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Akira, il film che presentò la distopia del terzo millennio

Dobbiamo tornare nel 1988, o meglio nel 2019, per parlare di un mondo distopico e di motori che ha segnato la storia dell’intrattenimento, non solamente nel mondo del cinema. Ripercorriamo ora alcuni tratti salienti e peculiarità di Akira, il film di Katsuhiro Ōtomo che ha debuttato in Giappone il 16 luglio 1988, ispirato ampiamente dal manga omonimo diventato un titolo ampiamente considerato dalla critica come uno dei più grandi film d’animazione e di fantascienza mai realizzati, oltre che rappresentare una pietra miliare nel settore dell’animazione giapponese e nel genere cyberpunk. Come anticipato, il film ha avuto un impatto significativo sulla cultura popolare in tutto il mondo, aprendo la strada alla crescita di attenzione nei confronti degli anime e della cultura popolare giapponese nel mondo occidentale, nonché influenzando numerose opere di animazione, fumetti, film, musica, televisione e videogiochi. Scopriamo insieme allora alcuni dettagli di questo titolo intramontabile nella cultura pop internazionale, celebrato ancora oggi con Akira – Nuova Edizione (di cui trovate il primo volume su Amazon) e con il lancio della giacca di pelle di Kaneda a partire dal 13 luglio su Funimation.

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Akira, o della Terza Guerra Mondiale e di un 2019 alternativo

Cominciamo ripercorrendo brevemente insieme la trama, per chi non conoscesse questo film: la storia è ambientata nel mondo distopico nel 2019, in un momento storico successivo alla Terza Guerra Mondiale, un conflitto scoppiato in seguito a una violenta esplosione che ha raso al suolo la città di Tokyo. Trent’anni dopo, sulle ceneri della vecchia capitale giapponese, sorge la cosiddetta Neo Tokyo, ma permane il malcontento generale nei bassifondi cittadini, dove si scatenano ribellioni e viene invocato a gran voce il ritorno di Akira, il salvatore. Ma chi è costui? Pare si tratti di un essere misterioso che, se da un lato potrebbe essere la causa dello scoppio della guerra mondiale, dall’altro viene anche ritenuto colui che dovrebbe eliminare dalla faccia della Terra gli individui non degni di abitarla, motivo per cui viene chiamato “il salvatore” appunto.

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La storia però si concentra sul personaggio di Shōtarō Kaneda, leader di una banda di motociclisti, il cui amico d’infanzia, Tetsuo Shima, acquisisce capacità telecinetiche in seguito a un incidente in moto, entrando in collisione con uno spettrale bambino dal volto ben più vecchio rispetto alla sua età, e con il numero 26 sul palmo della mano. Inoltre, a seguito di questa occasione, il ragazzo scopre di essere un esper capace di uccidere grazie al solo potere dello sguardo. Nel frattempo, il governo deve anche far fronte alla gravissima crisi in cui è caduto il Paese e il Colonnello Shikishima, a capo dell’esercito, teme ci sia il rischio imminente di una rivolta violenta.

Vi sono infine diversi gruppi di fanatici religiosi predicanti il ritorno proprio di “Akira il salvatore”, il cui nome è stato attribuito anche a un progetto a cui faceva capo proprio il colonnello, sollevato però da questo incarico, nonostante ne fosse un sostenitore convinto. Il progetto in questione prevedeva la preservazione dei risultati degli esperimenti compiuti sul corpo del bambino coinvolto nell’incidente di Tetsuo, con l’obiettivo di capire quali siano i poteri di questa assurda creatura.

Dal manga al film

Da dove deriva però questa storia? Possiamo ritrovare le origini del film nel manga omonimo, ideato e disegnato sempre da Katsuhiro Ōtomo e pubblicato all’interno della rivista giapponese Young Magazine dal 6 dicembre 1982 all’11 giugno 1990. Il manga trovò vita anche grazie a una pubblicazione in 6 volumi grazie al lavoro della casa editrice Kōdansha e, a seguito del grande successo con una vendita di circa 3.500.000 copie in patria, vennero stabiliti gli accordi per pubblicare il manga anche negli Stati Uniti da Marvel Comics. Nel 1988, l’americana Epic, sempre all’interno del gruppo Marvel, pubblica una versione di Akira, uovamente per il mercato americano, in una versione con tavole ribaltate e, per cercare di soddisfare i gusti del pubblico americano, i disegni vengono colorati, una scelta giunta dalla mente di Otomo, mentre Steve Oliff si è occupato della colorazione.

