Cinema e Serie TV

Intervista a Camilla Filippi, da La meglio gioventù a La Stanza su Prime Video

La abbiamo vista nel recente film di Amazon Prime Video, La stanza, ma non è certo l’unica occasione in cui è apparsa sullo schermo e in altri settori artistici. Camilla Filippi è attrice, scrittrice, artista, ma ancor prima madre e moglie, tutte sfaccettature raccolte in un unicuum umano dalla capacità espressiva eclettica e poliedrica. Abbiamo avuto il piacere di intervistarla per conoscere più da vicino la sua storia personale e professionale attraverso diverse domande, dopo averci colpito nell’ultimo film di Stefano Lodovichi.

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Da dove nasce la tua passione per il cinema e come ti sei avvicinata alla recitazione?

Vengo da Brescia, ero piccola negli anni Novanta, non c’era Internet e fare l’attrice era un’idea lontana, ma frequentavo una scuola pubblica sperimentale, andavo al pomeriggio e tra le materie, c’era anche teatro, educazione all’immagine e informatica. Erano materie obbligatorie e la possibilità di mettermi alla prova con il teatro, a scuola, come materia, mi ha fatto pensare che potesse essere un lavoro come tanti altri e mi ha fatto nascere il desiderio di diventare attrice. Non avevo tutte le risposte all’epoca, non conoscevo nessuno: così la cosa che mi sembrava più semplice all’epoca era andare alla Benetton di Treviso, un’industria che faceva pubblicità, e ci hanno indicato il nome di due agenzie a Milano. In seguito sono stata presa e ho cominciato a fare spot pubblicitari; a seguire mi sono spostata sui film andando a Roma.

Quali sono state le tue prime esperienze e i primi, significativi step di crescita professionale?

Ho appunto cominciato con gli spot, poi mi sono confrontata con il cinema a partire da La meglio gioventù, dove ho vissuto l’incontro con Marco Tullio Giordana e il suo modo di lavorare. Tra gli spot, un esempio ben calzante è quello per Barilla, avevo circa 12 anni, ero una bambina.

Teatro e cinema: quali sono le differenze che avverti personalmente, quando stai sul palco e sul set? Tra le due, dove si colloca la tua comfort zone maggiore?

L’audiovisivo è diverso rispetto al teatro per via del contatto con il pubblico, l’adrenalina è maggiore a teatro, ma con l’audiovisivo un errore è per sempre e non per una sera. E’ difficile trovare una preferenza tra le due dimensioni.

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Tra serie TV e film invece, qual è il linguaggio cinematografico che senti più tuo, dal punto di vista di un’attrice?

La serie ti permette di far crescere un personaggio, all’interno delle stagioni, puoi far cambiare e crescere il tuo ruolo, anche invecchiare nella serie, è divertente. Il film invece ha un arco narrativo più breve chiaramente. 

Quali i titoli che ricordi con più affetto e in quali ruoli invece hai avvertito più difficoltà nel calartici?

Il titolo che ricordo con più affetto c’è Tutto può succedere: eravamo una famiglia ed è stato un lavoro di tre anni, ho avvertito una crescita. Poi in generale, quello che ricordi con più affetto è sempre l’ultimo lavoro a cui hai preso parte (La Stanza, ndr). In questo film, la sfida è stata impegnativa: ho pianto tutte le lacrime del mondo. E’ stato tosto psicologicamente e fisicamente.

Parliamo proprio de La Stanza: come hai vissuto il ruolo di Stella? Quali le riflessioni che ti sono sorte come madre, dopo aver vissuto l’esperienza di questo personaggio?

Ho una doppia visione, da figlia e da madre. Entrambe si uniscono su un punto: le azioni dei genitori si ripercuotono sui figli, ma questi ultimi, una volta che hanno subìto determinati eventi, dovrebbero fare un lavoro di elaborazione e accettazione, visto che il passato nella vita vera non si può cambiare. Si dovrebbe fare un percorso di miglioramento personale.

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Moglie, madre, donna protagonista della sua vita: tre sfaccettature di un solo personaggio. Quale di questi ruoli trovi più stimolante da interpretare sul set e quale invece nella vita reale?

