Zuckerberg voleva spiare la concorrenza a tutti i costi, fregandosene delle regole

Mark Zuckerberg ha chiesto ai suoi dipendenti di spiare i comportamenti degli utenti sui social della concorrenza, anche se non poteva farlo.

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a cura di Marco Silvestri

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In una serie di documenti resi da poco pubblici, si rivela che Mark Zuckerberg, CEO di Meta, avrebbe impartito direttive ai suoi dirigenti per esplorare modalità attraverso le quali apprendere l'utilizzo che gli utenti facevano di applicazioni concorrenti, come Snapchat, anche in presenza di dati cifrati.

Nel contesto di una mail datata giugno 2016, Zuckerberg si rivolgeva a Javier Olivan, all'epoca responsabile della crescita di Facebook, esprimendo il desiderio di ottenere dati analitici più approfonditi sull'uso e la crescita di Snapchat, nonostante le difficoltà poste dalla cifratura delle loro analisi. Snapchat, ancora in fase di rapida espansione, registrava aumenti a doppia cifra dei suoi utenti ogni trimestre.

Lo spionaggio dei dati promosso da Mark Zuckerberg potrebbe portare a sanzioni importanti per Meta

Questa corrispondenza emerge in seguito a una causa legale in corso presso un tribunale federale californiano, dove Meta è accusata di comportamenti anticoncorrenziali nel mercato degli annunci sui social media. Due mesi dopo l'invio di questa email, Instagram, di proprietà di Facebook, lanciava la funzionalità Stories, molto simile al fulcro dell'offerta di Snapchat delle immagini che scompaiono dopo un certo periodo, diventata in seguito una delle caratteristiche di maggior successo di Instagram.

Zuckerberg, riferendosi a Snapchat, sottolineava l'importanza di elaborare nuovi metodi per ottenere dati analitici affidabili, suggerendo la possibilità di effettuare rilevazioni o di sviluppare software ad hoc. Olivan, attuale Chief Operations Officer di Meta, rispondeva di essere già all'opera con il team di Onavo, un'app di analisi del traffico acquistata da Facebook nel 2013, utilizzata per raccogliere dati sull'utilizzo degli smartphone al di fuori delle app di Facebook.

Da questa interazione, nasceva un "gruppo di lavoro" interno a Onavo, soprannominato "Progetto Ghostbusters" (in riferimento al logo di Snapchat a forma di fantasma) o talvolta "Project Atlas". Questo team sviluppava un nuovo software, come riportato in un'email del luglio 2016, in grado di intercettare e decifrare il traffico dati per analizzare specifiche azioni compiute dagli utenti all'interno delle app concorrenti. Un approccio definito "man-in-the-middle".

Nonostante dalla società sia stato comunicato che questi argomenti fossero già stati oggetto di report anni fa, sostenendo l'infondatezza delle accuse avanzate dai querelanti, i documenti ora disponibili gettano luce su nuovi dettagli riguardanti le azioni di Meta, i dirigenti coinvolti e le comunicazioni interne non precedentemente riportate.

Tramite processi noti come SSL bumping, questi "kit" permettevano a Onavo di reindirizzare e decifrare il traffico degli utenti impersonando i server di Snapchat, e successivamente anche quelli di YouTube e Amazon. La denuncia riguarda il mancato avviso dell'utilizzo della tecnologia Onavo per intercettare il traffico di analisi dei concorrenti, ritenuto una violazione delle leggi sulle intercettazioni, consentendo a Facebook di gonfiare i propri prezzi pubblicitari oltre ciò che sarebbe stato possibile in un mercato competitivo.

Questi sforzi, tuttavia, non erano visti di buon occhio all'interno dell'intera dirigenza di Facebook. Alcuni documenti rivelano espressioni di dissenso, come quello di un ex vicepresidente per la sicurezza e la privacy, il quale esprimeva dubbi sulla legittimità di tali pratiche. Analogamente, l'allora CTO Mike Schroepfer si diceva preoccupato all'idea che qualcuno potesse violare la cifratura su piattaforme come WhatsApp.

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