A partire dall’edizione americana ha preso poi spunto l’editore Glénat per pubblicare il manga due anni dopo in Francia, Spagna e Italia. Nel 1988 però i lavori sul manga sono stati sospesi mentre ci si stava avvicinando alla realizzazione del quarto volume, in quanto Otomo si era concentrato sulla lavorazione del film di Akira, nel ruolo di regista e sceneggiatore, accanto a Izo Hashimoto. Parlando dunque di differenze tra manga e film, non possiamo notare discrepanze grafiche, in quanto la maggior parte dei disegni dei personaggi e delle ambientazioni nella pellicola sono stati adattati dal manga, mentre la trama presenta differenze notevoli, a partire dall’eliminazione di gran parte dell’ultima metà della storia narrata nel manga. 

Il film è costato sette milioni di dollari, un budget ottenuto riunendo le più importanti major giapponesi e grazie alla realizzazione di oltre centocinquantamila disegni, grazie al lavoro di 1300 lavoratori provenienti da cinquanta studi d’animazione. Mentre il manga era giunto a conclusione verso la metà del 1990, con oltre 2000 pagine, il film sta facendo il giro del mondo, proponendo una visione totalmente nuova agli occhi del grande pubblico dell’animazione giapponese.

Questo ha corrisposto a un successo di incassi? Non del tutto: in Giappone la distribuzione non aveva coperto le spese di realizzazione, ma a moltiplicare i guadagni furono le repliche in sala e le vendite di videocassette e laserdisc. Situazione analoga negli Stati Uniti, nel 1989, diventando un blockbuster solo dopo qualche tempo dall’uscita. Ora che il titolo giunge in Europa, il pubblico occidentale sta conoscendo Akira sempre di più, in primis grazie alla sua distinzione rispetto alle classiche opere di animazione a cui si era abituati.

Una diversa rappresentazione dei contenuti

Questa serie di catastrofi, morti atroci e nuvole di polvere e gas si riversano in circa centoventicinque minuti di pellicola, generando un titolo evergreen di cui si parla ancora oggi, nonostante la versione cinematografica, oltre a essere differente dal manga, sia risultata anche meno azzardata, narrativamente parlando, e meno visionaria del fumetto. Il lungometraggio, infatti, si basa sulle atmosfere che Otomo ha sviluppato nel fumetto solo fino alla lavorazione del film, e si adatta questo prodotto anche alla specificità del mezzo, rinunciando a decine di tasselli della trama e lasciando solo sullo sfondo l’impianto fantascientifico narrativo.

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Allo stesso modo, e per lo stesso motivo, personaggi dal ruolo complesso sono sottoposti a un’opera di semplificazione, tra cui Miyako: colonna portante della dimensione spirituale nel manga, nel film il personaggio diventa una grottesca predicatrice di strada, una variazione sul tema forse dettata per celare un riferimento alle psico-sette che stavano sorgendo al tempo in Giappone. Nondimeno, nel film manca il piccolo Akira, almeno nelle forme e nei modi in cui compare nel manga.

La pellicola dunque si concentra sulla fisicità e sul mondo che conosciamo, sul quale si apre solo il cielo muto di Neo Tokyo, rimanendo ancorata alla prima parte del fumetto e omettendo tutto il contenuto più meditativo. In questo modo viene restituita un’immagine plausibile della nostra realtà, mostrandola mentre va in pezzi, e senza troppe spiegazioni nel dettaglio. Capire fino in fondo la trama, dunque, non è l’obiettivo primario: lo è invece dare al pubblico una storia disposta a essere tradotta e interpretata a lungo nel tempo.

