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Peter Cushing: da Victor Frankenstein a Moff Tarkin

Il grande schermo ha insegnato ai suoi interpreti una dura lezione: non rimanete schiavi dei vostri personaggi. Una legge imparata  da attori di grande spessore, come Sean Connery o Harrison Ford, ma che ha al contempo legato indissolubilmente il nome di alcuni maestri dell’arte recitatoria a figure divenute leggenda. È il caso di Peter Wilton Cushing, attore britannico nato il 26 maggio 1913, che nonostante una carriera lunga sessant’anni, viene ancora oggi ricordato per la sua ultima, indimenticabile maschera: il Grand Moff Tarkin di Star Wars: Una Nuova Speranza. Ruolo offerto all’attore britannico in virtù di una lunga carriera, in cui la sua fisionomia si era prestata a dar vita a personaggi algidi e taglienti, caratteristiche essenziali per l’ufficiale imperiale. Ma chi era davvero Peter Cushing? Spesso siamo portati a identificare gli attori con caratteristiche appartenenti ai personaggi interpretati; ironicamente, Peter Cushing non aveva nulla dei tanti volti indossati in una carriera florida e appagante, vissuta interpretando ruoli che poco avevano a che spartire con il suo carattere, ma che hanno contribuito a scrivere il suo nome nella storia del cinema.

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I primi passi di Peter Cushing

D’altronde, la passione per il palco, per il mondo del teatro era parte della famiglia Cushing, che aveva già offerto alla recitazione alcuni dei propri membri. Ed è facilmente comprensibile come Peter Cushing potesse sentirsi attratto da questo rutilante mondo, considerato che sin da bambino era portato alla recitazione, improvvisando piccoli spettacoli di marionette per intrattenere la propria famiglia. Se consideriamo che l’infanzia dell’attore si svolse durante gli anni della Prima Guerra Mondiale, possiamo intuire come non fosse facile trovare momenti di spensieratezza. In questo frangente però, la madre, Nellie Marie, lo teneva all’oscuro degli avvenimenti che insanguinavano il continente europeo.

Un’ignoranza imposta, frutto anche di una visione distorta della madre di Peter Cushing, che, incapace di andare la propria di speranza di avere una figlia femmina dopo due maschi, trattò inizialmente il futuro Moff Tarkin come una bambina nei primi anni di vita, tanto che spesso l’infante Cushing veniva scambiato per una bimba.

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Peter Cushing, crescendo, dovette dipendere molto dalla madre, complice una salute cagionevole, che influenzò anche il suo rendimento scolastico, in cui riusciva a raggiungere voti ragguardevoli solo grazie all’aiuto del fratello maggiore. Nonostante queste difficoltà, è nel periodo scolastico che Cushing intuisce come la recitazione sia la sua passione, complice il supporto di alcuni insegnanti che percepiscono il suo potenziale e lo invitano a seguire la sua vocazione. Un incoraggiamento che convinse Cushing a non cedere al tentativo paterno di allontanarlo dalla recitazione, al punto che dopo avere provato un lavoro di ufficio, decise di abbandonare ogni reticenza e tentare la carriera di attore oltreoceano.

Scelta che le portò a prendere parte, nel 1931, a La Maschera di Ferro di James Whale, film in cui venne coinvolto come ‘doppio’ di Louis Haward, in modo da aiutare l’attore a recitare in modo credibile gli scontri tra i due protagonisti gemelli. In questa produzione, però, Cushing ebbe anche la possibilità di una piccola parte come messaggero reale, ragione per cui La Maschera di Ferro è considerato il suo primo ruolo da attore. Una carriera che, nei primi anni, lo portò a recitare anche con Oliver Hardy e Stan Lauren, ovvero Stanlio e Ollio, ma che non impedì all’attore di volere tornare in patria durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, per servire sotto le armi.

