Libri e Fumetti

Intervista a Tino Adamo: storia della Milano anni Ottanta e di fumetti

Abbiamo conosciuto questo scrittore alle prime armi, ma disegnatore di fumetti da lunga pezza, grazie al suo recente libro, Il bar degli zanza, di cui vi abbiamo parlato nei giorni scorsi in maniera approfondita nella nostra recensione. Tino Adamo però nasconde diversi segreti e curiosità che ha deciso di condividere con noi, raccontandoci aneddoti della Milano di una volta, dove si ambienta il suo romanzo, e della sua carriera professionale, in maniera approfondita e davvero interessante. Non ci resta che raccontarvi per filo e per segno quanto ha avuto da dirci l’autore di tante piccole storie metropolitane in grado di creare, nel loro insieme, quel macrocosmo che è il capoluogo milanese.

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Intervista a Tino Adamo, romanziere e illustratore per Sergio Bonelli Editore

Raccontaci la tua esperienza a Milano e nelle zone che descrivi nel libro, quanto è tratto dalla vita vera e quanto dalla tua fantasia?

Il bar degli zanza è un romanzo nato per caso. Quando ho cominciato a scriverlo, doveva essere solo una sequenza di aneddoti, tanto per ricordare i vecchi tempi e i personaggi che gravitavano attorno al bar di periferia nel quale ho lavorato, alla fine degli anni ’80. In seguito mi sono divertito a scrivere il primo racconto, l’unico inedito… poi, seguendo quell’adagio che recita “La fame vien mangiando”, non mi sono più fermato. Sebbene l’arco temporale degli “Zanza” sia consequenziale, narrando le vicende in maniera lineare con lo scorrere del tempo (un anno), l’ho suddiviso in 26 capitoli che si possono leggere anche slegati, come fossero racconti a se stanti. Quasi ogni capitolo parte da spunti e personaggi reali, poi reinterpretati con la fantasia, quasi fossero un cocktail in perfetto equilibrio tra realtà e fiction.

Com’è stato essere barista nella Milano anni Ottanta, in una zona come Baggio?

In una parola sola: divertente! A quei tempi Baggio, il quartiere della periferia milanese dove tutt’ora risiedo, era una zona “calda”. La malavita la faceva da padrona ed è nato allora il detto “Vieni a Baggio se hai coraggio!”. Il bar era quasi sotto casa e la maggior parte degli zanza che lo frequentavano, vivevano nel mio quartiere. Quella gente mi era familiare fin dall’infanzia. Erano giocatori di carte, di cavalli, dadi e totonero. Delinquenti di ogni fatta, rapinatori, spacciatori, truffatori… una macedonia di sfaccendati senza la minima voglia di “tirare la lima”. Erano perdenti senza speranza, ma generalmente molto simpatici. Passavano il tempo tra una spacconata e uno scherzo grossolano, e si rideva parecchio. In definitiva era un ambiente vitale e allegro.

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Pensi sia un mondo ormai sparito, o che possiamo ancora respirare in qualche angolo nascosto della metropoli?

I tempi cambiano, ma certe cose sono immutabili. L’ambiente dei bar dei quartieri popolari è ancora la tana degli zanza. Ovunque tu vada, troverai capannelli di gente ghignare sguaiatamente, birra alla mano e sigaretta in bocca… ci sarà un Vito “la mamma” pronto a dispensare perle di saggezza spicciola, un “Buttafuoco” che si scalda quando discute, diventando paonazzo, un tavolo di ramino con nonnetti agguerriti come il “Gamba de legn” o un “Duca” istrionico e avvinazzato, grinte tali e quali ai characters che fanno da comprimari al mio libro.

In parecchi punti del libro, come abbiamo detto nella recensione, usi espressioni e toni “politically uncorrect“; temi la reazione del pubblico? Come mai queste scelte lessicali?

Fortunatamente continuo a ricevere riscontri molto entusiastici, specialmente rispetto a questo stile di scrittura. In prima battuta, ero partito con una fioritura più “letteraria” e distaccata, voce narrante in terza persona, e come tempo il passato prossimo. Ma non mi tornava, c’era qualcosa che non funzionava; i racconti non decollavano e mi sembrava di tradire, in qualche maniera, la genuinità e il “realismo” del contesto. Quindi ho deciso che non fosse la strada giusta, che avrei dovuto essere onesto al massimo nei confronti degli “zanza”. Ho fatto parlare e pensare i personaggi col loro linguaggio proprio, gergale e talvolta sgrammaticato (avreste dovuto sentire cosa usciva da quelle bocche) e, provenendo dalle più disparate regioni d’Italia, questa gente usava intercalari dialettali. Infine, sicuramente il politicamente corretto era più raro di un dodo, tra le pareti del bar. E il romanzo si è poi praticamente scritto da solo.

Qual è il motivo che ti ha portato a scrivere questo libro? A chi vuoi parlare e cosa tieni a raccontare?

