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Google e Facebook rendono l’Italia meno competitiva

Il garante per la privacy Antonello Soro rileva come il possesso dei dati personali dia ai giganti di Internet un potere enorme, tanto da sbilanciare la competitività di aziende e interi paesi. Gli fa eco il presidente di Telecom Franco Bernabè.

Google, Facebook, Microsoft e gli altri giganti di Internet hanno nello loro mani un potere senza precedenti. Ne è convinto il Garante per la Privacy Antonello Soro, secondo cui proprio la privacy degli utenti è la moneta che più di tutte determina tale potere.

"Sono i nuovi giganti dell'economia globale, raccolgono lontano da noi milioni di dati: sono intermediari esclusivi globali tra produttori e consumatori", ha infatti affermato Soro, aggiungendo che "sono in grado di orientare la produzione e i consumi".

Antonello Soro

Forse il quadro reale è meno preoccupante, ma un fondo di verità c'è: allora ha senso la posizione dell'Unione Europea, secondo cui anche le aziende non europee devono seguire i regolamenti dell'Unione in tema di privacy.

"Tutti sono diventati attori e oggetto di informazioni. C'è uno spazio enorme di libertà, Internet appunto, che è forse il più grande spazio pubblico dell'umanità, nel quale riversiamo ogni giorno dati e orientamenti e li consegniamo a un contenitore di tempo infinito'', ha aggiunto Soro, sottolineando il fatto che ciò che è in Rete resta in Rete per sempre – il tema è al centro del dibattito sul cosiddetto diritto all'oblio.  

Le preoccupazioni di Soro ricordano da vicino quelle espresse solo pochi giorni fa da Eric Schmidt (Presidente Esecutivo, Google), secondo cui sarebbe meglio parlare ai giovani di privacy online prima che di sesso. Con una differenza rilevante: il lavoro di Soro è garantire la privacy di tutti noi, quello di Schmidt usarla come moneta di scambio.

Per questo, forse, Schmidt parla di consapevolezza individuale e Soro di regolamenti, perché "il diritto alla privacy è il diritto a difendere la dignità delle persone'', e "la protezione dei dati personali è una realtà che ci riguarda tutti come uomini prima che come cittadini di uno Stato. […] Tutelarli vuol dire difendere un valore che aiuta il Paese a essere competitivo''.

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Se si tratta di competitività, però, allora significa che la privacy è una moneta anche per gli Stati. Una sorta di risorsa naturale che l'Italia e l'Europa vogliono sfruttare in proprio, ma che al momento è nelle mani di altri. Considerando tale punto di vista emerge un panorama miserabile, nel quale non sono solo le aziende private a vedere negli utenti il prodotto da vendere, ma anche gli Stati.

Ecco, allora forse dovremmo dire che in Europa abbiamo la privacy come altrove hanno rame, petrolio, gas, diamanti, minerali e così via. Tutte materie per le quali prima o poi si è combattuto, ma sono in pochi oggi a vedere una minaccia nella diffusione dei dati personali.

Tra questi c'è anche Franco Bernabé (Presidente, Telecom Italia), che prende a esempio la Germania nazista. All'epoca le forze guidate da Hitler ci misero "due anni a fare il cluster delle persone a cui ha dedicato le sue attenzioni. Oggi basta un click per farlo'', ha infatti affermato il dirigente.

Franco Bernabè

L'analogia di Bernabé è senz'altro azzardata, ma c'è un fondo di verità. Le affermazioni del dirigente italiano tuttavia vanno filtrate: dopotutto Telecom e altri ISP europei vorrebbero parte dei guadagni realizzati da Google e altri. Se non fosse una questione d'interesse infatti Bernabè avrebbe senz'altro ricordato che Facebook e Twitter sono stati anche e soprattutto strumenti di democrazia più che efficaci, grazie alla loro potenza nel far comunicare le persone.