Il ritorno in patria

La sua cagionevole salute, però, non lo rese abile al servizio, ma intenzionato a dare il suo contributo, Peter Cushing si unì all’Entertainment National Service Association, fornendo supporto morale tramite la sua arte. Fu un periodo duro per l’attore, che non riuscendo a guadagnare a sufficienza era pronto ad abbandonare la carriera artistica sino a quando, nel 1947, il celebre Lawrence Olivier non lo accolse nella sua produzione cinematografica di Amleto, film che ottenne un Oscar e che fece notare Cushing per la sua bravura. Non solo Amleto donò all’attore una certa popolarità, ma gli consentì di stringere amicizia con un altro interprete che divenne una delle presenze più importanti della sua vita: Christopher Lee.

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Conclusa l’esperienza con Olivier, che lo portò a sperimentare l’emozione di un tour mondiale, Peter Cushing si trovò nuovamente ad affrontare difficoltà lavorative, ma la soluzione venne offerta dalla moglie, che consigliò a Cushing di lanciarsi in un mondo nuovo: quello della televisione.

Nei primi anni cinquanta, la BBC stava iniziando a trasformare la televisione in un intrattenimento domestico sempre più presente e vario. Forte di questo nuovo slancio, Peter Cushing divenne la voce di diversi spot e prese parte a numerose produzioni, divenendo uno degli attori più noti del grande pubblico, che vide l’attore avviare una proficua carriera televisiva, che lo portò a interpretare alcuni dei più noti personaggi britannici, come Sherlock Holmes e il Dottor Who, a cui diede il volto in ben due film ( Dr. Who e i Daleks e Daleks: il futuro tra un milione di anni). Ma la vera svolta della carriera di Peter Cushing era legata a un contesto narrativo che lo avrebbe consacrato, con l’amico Lee, nell’olimpo del cinema: l’horror.

Gli anni della Hammer

Gli appassionati cinema dell’orrore sono particolarmente legati a una casa di produzione britannica, la Hammer, che fu l’artefice di una vera e propria rinascita del genere. Se negli anni ’30 e ’40 a tenere banco in questo contesto era la Universal con il suo Monster Universe (Frankenstein, Dracula e La Mummia), nei decenni seguenti il mondo dell’orrore aveva perso di smalto e il grande pubblico non era più affascinato da questi personaggi. Ma il potenziale della letteratura gotica era ancora indubbio, e la piccola casa di produzione Hammer decise di dare vita a un nuovo corso di questi personaggi, iniziando con Frankenstein. Casualmente, Peter Cushing lesse su un giornale l’inserzione della Hammer, che cercava un attore per interpretare il ruolo del Barone Victor von Frankenstein. Trovandosi in un momento di pausa nelle sue attività per la televisione, Peter Cushing decise di fare un provino, soprattutto per l’affetto che provava per l’opera di Mary Shelley.

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Fu la svolta della sua carriera. La Maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein) del 1957 fu il primo capitolo di una lunga saga dedicata al mostro per eccellenza, e soprattutto fu l’inizio di una proficua collaborazione tra l’attore e la Hammer, per cui interpretò una ventina di film. Il successo del film fu dovuto principalmente all’intuizione dello sceneggiatore Jimmy Sangster, che spostò l’attenzione degli spettatori dal mostro al Barone Frankenstein, rendendolo il protagonista.

Peter Cushing si trovò a interpretare un Victor Frankenstein acido, incattivito con il mondo e molto diverso dall’originale letterario, capace di uccidere per raggiungere i propri scopi, ma che riuscì a cogliere il favore del pubblico. La sua interpretazione fu encomiabile, esaltata anche da una performance non troppo convincente dell’interprete del Mostro, il suo amico Christopher Lee, che non resse il confronto con l’indimenticabile Boris Karloff. Tuttavia, il successo del film coincise con la nascita di un sodalizio artistico e umano che rese Cushing e Lee i due volti della Hammer, che non solo diede vita a una fortunata serie dedicata a Frankestein, ma che presto sfruttò questa incredibile coppia come volti per riportare al cinema Dracula.