Non è un ruolo che determina la sfida, ma la complessità umana, quando ti approcci a un personaggio. Quindi tutto dipende da che moglie, madre e donna sei e come, non è né una preferenza, né una difficoltà in più o in meno. Sono le sfaccettature psicologiche del personaggio che cambiano le carte in tavola. E’ difficile dare una risposta, perché si entra in una sfera di complessità gigantesca: in base ai periodi della propria vita, diventa più o meno facile entrare in un determinato ruolo.

Hai raccontato di recente dei tuoi momenti più duri, tra bulimia e difficoltà psicologiche. Il tuo lavoro è stato causa o cura per i tuoi mali?

Tendo a non approfondire questi temi difficili, perché vanno a toccare la sensibilità di molte persone e non è corretto “liquidare” l’argomento in poche righe, non abbastanza per raccontare la complessità di un essere umano che si trova in queste situazioni di difficoltà.

Le donne più importanti della tua vita e cosa ti hanno lasciato.

Mia madre sicuramente è stata la donna più importante, perché mi ha sempre sostenuta e mi ha fatto credere che avrei potuto fare tutto quello che mi passava per la testa, anche l’astronauta (ride, ndr). Mi ha fatto diventare una madre di conseguenza che si comporta così: tutto è fattibile, basta impegnarsi a fondo. Oltre a lei, sono circondata da molte donne, amiche e colleghe, e per me sono fondamentali. Credo in un mondo di donne e nel sostegno delle donne, che possono condividere con me una visione di forza e indipendenza.

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Dal cinema all’arte visiva: come e quando ti sei avvicinata a questo mondo? Com’è stato realizzare i tuoi progetti personali e le collaborazioni importanti?

Innanzitutto, penso che le persone non si debbano mai limitare nella vita. Non è perché sono un’attrice che devo limitarmi a fare questo. E’ quello che spesso la società ci spiega, invece bisogna essere aperti alla vita e alle cose nelle quali si inciampa. Nel mio caso, ho dato vita al progetto Psychedelic Breakfast aprendo Instagram anni fa, quando ancora era usato in maniera diversa: avevo analizzato questo social network e mi rendevo conto che era tutto finto. Ognuno dava una rappresentazione di sé che era quella più congeniale e quindi falsa, è come si vuole apparire. Mi sono detta: se ogni mattina trovo una immagine di un artista, già codificata e che rispecchia come mi sento, con una frase detta da questo personaggio e lo reinterpreto, posso creare un diario emotivo. Così ho trovato un curatore e ho esposto a Palazzo Collicola a Spoleto, poi mi chiamò Gucci per fare una campagna digital con 30 artisti internazionali, chiamata Guccigram. Dopodiché, ho scritto anche un libro, uscito il 3 settembre, La sorella sbagliata, che si basa su miei aspetti personali: racconta di due sorelle, di cui una è spastica, e io ho una zia che soffre di questa patologia. Ho usato questo pretesto per raccontare i rapporti di fratellanza e sorellanza, ambientati nel ’78 durante il rapimento di Aldo Moro, raccontando però una storia di fantasia dove gli unici tratti autobiografici sono dati dal tema della disabilità. Volevo raccontare la difficoltà di essere fratelli, tra quello più amato e quello più bravo, estremizzando la differenza in questo caso per indagare l’amore-odio tra fratelli.

Cosa ti attende nel futuro? Un impegno nel cinema e nell’arte in maniera equilibrata, o darai maggior peso a una delle due?

Continuo in diversi ambiti: scriverò un secondo libro, farò provini per altri film, farò audiolibri e podcast e tutto quello che mi permette di esprimere un sentimento. Al momento ho appena finito l’audiolibro del mio romanzo, devo invece iniziare l’audiolibro de Non esistono piccole donne, scritto da Johannes Bückler, che racconta la vita di tante donne nella Storia. Cerco di fare più cose possibile e tenermi impegnata.

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Un consiglio per i nostri lettori che vorrebbero incamminarsi sulla strada della recitazione.

Siate curiosi, leggete e viaggiate più che potete (perché un giorno si tornerà a viaggiare), e soprattutto cercate di essere degli esseri umani, perché così facendo si ha la possibilità di comprendere e conoscere gli altri. Quello che fai come attore è proprio il lavoro di portare sullo schermo l’altro.

Scopri la storia scritta da Camilla Filippi ne La sorella sbagliata