Cinema e Serie TV

Festa della donna, i migliori film da vedere

8 marzo, cosa guardare? Vi proponiamo una carrellata di film per aprire una finestra sul mondo della donna. Dal cinema d’autore, alle biografie, passando per il cinema d’animazione: la nostra speranza è quella di riuscire a soddisfare tutti i palati. Storie di violenza, di parità, di grande coraggio e di resilienza: diverse sfumature dell’animo femminile per sostenere una battaglia di autodeterminazione, purtroppo ancora lungi dall’essere conclusa.

I nostri consigli per celebrare la donna sul grande schermo

Drammi, azione, storie vere e avventura. Diversi generi uniti da una costante comune: la forza di lottare, rigorosamente a tinte rosa. Seguiteci in questa rassegna.

Frida

Apriamo la rassegna con Frida (2002), diretto da Julie Taymor, adattamento cinematografico del libro Frida: A biography of Frida Kahlo, di Hayden Herrera. Magistralmente interpretato da Salma Hayek, il film racconta la difficile vita della pittrice Frida Kahlo, divenuta emblema di tenacia e fierezza. Artista, attivista, amante di uomini e donne importanti; seppur spezzata sia nel corpo che nell’anima, Frida ci mostra la dignità nella sofferenza. All’interno della sua prigione chiamata corpo, emerge prepotentemente una figura esemplare e seducente, icona di forza incrollabile, capace di trasformare un dolore indicibile in arte immortale.

Se dio esistesse, mi dovrebbe molte spiegazioni.

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Volver

Impossibile parlare di donne nel cinema senza citare Pedro Almodovar, con la sua instancabile musa Penelope Cruz. In Volver (2006), Raimunda ha una figlia adolescente, Paula, e un compagno intollerabile e alcolizzato, Paco, che non lavora e tenta di abusare della ragazza.  Paula per difendersi lo uccide. La madre, scoperto l’accaduto, occulta il cadavere nel frigorifero, sposando la causa della figlia e la sua legittima difesa. Questa tragedia rievoca fantasmi mai sopiti, portandoci in un gineceo dalle forti emozioni e dai grandi segreti, dove l’unica soluzione rimane la solidarietà.

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Non dire così, che mi metto a piangere. E i fantasmi non piangono.

Million Dollar Baby

Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) è una giovane trentenne decisa a diventare campionessa di pugilato. Si reca a Los Angeles, presso la palestra gestita da Frankie Dunn (Clint Eastwood), manager disilluso e scorbutico, abbandonato a una vita di solitudine. Nonostante l’iniziale rifiuto, la tenacia di Maggie consente ai due protagonisti di stringere un forte sodalizio, un miracolo di alchimia che porta Maggie a sfidare la temutissima Billie “Orso blu”, ex prostituta nota per le scorrettezza sul ring. In Million Dollar Baby la svolta tragica è solo l’inizio di un commovente percorso di redenzione, una riconciliazione tra il mondo e le loro anime turbate. Il pugilato lascia così il posto alla crudeltà dell’esistenza, alla generosità e alla compassione. Temi come l’eutanasia e la religione vengono affrontati con grazia e fermezza, e l’unico a incassare è lo spettatore, le cui emozioni vengono prese a cazzotti. Asciugamano sul ring, K.O. tecnico.

Chiunque al mondo può perdere un incontro.

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Kill Bill

Una donna si risveglia dal coma. Il massacro è avvenuto il giorno della sue nozze, lei è miracolosamente sopravvissuta  e ora ha un solo obiettivo: vendicarsi, uccidere Bill. Un capolavoro intenso, cruento, tecnicamente perfetto: Kill Bill è la cartina al tornasole del genio di Quentin Tarantino. La brillantezza registica viene esaltata dalla contaminazione tra i diversi stili, in primis il cinema d’animazione: le sequenze sul passato di Lucy Liu raggiungono inaspettate vette di intensità emotiva. Rispetto alle sue produzioni precedenti, Tarantino abbandona la coralità per lasciare spazio a una singola interpretazione diventata leggenda: Uma Thurman, nel ruolo di Beatrix Kiddo, è splendida e magnetica. Ciliegina sulla torta, una colonna sonora monumentale. Un film che ha fatto storia, definendo un prima e un dopo: un taglio netto nell’universo cinematografico, realizzato con la precisione tipica delle lame di Hattori Hanzo.

