Quello che gli analisti di geopolitica definiscono il "Corollario Trump" alla National Security Strategy è un aggiornamento della Dottrina Monroe applicato al digitale: un perimetro di sicurezza dove l'autonomia degli alleati è tollerata solo finché non confligge con l'interesse americano.
In questo quadro, l'Europa si trova stretta in una morsa di interdipendenza asimmetrica. Sebbene Bruxelles rivendichi la propria sovranità legislativa, i dati di mercato dipingono una realtà diversa: secondo le ultime stime di settore, oltre il 70% del mercato cloud pubblico europeo è in mano ai tre grandi hyperscaler statunitensi. Questa egemonia infrastrutturale offre alla Casa Bianca una leva formidabile per chiedere modifiche sostanziali a norme come l’AI Act o il DSA. Modifiche che andrebbero a tutto vantaggio delle aziende statunitensi, mentre il Dipartimento di Stato dipinge le sanzioni antitrust come attentati alla libertà d'impresa.
La risposta europea finora si è limitata agli strumenti dell'antitrust e alla regolamentazione difensiva. Norme come il Digital Markets Act (DMA) o l'AI Act, pur necessarie, portano con sé la fama di rallentare l’innovazione industriale e appaiono deboli di fronte alla moral suasion americana. Quanto alle sanzioni pecuniarie, i colossi tech le metabolizzano come costi operativi. Solo di recente si sono viste multe capaci di intaccare i bilanci, come nel caso di X, che ha spinto Elon Musk a invocare provocatoriamente lo scioglimento dell’Unione Europea.
Che cosa vogliono davvero gli Stati Uniti dall’Europa
Al di là della retorica sulla cooperazione transatlantica, l’obiettivo strategico degli Stati Uniti è mantenere l’Europa all’interno di un perimetro di dipendenza compatibile con le priorità di Washington. Non è una contrapposizione ideologica, ma un rapporto gerarchico in cui l’alleato è anche un mercato da disciplinare. L'idea di un’Europa tecnologicamente indipendente è vista dal Pentagono e dalla Silicon Valley come un'incognita strategica, non come un vantaggio.
Gli Stati Uniti chiedono innanzitutto allineamento regolatorio. Le normative digitali europee vengono percepite come un rischio sistemico per il modello di business americano. La pressione diplomatica serve a ridurne l'impatto, ritardarne l’applicazione o svuotarne i punti più incisivi su concorrenza e trasparenza algoritmica. In secondo luogo, Washington esige continuità nell’accesso al mercato senza rinunciare alla propria extraterritorialità giuridica. Controllare l’infrastruttura cloud significa influenzare i flussi di dati e le scelte industriali del Vecchio Continente, evitando che emergano alternative sovrane.
Infine, c'è la richiesta di condividere i costi dell’egemonia tecnologica senza discuterne i benefici. Investimenti e capitale umano devono fluire verso l'Atlantico, ma il controllo degli asset strategici resta concentrato altrove. In questo schema, la tecnologia diventa lo strumento di pressione più efficace, rendendo l'Europa un regolatore senza sovranità e un consumatore senza strategia.
Il fronte dell'AI: l'interpretazione dell'Articolo 53
Il punto di frizione più tecnico riguarda l'Intelligenza Artificiale. L’articolo 53 dell'AI Act, in vigore dall'agosto 2025, impone obblighi di trasparenza radicali: documentazione tecnica dettagliata, dati di addestramento e rispetto del diritto d'autore. Regole che si applicano a tutti i modelli "General Purpose" (GPAI) immessi sul mercato UE, indipendentemente dalla sede del fornitore.
I grandi produttori americani non sono disposti ad accettare questi vincoli. La strategia di elusione si basa sulla distribuzione dei modelli esclusivamente via API, mantenendo dati e pesi del modello su server esterni al territorio comunitario. Secondo diverse interpretazioni legali, se il modello non viene "fisicamente" trasferito nell'UE ma rimane residente all'estero, gli obblighi di trasparenza dell'Articolo 53 diventano di difficile applicazione extraterritoriale.
Questa dinamica è supportata dalla corrente dell'accelerazionismo efficace (e/acc), influente nella Silicon Valley, che vede il "principio di precauzione" europeo come un freno inaccettabile al progresso. L'approccio go fast, break things viene elevato a strategia geopolitica: si forza l'adozione di tecnologie opache rendendo l'alternativa (la rinuncia all'AI avanzata) economicamente insostenibile per le aziende europee. L'obiettivo è mantenere il primato tecnologico, assicurandosi che ogni eventuale tassazione sui profitti generati in Europa finisca comunque nelle casse del Tesoro americano.
Il dilemma del Cloud: Data Residency vs Data Sovereignty
Il conflitto tra il GDPR e le leggi sulla sorveglianza americana (FISA Sezione 702 e Cloud Act) rimane il nodo gordiano della digitalizzazione europea. Sebbene si parli continuamente di sovranità digitale, immaginare che l'Europa possa sviluppare nel breve termine un concorrente sistemico di AWS, Azure o Google Cloud è un esercizio di ottimismo privo di fondamento industriale.
