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Oltre il lock-in: come rendere davvero libera la propria infrastruttura cloud

Il vendor lock-in nel cloud limita la libertà legando a un unico fornitore. Ma esistono ottime soluzioni per affrontarlo

Avatar di Filippo Valle
Avatar di Giulia Sannai

a cura di Filippo Valle e Giulia Sannai

CTO, Elemento Cloud e CMO, Elemento Cloud

Pubblicato il 06/10/2025 alle 20:18 - Aggiornato il 08/10/2025 alle 11:22
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Molte delle infrastrutture tecnologiche moderne appoggiano, almeno in parte, i loro servizi su infrastrutture cloud. In altre parole, delegano la gestione dei propri servizi ad attori terzi. Spostare i servizi in cloud garantisce, infatti, semplicità, resilienza e scalabilità. Tuttavia, dietro queste promesse si può nascondere una trappola ben nota agli addetti ai lavori: il vendor lock-in. Lock-in è quella situazione per cui, anche se teoricamente possibile, cambiare fornitore risulta così difficile e costoso da non rappresentare concretamente un’opzione.

Restare vincolati a un solo provider di servizi significa spesso compromettere la libertà di scelta, la flessibilità e, sul lungo periodo, l’economia di un progetto.

In un momento in cui le aziende cercano scalabilità e resilienza, capire come superare questa dipendenza è diventato un tema cruciale per chi progetta e gestisce sistemi cloud.

Che cos’è il lock-in e perché è un problema

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Un lock-in si verifica, dunque, quando un’organizzazione diventa così integrata con un fornitore di servizi in cloud da rendere complessa, costosa o addirittura impraticabile la migrazione dei propri servizi verso un’alternativa, qualora necessario.

Le ragioni per cui si puo’ rimanere chiusi sono molteplici, per esempio:

  • Ragioni Tecniche: il fornitore offre solo servizi proprietari che nessun altro è in grado di offrire, API non standard che obbligano a riscrivere parti del proprio codice per migrare ovvero configurazioni e personalizzazioni non portabili.
  • Economiche: modelli di pricing che penalizzano la migrazione, per esempio implementando politiche poco chiare sui cosiddetti “egress costs”.
  • Organizzativi: know-how e processi aziendali legati a un ecosistema proprietario e, per esempio, non open source.

Il risultato è una riduzione drastica della capacità di cambiare fornitore e l’impossibilità di scegliere un alternativa: cambiare provider diventa un progetto titanico, spesso rimandato a tempo indefinito.

Perché superare il lock-in è fondamentale

Avere la possibilità di spostare i servizi da un provider all’altro e di scegliere agilmente a chi affidare la propria infrastruttura non sono solo questioni tecniche, ma si possono avere vantaggi competitivi in termine di:

  • Agilità: è possibile scegliere di volta in volta la tecnologia o il servizio più adatto.
  • Resilienza: grazie alla distribuzione di carichi su più cloud provider si riduce il rischio di downtime e si permette di ottimizzare le manutenzioni programmate.
  • Conformità e sicurezza: in alcuni settori, per ragioni di legge o di governance potrebbe essere necessario affidarsi a fornitori che, per esempio, posseggano determinate certificazioni.

In un contesto europeo in cui la sensibilità verso temi come la sovranità digitale sta aumentando, porsi il problema di superare i lock-in diventerà sicuramente centrale: per esempio sarà cruciale spostare le infrastrutture attualmente “lockate” in provider non europei.

Strategie per ridurre il lock-in

Superare il lock-in non significa necessariamente rinunciare ai vantaggi del cloud, ma può essere sufficiente adottare scelte architetturali e strategiche mirate. Si può agire su:

  1. Interoperabilità
    Puntare su soluzioni basate su standard aperti (es. protocolli open e ben documentati od usare librerie licenziate in modo da poter essere riutilizzate) riduce le barriere all’integrazione.
  2. Modularità
    Architetture a microservizi e containerizzazione permettono di isolare le componenti applicative, facilitando il loro spostamento tra provider.
  3. Gestione distribuita
    Strumenti di orchestrazione multi-cloud (come Terraform od OpenTofu) consentono di amministrare ambienti diversi da un’unica codebase, semplificando la governance.
  4. Data portability
    Utilizzare formati dati standard ed evitare eccessive personalizzazioni rende più semplice trasferire informazioni senza vincoli.
  5. Contratti e governance
    Leggere con attenzione gli SLA e prevedere clausole di uscita chiare evita brutte sorprese a lungo termine.

Buone pratiche concrete

Alcuni accorgimenti possono fare la differenza:

  • come detto, cercare di evitare servizi proprietari difficilmente replicabili.
  • Prevedere fin dal disegno dell’infrastruttura un’architettura ibrida o multi-cloud.
  • Investire sulla formazione del team tecnico, affinché la vera flessibilità parta dalle competenze interne.

Uno sguardo al futuro

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Il cloud sta evolvendo verso un modello federato e distribuito, dove ambienti diversi possono cooperare come parte di un’unica infrastruttura. L’edge computing e le iniziative di API economy stanno spingendo ulteriormente verso questa direzione.

L’obiettivo? Costruire un ecosistema non solo federato, ma anche capace di fare sì che spostare workload e dati da un fornitore di servizi a un altro non sia un problema, ma una possibilità naturale e immediata.

Il lock-in non è una condanna inevitabile. Con gli strumenti giusti, architetture aperte e una governance lungimirante, è possibile costruire infrastrutture cloud davvero flessibili.
In un mondo che cambia rapidamente, la libertà di spostare i servizi tra provider diversi diventa sempre di più una necessità per restare competitivi.

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