, con mostri e squartamenti in abbondanza, ed è questa l'immagine più diffusa dell'horror.

American Horror Story Hotel RECENSIONE

Tale pregiudizio era talmente radicato che in molti si sono sorpresi del successo stratosferico di The Walking Dead, che in sei anni ha serializzato e reso florido il genere, e gli donato il tanto ambito momento di rivalsa. Parallelamente a come Robert Kirkman ha nobilitato gli zombie, un'altra serie Tv ha rinnovato l'interesse per il canovaccio classico di fantasmi, mostri e streghe: American Horror Story.

Lo show ha una struttura antologica, un modus operandi caduto in disuso in televisione, e lo adatta al contesto contemporaneo: ogni stagione è ambientata in luoghi e tempi diversi, pur mantenendo gli stessi interpreti in ruoli differenti. Andremo ad esplorare microcosmi dell'horror racchiusi dentro quattro mura domestiche, legati ai luoghi più iconici della tradizione horror.

Preparatevi quindi ad entrare in una Murder House con fantasmi assassini, un Asylum dove si compiono esperimenti strani e allucinanti, un Hotel popolato da vampiri immortali, e altri ancora. Lungo le prime cinque stagioni non mancano la varietà scenica e soprattutto gli omaggi alle tante sfaccettature del genere, e il lavoro di una regia attenta impreziosisce ogni singola puntata rendendola unica. Anche quando mostra una (finta) scena snuff, lo show non si tira mai indietro.

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Ryan Murphy, autore e scrittore della serie, è noto nell'ambiente televisivo per i suoi prodotti molto originali e fuori dagli schemi comuni (si pensi al fenomeno musical Glee), ma il tratto distintivo delle sue opere è il particolare amore per i freak. In ogni stagione dello show Murphy mette in scena gli emarginati e i discriminati della società, che siano in posti di comando o rinchiusi in celle. L'obbiettivo è chiarire agli spettatori che l'umanità si può trovare anche in un corpo deforme e malato; anzi proprio le persone comuni possono essere i veri mostri, incapaci di superare i propri pregiudizi verso i diversi.

Ogni stagione è autoconclusiva ma, nonostante premesse sempre diverse, l'utilizzo degli stessi attori fornisce una costante sensazione di déjà-vu. Nel cast appaiono premi Oscar come Kathy Bates, la divina Jessica Lange e la candidata Angela Bassett, attrici strabilianti ma quasi sempre ancorate a personaggi stereotipati che alla lunga risultano monotoni. Ottimi invece gli attori meno conosciuti come Evan Peters (visto di recente negli ultimi film degli X-men) e Sarah Paulson, in assoluto i più camaleontici e aperti alle sperimentazioni attoriali.

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Come ho spesso ribadito, l'essenza di una serie Tv risiede nella sua sceneggiatura e in come sviluppa i temi che la rendono unica. Lungo le prime cinque stagioni, American Horror Story racconta bene i suoi mondi: il problema, semmai, è che li esprime in modo caotico e confuso. Molti personaggi sono macchiette esasperate all'inverosimile, la cui curva di crescita è spesso incostante e rasenta la schizofrenia. Gli strumenti del narratore sono qui adoperati in modo quasi casuale, fino a svilire e ad appiattire l'intreccio in un tripudio di trovate kitsch eccessive persino per Murphy, la cui vena artistica si manifesta in scene che risultano di cattivo gusto persino per il genere horror, fino a raggiungere spesso vette di trash.

Un esempio su tutti è la funzione narrativa della morte. Altri show la utilizzano per creare un intenso momento di riflessione per i personaggi, mentre in American Horror Story i numerosi decessi hanno poche ripercussioni sulla trama anche quando vengono a mancare personaggi chiave, né il montaggio aiuta a creare tensione emotiva. Emblematico è il caso della terza stagione (Coven), che aveva introdotto la possibilità di resuscitare i defunti e creare così un circolo continuo di morti e resurrezioni, al punto da azzerare il pathos.

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Anche i vari intrecci, sebbene slegati fra loro e ambientati in luoghi diversi, soffrono inevitabilmente dell'effetto "già visto" molto marcato, e spesso si chiudono con un prevedibile quanto forzato happy ending che premia le creature mostruose per i loro sforzi e dolori e finalmente punisce gli umani cattivi.

Una serie da buttare, quindi? Non del tutto. Le prime due annate (Murder House e Asylum) risultano le più gradevoli ed equilibrate e il finale della seconda (Madness Ends) è ancora oggi il migliore della serie. Ma sconsiglierei di proseguire con le altre stagioni, che comunque potete trovare sul canale FOX di Sky. Inaspettatamente Roanoke, la sesta stagione attualmente in corso, sembra aver rinnovato la struttura e le intenzioni, e sicuramente ne riparleremo in futuro.

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