È fondamentale distinguere tra Data Residency (dove si trovano fisicamente i dati) e Data Sovereignty (chi ha giurisdizione legale su di essi). La costruzione di data center in Europa da parte di provider americani risolve il problema della latenza, ma non quello della sovranità. Poiché il Cloud Act si applica a qualsiasi "US Person" ovunque operi, un giudice americano può ordinare la consegna di dati ospitati a Milano o Francoforte.
Per l'Europa, questo rappresenta un limite oggettivo: finché i dati critici risiedono su piattaforme soggette alla giurisdizione extraterritoriale USA, la "protezione dei dati" rimane subordinata alle priorità di intelligence dell'alleato. La strategia americana di "deterrenza normativa" mira a scoraggiare l'Europa dall'imporre requisiti di localizzazione troppo rigidi (come la certificazione EUCS), minacciando implicitamente un disimpegno dagli investimenti in capacità di calcolo.
Il caso Italia: il PSN e il costo del "Lock-in"
L'Italia rappresenta un caso emblematico di integrazione profonda e vulnerabile. Il Polo Strategico Nazionale (PSN), pilastro della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, è stato costruito facendo ampio affidamento sulle tecnologie proprietarie degli hyperscaler americani. Una scelta dettata da esigenze di efficienza, che ha tuttavia generato un vincolo strutturale noto come vendor lock-in.
Come evidenziato dalle relazioni del Copasir, la dipendenza da soluzioni PaaS (Platform as a Service) proprietarie rende estremamente complessa l'eventuale "exit strategy". La migrazione verso infrastrutture open source o europee richiederebbe un costoso refactoring (riscrittura del codice) delle applicazioni. Secondo stime di settore, i costi e i tempi di una tale operazione sarebbero incompatibili con la continuità operativa di enti critici come l'INPS.
L'Italia opera dunque in una condizione di "autonomia vigilata". La resilienza digitale del Paese è garantita dalla qualità tecnologica dei partner americani, ma al prezzo di una dipendenza strategica che limita i margini di manovra diplomatica. La sfida non è l'autarchia, irrealizzabile, ma la gestione consapevole di questa interdipendenza all'interno di un'Alleanza Atlantica che ha ridefinito le proprie priorità in modo unilaterale.
Cosa può e potrebbe fare l’Europa in risposta
Sarebbe un errore analitico considerare l'Unione Europea priva di agency. Sebbene le contromisure siano state finora timide, Bruxelles dispone di leve negoziali concrete. L'Europa non è solo un mercato di regolazione, ma la patria di campioni industriali globali che costituiscono colli di bottiglia insostituibili per la stessa supply chain americana. Non esiste supremazia AI statunitense senza l'hardware europeo necessario a produrla.
La forza deterrente dell'Europa risiede in aziende che detengono monopoli di fatto in settori critici. ASML rappresenta l'opzione nucleare tecnologica: senza le sue macchine per la litografia EUV, la roadmap di Nvidia e Intel subirebbe un arresto catastrofico. Nel settore telecom, Washington non ha alternative credibili a Nokia ed Ericsson per le reti 5G/6G, avendo escluso i fornitori cinesi. Questi asset generano una dipendenza inversa che Bruxelles ha finora esitato a sfruttare.
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Azienda |
Settore Chiave |
Market Cap / Revenue (Est. 2025-26) |
Leva Strategica |
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ASML (NL) |
Litografia EUV |
Cap ~$450B; Rev €32B+ |
Monopolio sui macchinari essenziali per i chip AI. |
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Nokia (FI) |
Telecom 5G/6G |
Revenue €22B |
Alternativa scalabile a Huawei per reti occidentali. |
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Ericsson (SE) |
Infrastruttura Telecom |
Revenue €27B |
Partner essenziale per la sicurezza reti USA. |
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Leonardo (IT) |
Difesa |
Revenue €16B |
Export tecnologie ottiche/militari sensibili. |
Sul fronte normativo, l'introduzione dello schema EUCS per i servizi cloud rappresenta un tentativo di imporre la sovranità dei dati attraverso standard tecnici, escludendo potenzialmente gli hyperscaler USA dai contratti pubblici più sensibili. Parallelamente, il DMA e il DSA offrono meccanismi di reciprocità che possono essere armati: la Commissione potrebbe barattare flessibilità sull'AI Act in cambio di garanzie sull'accesso ai dati o sull'interoperabilità.
Iniziative come Gaia-X e il Data Act mirano a costruire una federazione di cloud interoperabili per rompere il vincolo proprietario. Se l'Europa deciderà di passare da una postura di ostaggio a quella di partner assertivo, la combinazione tra il controllo dei semiconduttori avanzati e la minaccia di frammentazione del mercato digitale rappresenta l'unica via per forzare Washington a un negoziato tra pari. L’Unione Europea ha in mano carte decisive con ASML, Nokia, Ericsson e Leonardo; la volontà politica di giocarle definirà il suo futuro status geopolitico.