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Mulan, il viaggio al centro della Cina della Walt Disney

C’era grandissima attesa per l’arrivo al cinema del live action di Mulan, rinviato a causa del COVID-19: c’era perché Niki Caro, regista del film, pur avendo dovuto lavorare a una distribuzione di Walt Disney ha cercato in tutti i modi di separarsi dal Classico Disney del 1998, andando a realizzare una storia molto più vicina alla ballata cinese e alla storia originale, eliminando tutte le edulcorazioni che durante il Rinascimento erano state introdotte dagli Studios. Differenze che hanno fatto storcere il naso a chi aveva conosciuto la storia di Hua Mulan grazie al cartone animato, dimenticandosi che si trattava di una antica leggenda cinese che affonda le proprie radici in epoche molto più antiche.

Il viaggio in Cina

Con Jeffrey Katzenberg oramai fuori dalla Disney da ben quattro anni, la proposta per realizzare la storia di Mulan come Classico numero 36 arrivò a Barry Cook, che durante un pranzo con Thomas Schumacher, l’attuale presidente della divisione show e musical della Disney, ricevette due offerte per due nuovi lavori. Il primo riguardava un drago protagonista di una vicenda scozzese, la seconda invece era basata sulla leggenda cinese di Mulan. Cook, che non voleva rinunciare a nessuna delle due storie, propose di unire le vicende, così da poter inserire un drago all’interno della leggenda cinese, così da rispettare anche la mitologia asiatica. Accettate le condizioni, Cook prima di iniziare a lavorare a Mulan si ritrovò a ricoprire il ruolo di animatore supervisore sui gargoyle de Il Gobbo di Notre Dame.

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Lo sviluppo vero e proprio del film del 1998 inizia nel 1994, con il team di produzione che per tre settimane si trasferisce in Cina per poter studiare tutto il mondo asiatico, per riuscire a entrare nella cultura locale e rendere Mulan una storia reale, ma contestualmente attraente. Da Pechino a Datong, fino a Xi’an, la storia iniziò ad assumere tratti molto reali e votati al racconto di quello che era effettivamente la Cina. Per seguire quello schema fortunato che il Rinascimento aveva messo in piedi, ossia di un animale pronto ad accompagnare il protagonista, Roy Disney suggerì di inserire il personaggio di Mushu, così da accontentare anche le richieste di Cook, che voleva un drago nel progetto sulla leggenda cinese.

Joe Grant, invece, nonostante l’età non fosse tanto più dalla sua, provò in tutti i modi a convincere il team ad accettare il personaggio di Cree-Kee: Grant era diventato una Disney Legends da appena cinque anni, dopo aver lavorato per una vita intera al fianco di Walt, sin dal 1932: dopo sessant’anni in quell’azienda, per convincere i registi ad accettare il suo personaggio dovette infilare gli schizzi sotto le porte degli studi.

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Pochi cambi e tanta linearità

Diversamente dalle altre produzioni degli anni Novanta, Mulan seguì un percorso molto lineare in tutta la linea realizzativa, senza eccessivi colpi di testa o cambi improvvisi di decisioni. Nelle prime fasi della scrittura, la storia era stata concepita, però, come una commedia romantica in cui Mulan, un maschiaccio disadattato, viene promessa in sposa a Shang. Nel giorno del fidanzamento, mentre il padre Fa Zhou inizia a scolpire il destino della figlia su una tavoletta nel tempio di famiglia, Mulan decide di frantumare con rabbia l’opera appena compiuta dal padre e scappa di casa, decidendo così di forgiare da sola il proprio destino.

Nel novembre del 1993, però, Chris Sanders, che aveva appena terminato di lavorare agli storyboard de Il Re Leone, venne convocato per lavorare su Mulan, in sostituzione de Il Gobbo di Notre Dame: Sanders sentì troppo oppressiva la vicenda amorosa tra Mulan e Shang, poco ariosa e poco rispettosa nei confronti della leggenda cinese, quindi spinse i produttori a essere più fedeli a quanto la ballata raccontasse.