L’adolescenza e l’età adulta nel film

Uno dei temi maggiormente presenti nella storia è l’adolescenza, mostrata in due forme opposte nei due protagonisti: Tetsuo incarna la possibilità di essere qualsiasi cosa, la pulsione che elimina ogni forma di controllo, facendo diventare impossibile stabilire se in Akira il salto antropologico verso l’ignoto che coinvolge Tetsuo sia una metafora dell’adolescenza, o se l’adolescenza come pulsione incontenibile sia una metafora della trasformazione del genere umano. Dall’altro lato, Kaneda è un fascio di muscoli e nervi che in sella a una moto, con un fucile laser, tiene testa al suo vecchio amico, e soprattutto non muore mai. I giovani motociclisti in Akira sono forti, concreti, selvaggi, trattano tutti male, e Kaneda è il primo fra loro a brillare.

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Ma a loro contrapposti vi sono chiaramente gli adulti, i quali fanno perire tutto quello che capita loro a tiro: i bambini esper, tra cui Takashi, che entrando in contatto con Tetsuo ne risveglia il potenziale, hanno subito la manipolazione da parte degli adulti, i quali ne hanno sviluppato i poteri telepatici e telecinetici, e non a caso sono rimasti bambini e insieme sono invecchiati: hanno saltato l’adolescenza. Nel manga, il Colonnello tenta di contenere la potenza per salvaguardare la società, Miyako tenta di far acquisire a Tetsuo la consapevolezza necessaria a costruire il nuovo sé, ma lasciano spazio alla potenza di Tetsuo, il quale, in una storia già alleggerita dalla presenza di Akira, diventa tutto. 

I tentativi di controllare le potenze di Akira e di Tetsuo da parte delle istituzioni sono destinati a fallire, non tanto perché le potenze psichiche siano completamente fuori scala rispetto ai mezzi a disposizione, ma soprattutto perché la lotta è un fraintendimento radicale, un problema di omonimia tra il potere, inteso in senso militare e politico, e la potenza cosmica e primordiale che si sprigiona dai ragazzi dotati. Tra l’uno e l’altra si realizza la perfetta immagine della sproporzione tra i vecchi schemi, appiattiti su un’immagine statica dell’essere umano, e l’assoluta novità antropologica di cui Tetsuo e Akira sono manifestazioni.

Altre derivazioni mediatiche del film

Dal film Akira hanno avuto origine diverse derivazioni nel mondo dell’entertainment, tra cui un videogioco d’avventura omonimo, Akira, sviluppato da Taito e distribuito nel 1988, ma anche per Commodore Amiga e CD32 nel 1994 in seguito al successo occidentale del film.

Non solo videogiochi, ma anche live action, mai realizzati ma ideati da Sony con Kodansha, e due film annunciati il 22 febbraio 2008 da Warner Bros. e Appian Way, società appartenente a Leonardo DiCaprio. Il produttore, Andrew Lazar, dopo alcuni rinvii aveva dichiarato in seguito che il live action era un “progetto prioritario per Warner Bros” e a marzo 2011 erano stati resi noti i nomi degli attori, scatenando parecchie polemiche per via dell’ingaggio di attori occidentali nel ruolo di personaggi con nomi giapponesi e per la loro età, ben diversa da quella dei protagonisti. 

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Nel maggio 2011, dopo il rifiuto di Keanu Reeves per il ruolo di Kaneda, Warner Bros ha bloccato la pre-produzione del film e Hughes abbandonò il progetto per via di divergenze con la produzione. A luglio dello stesso anno, cominciarono le trattative con il regista Jaume Collet-Serra per dirigere la pellicola e stanziando un budget di 90 milioni di dollari, tuttavia, l’anno successivo, a gennaio, la Warner ha nuovamente sospeso la produzione a causa di problemi di casting e di budget. Un destino ben più oscuro e difficile, quello dei prodotti successivi al primo film Akira, rispetto al blockbuster evergreen del 1988, rimasto sul suo piedistallo come opera cyberpunk nipponica indiscussa.