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La sovranità dei dati non è più una questione di geografia

La sovranità dei dati non è più solo una questione di dove risiedono i file. Per Leonardo Boscaro di Nutanix, la vera autonomia operativa si misura sulla capacità di controllare il modello operativo dei database — indipendentemente dall'infrastruttura, dalla geografia e dai cambiamenti normativi imposti da DORA e EU Data Act.

Avatar di Leonardo Boscaro

a cura di Leonardo Boscaro

EMEA Sales Leader, Nutanix Database

Pubblicato il 16/03/2026 alle 15:38
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La sovranità è oggi uno dei termini più ricorrenti nel dibattito europeo sulla tecnologia ma spesso viene definita in modo riduttivo. Per alcuni coincide ancora con la semplice localizzazione del dato, per altri significa ospitare i sistemi in una cloud region sovrana. Nella pratica, però, nessuna di queste definizioni è sufficiente.

In Europa normative come il Digital Operational Resilience Act (DORA) sono già entrate in vigore e impongono obblighi espliciti alle istituzioni finanziarie, che devono dimostrare la propria resilienza operativa, sottoporre a test i servizi critici e gestire il rischio di dipendenza da terze parti. L’EU Data Act introduce requisiti più chiari in materia di portabilità dei dati e di cambio fornitore. Parallelamente, i governi nazionali continuano a investire in iniziative di cloud sovrano, mentre le tensioni geopolitiche e il dibattito sull’accesso transfrontaliero ai dati restano elementi centrali del contesto strategico.

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Questi sviluppi hanno modificato la natura stessa del dibattito sulla sovranità. Oggi le aziende non si limitano più a chiedersi dove risiedano i dati. Si chiedono chi controlli realmente il modello operativo, su quanto sia agevole spostare i carichi di lavoro e se la governance operativa possa rimanere coerente anche in caso di cambiamenti delle condizioni commerciali o normative.

Oltre il fattore geografico

Le discussioni iniziali sulla sovranità si sono concentrate prevalentemente sulla localizzazione dei dati. Mantenere i dati entro confini nazionali o regionali era considerato il principale presidio contro i rischi derivanti da giurisdizioni esterne. Sebbene la collocazione geografica rimanga un elemento rilevante, non risolve il tema più profondo della dipendenza.

Un’azienda può eseguire i propri carichi di lavoro in una region sovrana ma restare comunque fortemente vincolata agli strumenti, ai modelli di gestione del ciclo di vita e ai workflow operativi di un singolo fornitore. In questi casi, “la portabilità esiste in teoria, ma diventa complessa nella pratica”. I controlli devono essere ricostruiti, i processi di ripristino nuovamente validati e i modelli di governance adattati ogni volta che evolvono le scelte infrastrutturali.

Molte grandi aziende hanno reagito sviluppando framework interni di automazione, progettati per garantire un’esecuzione coerente dei carichi di lavoro tra ambienti on-premise e cloud. Tali iniziative possono effettivamente introdurre un certo livello di portabilità dell’infrastruttura. Tuttavia, la complessità operativa tende a riemergere a livello dei dati, dove i processi di provisioning, aggiornamento e ripristino dei database restano spesso legati a strumenti specifici dell’ambiente o a script gestiti internamente.

La vera sovranità richiede più della semplice localizzazione geografica o dell’astrazione infrastrutturale. Essa implica il controllo diretto del modello operativo dei database.

La regolamentazione sta ridefinendo la dipendenza

Il regolamento DORA, ad esempio, va oltre i tradizionali indicatori di disponibilità. Richiede alle istituzioni finanziarie di valutare e gestire il rischio di concentrazione, compresa la dipendenza da fornitori terzi critici. Le autorità di vigilanza sono sempre più attente a verificare se le aziende siano in grado di dimostrare resilienza indipendentemente da un singolo fornitore di infrastrutture.

Analogamente, l’EU Data Act introduce misure volte a rendere più agevole nel tempo il passaggio tra diversi fornitori di cloud. Sebbene l’implementazione evolverà, la direzione è chiara: i decisori politici si aspettano maggiore flessibilità e una riduzione del lock-in.

Questi framework non impongono alle aziende di abbandonare il cloud pubblico. Sollevano però aspettative più elevate in termini di autonomia operativa. I leader devono dimostrare che resilienza, governance e processi di ripristino non dipendono da architetture proprietarie che non possono essere replicate altrove.

Il modello operativo dei dati come punto di controllo

Qui, la conversazione si sposta dall’infrastruttura al modello operativo. Quando il provisioning, la gestione del ciclo di vita e il ripristino dei database vengono regolati attraverso un modello operativo uniforme per tutte le piattaforme dati, la sovranità diventa operativa e non più teorica.

Oggi spostare i carichi di lavoro tra ambienti diversi è tecnicamente possibile. La sovranità viene però davvero messa alla prova quando le piattaforme dati devono essere ripristinate rapidamente, migrate o sottoposte a verifiche regolatorie. Se le operazioni sui database cambiano da un’infrastruttura all’altra, la governance deve essere di fatto ricostruita ogni volta che l’ambiente cambia.