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La fuga da casa, quindi, non era più per l’odio nei confronti del padre, ma per l’amore nei confronti dei suoi genitori, rendendo Mulan un personaggio forte e molto più affascinante del maschiaccio borioso. La sequenza sulla quale Cook volle concentrare di più questo forte sentimento fu la scena in cui la ragazza decide di tagliarsi i capelli e prendere l’armatura del padre: un pivot fondamentale nell’evoluzione del personaggio, per una sequenza che Cook spinse a rivedere numerose volte, anche dal punto di vista dell’uso della musica. Inoltre si decise di non andare a fondo nella filosofia buddista, anche per esigenze legate a Tony Bancroft, co-regista del film insieme a Cook e fervente cristiano.

Per poter raggiungere uno stile gradevole dal punto di vista visivo, che potesse diventare armonioso, si decise di collocare l’intera storia nella dinastia Ming e Qing, non avendo un riferimento temporale preciso su dove fosse collocata nella storia la leggenda di Mulan. Si cercò in tutti i modi di avvicinare lo stile dell’animazione alla pittura cinese, con un acquarello molto semplice e un design lineare, diverso da quello gotico de Il Gobbo di Notre Dame e pastellato de Il Re Leone. Bacher, che curò l’intera direzione artistica, andò anche a ripescare alcuni elementi dell’animazione di Pinocchio, Bambi e Dumbo, per recuperare quella facile linearità che apparteneva ai primi Classici di Walt Disney.

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La forza del personaggio di Mulan

La scena che fece impiegare più tempo dal punto di vista della produzione fu quella che ebbe come protagonisti i 200 soldati unni, praticamente la sequenza d’attacco all’esercito cinese. Il team di produzione dovette sviluppare un software dedicato, che prese il nome di Attila e che permise di muovere autonomamente migliaia di personaggi a schermo. Una variante di questo programma venne realizzata successivamente per animare la sequenza finale, con 3000 persone nella Città Proibita.

Tutti elementi che andarono ad alzare il valore produttivo del film, che arrivò a 90 milioni di dollari totale di spesa, più di qualsiasi altro film del Rinascimento e quasi quanto Il Gobbo di Notre Dame, che deteneva il record di cento milioni di budget. Per evitare, però, di replicare un Hercules bis, stavolta Disney andò a contenere moltissimo le attività di marketing, spendendo solo 30 milioni di dollari in pubblicità, rispetto ai 60 spesi per Hercules un anno prima. Il film venne presentato all’Hollywood Bowl, offrendo biscotti della fortuna e creando un percorso di lanterne cinese per accedere alla première: uno stile molto più onirico e minimalista rispetto alla parata di luci elettriche sulla Fifth Avenue per Hercules.

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Mulan incassò 23 milioni di dollari nel suo weekend di apertura, al secondo posto dietro X-Files. In tutto il mondo arrivò a incassare 304 milioni di dollari, andando meglio di quanto Disney pensava: rappresentò il secondo film per famiglie con l’incasso più alto dell’anno, alle spalle di A Bug’s Life, film Pixar diretto da John Lasseter. Sebbene il risultato fu superiore a quanto ottenuto con Hercules e Il Gobbo di Notre Dame, Mulan si tenne comunque lontano dai successi dei primi anni, quelli guidati da Jeffrey Katzenberg, ma la valutazione complessiva fu indubbiamente positiva. Il trattamento storico venne apprezzato dalla maggior parte dei critici, che esaltarono la gestione delle tematiche sociali avvicinandole molto a La Bella e la Bestia e a Il Re Leone.

La profondità della caratterizzazione di Mulan venne apprezzata così dagli adulti, mentre i bambini riuscirono ad affezionarsi a Mushu e anche alla rapidità e alla leggerezza dei dialoghi. Ma Mulan fu anche un ottimo modo per dare una visione diversa della figura femminile all’interno dell’universo Disney, nonostante le numerose critiche legate alla necessità da parte della protagonista di vestire i panni di un uomo pur di poter compiere un atto di coraggio, un gesto che, però, contestualizzato nell’epoca storica e calato nel momento raccontato dalla leggenda cinese non poteva essere in alcun modo possibile criticato.

Nell’attesa dell’arrivo al cinema di Mulan, potete recuperare il Classico Disney nell’edizione a due dischi con il making of su Amazon.