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I Mitchell contro le macchine, recensione: ritrovare la famiglia durante l’apocalisse

L’animazione, su Netflix, rimane un comparto in continua espansione, focalizzato maggiormente alla serialità, come dimostrato da proposte del calibro di Pacific Rim: La Zona Oscura e Disincanto, ma capace di mostrare una vena artistica di altro profilo con offerte come I Mitchell contro le macchine, approdato sui lidi digitali del canale streaming in queste ore, che mira a ripercorrere il successo di un altro stupendo film animato Netflix, Klaus. Un titolo particolarmente atteso, annunciato inizialmente al pubblico italiano con l’infelice traduzione Superconnessi, che si presenta come un film per famiglie, ma soprattutto sulle famiglie. Tema da toccare delicatamente, cercando la giusta sfumatura per creare un’avventura animata, in cui le difficoltà dell’essere famiglia si intrecciano a situazioni quotidiane, creando un equilibrio narrativo che vada a sostenere una narrazione iperbolica e travolgente capace di tenere incollati allo schermo.

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I Mitchell contro le macchine: apocalisse robotica e incomprensioni familiari

I Mitchell contro le macchine, se vogliamo essere onesti, si basa spunti narrativi non propriamente originali, per quanto innegabilmente attuali. La presenza invasiva della tecnologia nella nostra vita (da cui era scaturito il criticabile Superconnessi) e la difficoltà delle dinamiche familiari sono motori narrativi già visti decine di volte. Se da un lato possono rivelarsi una mancanza di originalità nell’incipit di questo progetto, dall’altro si rivelano l’anima autentica del film, capace di parlare al cuore degli spettatori utilizzando proprio due elementi narrativi così comuni e condivisi. Complice l’intelligenza degli sceneggiatori, che utilizzano l’aspetto hi-tech come casus belli della vicenda, lasciando poi al contesto emotivo e domestico la preminenza. Intuizione felice e vincente, perché è questo spaccato familiare che rende I Mitchell contro le macchine un piccolo capolavoro emotivo.

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Il rapporto complesso tra Katie Mitchell, giovane adolescente eclettica e col sogno di divenire una regista, e il padre Rick, più materiale e genitore preoccupato, si rivela una fotografia di centinaia, migliaia di storie in tutto il mondo. Quando i nostri figli smettono di essere i nostri piccoli da proteggere e iniziano a percorrere la loro strada? E cosa è successo a quegli eroi che nella nostra infanzia ci facevano mille, incredibili avventure e ora sembrano divenuti degli estranei? Il film di Rianda e Rowe si sviluppa attorno a questa frattura tra padre e figlia, rendendo un viaggio di famiglia nato sotto i peggiori auspici una terapia familiare in cui si alternano azione ed emozione.

Il rischio in queste narrazioni è di scivolare in situazioni retoriche o forzatamente emotive, con la pecca di ottenere l’effetto opposto. Una deriva totalmente assente in I Mitchell contro le macchine, che ha il pregio di cogliere la spontaneità e l’immediatezza di questa cornice familiare incrinata. Gli sforzi di Rick di ricucire un rapporto con Kate sono palpabili, lo spettatore empatizza con questo omone impacciato e affranto che non si arrende, ma è al contempo in sintonia con la giovane donna che sta iniziando il suo cammino e si sente tradita dal suo eroe di un tempo, che pare ora non credere più in lei.

In questo, il cambio di titolo è stato una benedizione. Superconnessi rimandava maggiormente all’aspetto tecnologico del film, mentre il passaggio a Netflix del film di Sony Animation si focalizza al meglio su questo lato umano della storia. Dover affrontare una potenziale apocalisse robotica, infatti, è la chiave di una rinnovata unione domestica, fatta di confronti e scelte forzate dalla situazione che spinge ogni membro della famiglia a vedere le potenzialità dell’altro, andando oltre i propri limiti, furtto di ansie ed esperienze personali, per aprirsi e accettare la diversità di visione dei propri cari.

Rick e Kate sono stati graziati da questa scampata fine del mondo, ritrovando il loro rapporto tra robot assassini e intelligenze artificiali psicotiche, una consapevolezza fatta di ricordi, accettazione e lezioni di guida. Questa caratterizzazione intima e dolcemente spiazzante, rende I Mitchell contro le macchine un film unico, una storia in cui la stranezza dell’altro, le nostre ansie e l’incapacità di trovare un linguaggio comune divengono una forza trainante per trasmettere un messaggio forte: famiglia è accettarsi e sostenersi.

I Mitchell contro le macchine: emozioni e sperimentazione

Il tutto declinato in una chiave in cui emozione e comicità trovano una continuità impeccabile. Merito di una realizzazione stilistica personale e pienamente riuscita, in cui l’animazione diventa un banco sperimentale dove gli autori si divertono a creare un nuovo linguaggio stratificato. Alla visione tradizionale si aggiungono elementi 2d che si rifanno agli storyboard disegnati da Kate e scene in cui la vocazione cinematografica della ragazza inneggiano a grandi classici del cinema d’azione, il tutto all’insegna di una narrazione rapida e incisiva, in cui nulla appare estraneo, offrendo allo spettatore un racconto fresco, travolgente.

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Rianda e Rowe hanno fatto dell’esperienza di altre coraggiose sperimentazioni dell’animazione, come la citata avventura di Miles Morales, un invito a non fermarsi, ma evolvere il linguaggio dell’animazione in una nuova dimensione, in cui l’espressività dei personaggi non sia vincolata al character design, ma si espande a una metanarrazione emotiva che diventa il vero punto di forza di I Mitchell contro le macchine.

Un linguaggio che si appoggia anche a una vena citazionista spontanea e mai stucchevole, che tocca grandi classici del cinema come Ghostbuster, Terminator e Mad Max, per poi concentrarsi maggiormente sull’aspetto sonoro, con sonorità che richiamano a cult movie come Tron. I Mitchell contro le macchine, infatti, può vantare un supporto musicale impeccabile, agile nel passare dai toni rapidi delle scene d’azione a quelli più pacati ideali per veicolare la profonda e meravigliosa tensione emotiva dei personaggi.

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Pensare che un cartone animato non sia in grado di rivolgersi agli adulti è oramai un preconcetto ampiamente smentito, sbriciolato da titoli come Soul, Onward o Spiderman: Un nuovo universo. I Mitchell contro le macchine è l’ennesima conferma di questa concezione del racconto animato, un’apertura al concetto di film per la famiglia che include non solo i più piccoli di casa, il target per antonomasia del genere, ma anche adulti che attraverso le vicende di un nucleo famigliare atipico riesce a ritrovare la propria dimensione domestica, tra ansie e incomprensioni. Una ricchezza che ci consegna momenti di struggente bellezza, fatta di padri sconsolati che rivivono ricordi e figlie che concedono un abbraccio che mancava da troppo tempo. Difficile arrivare alla fine della visione senza farsi scappare una lacrima, sciogliendosi nell’abbraccio finale che racchiude tutte le difficoltà e le gioie di essere famiglia. Non serve un’apocalisse per ritrovarsi come hanno fatto i Mitchell, ma la loro incredibile avventura ci ricorda che l’essere famiglia nasce da piccoli istanti, come appoggiare lo smartphone o un piccolo gesto dal cuore, che sia un piccolo alce di legno o un sorriso complice a lungo atteso.