Un modello operativo dei database coerente consente alle aziende di applicare politiche di ciclo di vita, linee guida e standard di ripristino una sola volta, garantendone l’applicazione uniforme sia negli ambienti on-premise sia nel cloud pubblico. L’infrastruttura diventa una scelta di deployment piuttosto che un vincolo di governance.

Senza questo livello di standardizzazione, le strategie ibride possono aumentare la complessità invece di ridurre il rischio. Le dipendenze non scompaiono bensì si limitano a spostarsi dai fornitori esterni ai framework di automazione sviluppati internamente, che richiedono manutenzione continua e competenze specializzate.

Open source senza sovranità operativaL’adozione crescente di database open-source in tutta Europa riflette un’altra dimensione importante della discussione sulla sovranità. Le aziende scelgono sempre più tecnologie aperte per ridurre la dipendenza da piattaforme proprietarie, vincoli di licenza e servizi specifici dei fornitori.

Tuttavia, l’adozione dell’open source da sola non garantisce automaticamente la sovranità. Quando ogni ambiente richiede modelli di provisioning, procedure di aggiornamento o pratiche di recupero differenti, la dipendenza operativa persiste. La complessità si sposta dal fornitore ai team interni responsabili di mantenere coerenza operativa e automazione.

Per le aziende altamente mature, l’automazione totale dei database può garantire flessibilità. Per molte altre, industrializzare queste capacità su più ambienti risulta difficile da sostenere nel tempo.

La sovranità, quindi, non dipende solo dalla scelta di tecnologie aperte, ma dall’esistenza di un modello operativo dei database uniforme, capace di garantire automazione del ciclo di vita, governance e ripristinabilità “out-of-the-box” su tutte le infrastrutture.

Ibrido senza frammentazione

Molte aziende EMEA continueranno a operare in ambienti ibridi e multicloud. Il cloud pubblico offre elasticità e accesso all’innovazione mentre gli ambienti on premise garantiscono controllo, prossimità e, in alcuni casi, conformità regolatoria. L’obiettivo strategico non è privilegiare l’uno rispetto all’altro bensì operare in modo coerente su entrambi.

Questa coerenza dipende dal fatto che il modello operativo dei dati accompagni il carico di lavoro. Se i processi di provisioning, patching e recupero differiscono significativamente tra gli ambienti, il rischio operativo aumenta. Quando questi processi sono standardizzati attraverso un layer operativo comune, la coerenza si preserva anche con l’evoluzione dell’infrastruttura.

In questo contesto, la sovranità diventa la capacità di adattarsi senza dover ricostruire la governance da zero. È la certezza che la vigilanza regolatoria, la rinegoziazione commerciale o i cambiamenti geopolitici non costringeranno a un completo ridisegno delle operazioni sui database.

Resilienza commerciale e geopolitica

Events globali recenti hanno dimostrato quanto rapidamente possano evolvere le condizioni commerciali e geopolitiche, con cambiamenti nei modelli di licensing, evoluzione delle strategie dei fornitori e inasprimento delle aspettative regolatorie, man mano che il rischio di concentrazione diventa un tema sempre più centrale per le autorità di vigilanza.

Le aziende che considerano la sovranità esclusivamente come una decisione di hosting rischiano di dover reagire a questi cambiamenti. Chi invece interpreta la sovranità come autonomia operativa è in una posizione più favorevole. Controllando il modello operativo dei dati, esse mantengono flessibilità e possono consolidare, migrare o riequilibrare i carichi di lavoro preservando al contempo una governance e una disciplina di ripristino coerenti.

Analisi indipendenti, come lo studio Total Economic Impact di Forrester, confermano una dinamica che molte aziende stanno già sperimentando. Quando le operazioni sui database vengono standardizzate attraverso un layer operativo unificato, la resilienza migliora e la complessità operativa si riduce. Il risultato non è solo una maggiore efficienza, ma anche un controllo più diretto su dove e come vengono eseguiti i servizi critici.

La sovranità come disciplina di leadership

Per i CIO, CTO e CISO di oggi, la sovranità significa, in ultima analisi, mantenere il controllo operativo, indipendentemente da dove vengano eseguiti i carichi di lavoro. Implica garantire che governance, ripristino e gestione del ciclo di vita rimangano coerenti anche quando le strategie infrastrutturali evolvono.

Negli ambienti regolamentati, la credibilità si basa sulle evidenze. I leader devono dimostrare che i test di resilienza, l’esecuzione del ripristino e i controlli di governance restano riproducibili su tutte le scelte infrastrutturali. Questa coerenza non si ottiene solo attraverso la geografia, ma grazie a una gestione disciplinata del modello operativo dei dati.

La sovranità, in questo senso, significa autonomia operativa. È la capacità di prendere decisioni infrastrutturali senza compromettere il controllo, la conformità o la capacità di ripristino.

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