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Sicurezza

Washington accusa 5 militari cinesi: sono cyberspie!

Il governo di Barack Obama ha denunciato formalmente 5 militari cinesi per cyberspionaggio.

Il Ministero della Giustizia (DOJ) statunitense ha accusato cinque ufficiali cinesi di aver sottratto informazioni da sei società US, "inaugurando una grande escalation nelle tensioni con la Cina riguardo allo spionaggio economico", scrivono Spencer Ackerman e Jonathan Kaiman per il Guardian.

Gli USA hanno quindi rotto gli indugi, dopo che per mesi si sono inseguite accuse di spionaggio nei confronti della Cina, ma sempre senza prove. Oggi invece si muove qualcosa di concreto, e ci si ritrova in un attimo nel bel mezzo di un incidente diplomatico.

Spia digitale

Non manca la coincidenza curiosa: la notizia giunge poco dopo la rivelazione che la NSA altera l'hardware di produzione statunitense per metterci delle backdoor. Ma non è detto che ci sia un legame tra le due cose, anzi viste le tempistiche probabilmente non è così.

È un fatto senza precedenti: mai prima d'ora gli Stati Uniti avevano accusato formalmente ufficiali di un altro paese. I militari asiatici sarebbero colpevoli di aver violato diversi sistemi informatici negli Stati Uniti, che ora ne chiedono l'estradizione per poterli processare.

La denuncia arriva dopo un anno d'indagini da parte dell'FBI: gli investigatori sono riusciti a dare faccia e nome ai pirati informatici, che secondo John Carlin (DOJ) sono membri di un'unità speciale dell'Esercito Popolare di Liberazione nota come Unità 61398.

Spia analogica

Si parla cioè della task force cybernetica dell'esercito cinese: la sua esistenza non è mai stata dimostrata, per quanto poco più di un anno fa sembrava che ne fosse stato individuato il Quartier Generale. Il gruppo sarebbe responsabile, sempre secondo fonti non dimostrate, del furto di diversi terabyte di dati dagli Stati Uniti e da altri paesi nel mondo – informazioni di natura industriale ed economica, non militare.

Riassumendo, Washington accusa cinque militari cinesi di aver avuto un ruolo attivo in operazioni di spionaggio industriale, e ne chiede a Pechino l'estradizione. Il governo cinese ha prevedibilmente definito le accuse "estremamente ridicole" e ha poi chiesto alle autorità statunitensi di "rettificare il proprio errore".

Le autorità asiatiche parlano di una "grave violazione delle norme fondamentali delle relazioni internazionali", ed effettivamente è difficile affermare il contrario. In questi casi, di solito, il modo di procedere è ben altro: si preferisce la discrezione a una denuncia ufficiale con grande eco mediatica.

Qualcosa non ha funzionato, o ha smesso di funzionare, nelle relazioni tra i due paesi. È la rottura di un meccanismo che fino a poco fa era ben oliato e più che rodato, ma che cosa è accaduto? Forse il problema è che negli ultimi anni nell'equazione sono entrate le variabili della guerra digitale, quella cyberwar che per molti è ancora una faccenda da cinema.

Di certo la situazione continuerà a evolversi nei prossimi giorni, ma da ora il messaggio sembra abbastanza chiaro: Washington ha deciso che lo status quo, una nuova Guerra Fredda, non funzionava più e ha quindi voluto dare uno scossone. Quali saranno le conseguenze?