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Meglio parlare ai figli di privacy online che di sesso

Dal presidente esecutivo di Google arriva il consiglio di affrontare con i figli l'argomento della privacy online prima che quello del sesso. I rischi sono molto grandi in entrambi i casi, così come le possibili conseguenze a vita.

Meglio parlare ai figli di privacy online prima che di sesso, è il consiglio del presidente ed ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt. Il dirigente del colosso californiano ha espresso la propria opinione durante un'intervista incentrata sullo scandalo Petraeus – in particolare sugli aspetti legati alle informazioni online.

"Dobbiamo combattere per la nostra privacy o la perderemo" ha affermato Schmidt, perché il materiale che pubblichiamo online è "un incubo per la privacy, specie se hai quindici anni". E soprattutto perché le stupidaggini che si fanno da ragazzini – generalmente perdonate dal sistema legale – "ti seguiranno per tutta la vita", se sono in Rete.

Eric Schmidt

"Chi ha figli adolescenti o preadolescenti dovrebbe probabilmente parlare di comportamento online prima che di sesso" è quindi il consiglio di Eric Schmidt, che riprende l'idea del tradizionale discorsetto che i padri dovrebbero fare ai figli secondo tradizione.

A pensarci bene in effetti forse le generazioni più giovani ne sanno abbastanza di api e fiori, ma sono un po' meno preparate quando si tratta di privacy online. Perché è difficile rendersi conto che condividere una fotografia o un video li rende di fatto accessibili a chiunque a tempo indeterminato; persino un solo tweet di troppo può segnarci a vita. E se nell'equazione s'inserisce anche la sicurezza, allora la semplice esistenza di un'immagine in formato digitale può rappresentare un rischio.

A trent'anni uno potrebbe essere pentito degli errori di gioventù, ma ciò che è in Rete resta in Rete. Un pericolo difficile da spiegare in modo sintetico, ma del quale molti genitori statunitensi sembrano consapevoli. Stando a un sondaggio infatti molti sono preoccupati riguardo ai loro figli e alle interazioni online con sconosciuti, la reputazione online, le informazioni accessibili ai pubblicitari e all'impatto di queste informazioni sul loro futuro lavorativo e scolastico – alcuni college guardano il profilo Facebook dei candidati per decidere chi ammettere.  

Ci piacerebbe sapere come se la cavano i genitori italiani a questo riguardo, per capire se anche nel nostro Paese c'è tanta attenzione alle attività online dei figli. E sarebbe anche interessante capire quanto è marcata la differenza tra l'educare e il controllare.

Ai genitori vorremmo consigliare di intraprendere la strada più difficile, cioè quella di comprendere i rischi per poi spiegarli ai figli. Perché "fare i poliziotti" può sembrare utile, ma di solito è un buon modo per compromettere le relazioni familiari, e spesso è anche inefficace: non saremmo sorpresi infatti se un quindicenne moderno fosse perfettamente capace di schivare lo sguardo vigile – ma impreparato – dei genitori.

Ci rendiamo conto che un'attività simile per alcuni potrebbe essere un fardello molto pesante, soprattutto se si aggiunge alla già difficile arte dell'essere genitori, ma visto che le conseguenze possono essere nefaste, se non drammatiche, è proprio il caso di dire "meglio prevenire che curare".

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Quanto a Eric Schmidt, il suo è un bel cambio di posizione, visto che solo pochi anni fa liquidava le preoccupazioni sulla privacy con frasi come "se non vuoi che qualcuno scopra ciò che fai, tanto per cominciare non dovresti farla".  Chissà se la sua opinione personale riguarda anche l'azienda che dirige insieme a Larry Page e Sergey Brin.