L’idea è lievitata mano a mano fino a diventare un mio bisogno quasi fisico, ogniqualvolta incontrassi in quartiere i vecchi clienti del bar. Sconfitti, squattrinati e male in arnese, che da quel loro certo modo di vivere non avevano cavato granché. Gente che sarebbe presto o tardi scomparsa, portandosi via quel mondo di malavita casereccia il cui imprinting derivava ancora dall’antica “ligera” milanese, soppiantato dalla criminalità odierna, molto più spietata e organizzata. Chi li avrebbe salvati dall’oblìo scrivendone le gesta? Beh, non sono Omero, ma li ho conosciuti bene; quegli zanza erano i miei vicini di casa, i genitori e i fratelli dei miei compagni di giochi e ho servito loro caffè e liquori condividendone avventure e confidenze. Ho provato a raccontarli senza essere giudicante, con umanità, schiettezza e tanta ironia. E, in tutta umiltà, credo di esserci riuscito.

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Parliamo di Milano: un pregio e un difetto di com’era, com’è, e come la vorresti.

Accidenti, rispondere a questa domanda implica un grosso sforzo di lucidità mentale. L’effetto amarcord è un muro arduo da scavalcare, perché negli anni ’80 ero uno sbarbato, e tornare a quei tempi equivale a varcare la soglia di un mondo incantato, in cui tutto era bello, migliore dell’oggi. In definitiva penso che lo fosse. Se al tempo della “Milano da bere” nelle zone centrali della città era cominciato l’arrembaggio degli Yuppies, da noi a Baggio e nelle periferie l’olezzo era quello della solita minestra. Ma c’era più rispetto tra le persone, l’educazione civica e la dignità non erano concetti astratti e i giovani erano molto più fantasiosi e vitali… ricordo le vasche in via Torino, al sabato, fendendo una folla di “tribù” eterogene di metallari, paninari, rockabilly e dark, per esempio. Ora c’è una piatta omologazione, un disincanto letale e le tecnologie, a mio parere, ci hanno sopraffatti e allontanati dall’interazione. Milano è come una morosa tradita, la città sente di non essere amata, purtroppo, sebbene secondo me sia bellissima e non la scambierei per dieci Parigi. Quello che desidererei è più empatia tra le persone, ci si prende troppo sul serio… sarebbe il caso di ricordarsi che siamo esseri umani, bisognosi di relazioni e attenzioni reciproche, e che il sorriso è prezioso, sebbene di questi tempi fatalmente celato da mascherine chirurgiche.

Infine, parlando di te, come sei arrivato poi in Sergio Bonelli Editore?

Sono consapevole di essere una persona fortunata, perché la mia passione è diventata anche la mia occupazione, e mi bacio i gomiti ogni giorno, entrando in redazione. Mi occupo, assieme ad altri tre amici e colleghi disegnatori, di apportare correzioni e modifiche sulle pagine di tutte le testate in uscita, l’ultima fase di lavorazione che precede la stampa degli albi. Sono approdato alla Bonelli nel 2001, dopo una lunga gavetta. Fin da bambino ho sviluppato una grande passione per il disegno e la scrittura, e una venerazione in particolare per i fumetti, di cui ero e sono tutt’ora un bulimico consumatore. Ho sempre anelato vivere nel mondo dei fumetti e per seguire il sogno, mentre frequentavo scuole di illustrazione e la bottega del Maestro Paolo Telloli, mi guadagnavo la pagnotta lavorando come barista e nel contempo pubblicavo i miei primi lavori. Ho consumato il bancone per un decennio, poi mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto, come accade talvolta nella vita, e sono stato assunto dalla prestigiosa Casa Editrice milanese. Facendo parte della redazione, che ne è il cuore, ho avuto la fortuna di conoscere, oltre all’immenso Sergio Bonelli, una folta schiera dei più grandi artisti italiani e stranieri, belli anche come persone, che non guasta.

Zagor Jovanotti Maglia

Scriverai un altro romanzo o prosegui la tua carriera nel settore dei fumetti?

Io amo la Bonelli! Ho iniziato ad acquistarne gli albi – tutti! – all’età di 8 anni, e a questo marchio sono da allora attaccato come una cozza allo scoglio. Per farmi lasciare il mio posto di lavoro dovrebbero scacciarmi con torce e forconi. Detto questo, sono anche attratto dal mondo della letteratura. Il mio romanzo d’esordio sta andando bene in libreria e i giudizi lusinghieri dei lettori mi stanno regalando inedite energie. Mi sento in dovere, e lo faccio con tanto affetto, di salutare e ringraziare l’intera “famiglia” di Unicopli, la Casa Editrice che mi ha offerto l’occasione di pubblicare questo romanzo e che mi ha letteralmente adottato. Ho iniziato proprio in questi giorni la stesura di un secondo romanzo, ma lo scriverò senza fretta. So bene che, sebbene sia partito col piede giusto, ripetersi e magari migliorarsi è un processo alquanto difficoltoso e delicato, e farsi prendere dalla foga non è cosa saggia.