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Quella donna merita la sua vendetta e noi meritiamo di morire.

The Danish Girl

The Danish Girl (2015). Einar Wegener è un pittore molto apprezzato nella Copenaghen dei primi del ‘900. A seguito di un gioco erotico con la compagna, il premio Oscar Alicia Vikander, si riscopre intimamente attratto dal suo io femminile, che percepisce come un’entità separata. Così, delicatamente e lentamente, decide di lasciare spazio alla sua identità, e rinasce sotto il nome di Lili Elbe. Aiutato e supportato da un moglie comprensiva e assennata, sfida la medicina del tempo che lo bolla come inguaribile schizofrenico, e affronta con coraggio il primo intervento di chirurgia sperimentale della storia.

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Ho voluto bene a poche persone nella mia vita e tu sei due di loro.

Un titolo che sfuma lievemente sulle sue componenti più crude e aspre, e affronta in modo garbato e mai eccessivo un tema spinoso e mai banale. Perfettamente a suo agio nel ruolo di protagonista, Eddie Redmay compie un’esemplare prova di mimesi e mutazione, accompagnato dall’armonia impeccabile di scenografia e costumi.

Il diritto di contare

Tratto dal libro di Margot Lee Sheeterly, Il diritto di contare racconta la storia vera della matematica e fisica afroamericana Katherine Johnson, che collaborò con la NASA per il Programma Mercurio e la missione Apollo 11. Nella Virginia degli anni 60, dove regnano incontrastati sessismo e razzismo, la protagonista si ritrova a lottare contro due pregiudizi: essere una donna ed essere una donna nera. Le sue armi? Professionalità, competenza, grazia ed eleganza. Il regista Theodore Melfi ci propone la storia dell’esplorazione spaziale americana attraverso un punto di vista fresco e originale: lo sguardo di tre eroine intelligenti e ostinate, che hanno cambiato silenziosamente il mondo.

Ogni volta che abbiamo una possibilità di successo, spostano il traguardo!

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Simbolo di questa discriminazione è la toilette: Katherine, per poter andare in bagno, deve percorrere più di 1 km; e deve farlo di corsa, non potendo assentarsi a lungo. Violenza e delicatezza sono le due facce di una sceneggiatura completa ed equilibrata.

Still Alice

Alice ha una bella vita: insegna all’università, ha un marito che la ama e una famiglia molto unita. Dopo una serie di episodi allarmanti, le viene diagnosticata, a soli 50 anni, una rara e precoce forma di Alzheimer. Così, da un giorno all’altro, Alice si trova a dover combattere contro sé stessa, per trattenere una vita che le sta sfuggendo inesorabilmente di mano. I vuoti di memoria sempre più frequenti e le difficoltà di linguaggio non le impediscono di lottare con tenacia, per gridare al mondo la sua identità fino all’ultimo respiro: Still Alice. I due registi non scelgono la strada del patetismo, ma si concentrano sulla perseveranza di una donna chiamata troppo presto ad affrontare il dolore umiliante e ingrato dell’Alzheimer.

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Tratto dall’omonimo romanzo di Lisa Genova, il film ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui l’Oscar per Miglior attrice protagonista alla stupefacente Julianne Moore. Un’interpretazione posata, elegante, estremamente dignitosa nel fronteggiare l’insensatezza della malattia.

Non sono tenuta a essere giusta. Sono tua madre.

Ribelle-The Brave

Chiudiamo questa rassegna con il cinema d’animazione. Ribelle – The Brave narra le gesta di Merida, principessa scozzese dal temperamento fortemente mascolino. Ai rigidi formalismi di corte lei preferisce tirare con l’arco e cavalcare, lasciando che il vento le scompigli la sua esuberante chioma rossa. Quando la madre  le propone tre improbabili principi tra cui scegliere il suo sposo, lei si rivolge a una strega dando il via a una serie di esilaranti vicissitudini dal risvolto estremamente pedagogico. Un titolo canonico che parla di ribellione, di affermazione, che sfrutta l’età adolescenziale della protagonista per orchestrare un racconto di responsabilizzazione.

Merida, una principessa non posa le sue armi sul tavolo.