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Grazie a Dracula, infatti, Peter Cushing ebbe modo di interpretare un altro storico ruolo della sua carriera, Abram Van Helsing, mentre Christopher Lee indossò il pesante mantello del conte vampiro, confrontandosi con la storica interpretazione di Bela Lugosi. Nuovamente, la Hammer dimostrò di avere fatto centro, visto che anche la serie di film ispirati al celebre vampiro divenne un cult, parte di una serie di produzioni in cui il binomio Cushing-Lee portò a riproporre anche La Mummia (1959) e che convinse la Hammer a far cimentare i due attori con un altro classico: Sherlock Holmes.

La fisionomia spigolosa e lo sguardo fermo di Cushing furono perfetti per interpretare il popolare detective, ruolo che vestì la prima volta nel 1959 in Il mistero dei Baskerville, dove Lee si prestò come il villain Sir Henry Baskerville. Cushing era un appassionato dei romanzi di Conan Doyle, e per dare vita a Holmes cercò di preservarne lo spirito più autentico, anche se i film a cui prese parte inserivano all’interno delle trame originarie elementi horror.

Verrebbe da chiedersi se un attore con la profonda preparazione di Peter Cushing non si sentisse a disagio a essere il volto di una determinata e ridotta selezione di personaggi, ma l’attore non si fece mai scrupolo di rivelare il suo pensiero a riguardo, ossia interpretare il personaggio a cui gli spettatori erano affezionati:

“Chi vuole vedermi interpretare Amleto? Pochissimi. Invece, milioni di persone vogliono vedermi come Frankenstein, per cui è quello che faccio”

Tarkin: un villain dal cuore d’oro

La collaborazione tra Peter Cushing e la Hammer terminò dopo più di venti film, ma la carriera dell’attore proseguì ulteriormente sino a quando non venne contattato da un giovane regista americano intenzionato a proporgli un ruolo insolito. Ma da uno come George Lucas non ci si può aspettare altrimenti.

Il volto austero di Cushing, infatti, era considerato perfetto da Lucas per il ruolo del villain umano di Star Wars, come contrapposizione al ruolo più oscuro di Darth Vader. La prima scelta del regista californiano fu Peter Cushing, conosciuto per la sua ricca produzione con la Hammer, anche se l’attore sostenne di esser stato inizialmente considerato per il ruolo di Obi-Wan Kenobi, a cui dovette rinunciare perché richiedeva una sua maggior presenza sul set.

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L’esperienza con Star Wars fu sempre ricordata con piacere dall’attore, che con la sua nota disponibilità e gentilezza venne apprezzato da tutti i suoi colleghi, tanto che la compianta Carrier Fisher era solita dire che per lei fu estremamente difficile riuscire a mostrare odio nei confronti di Tarkin, considerato il profondo affetto che nutriva per Cushing. L’attore britannico, infatti, era solito avere un atteggiamento aperto e collaborativo, anche quando si trattò di chiedere a Lucas di non essere inquadrato a figura intera, in modo da non dovere indossare gli stivali troppo piccoli realizzati per lui dalla produzione.

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Sono infatti pochissime le scene in cui Tarkin appare in tutta la sua statura, scelta fatta per consentire a Tarkin di recitare in ciabatte. Nonostante questa piccola difficoltà, Cushing si disse sempre profondamente legato al personaggio di Tarkin, tanto da avere, come unico rimpianto, il fatto che morisse al termine di Una nuova speranza, cosa che gli impedì di interpretarlo nuovamente in L’Impero colpisce ancora.

L’eredità di Peter Cushing

 Peter Cushing, nonostante i ruoli interpretati e la sua fisionomia tagliente, era lontano da quello che potremmo classico un algido british. Tutti i suoi colleghi hanno sempre speso parole di elogio sulla sua bontà e gentilezza d’animo, un rispetto che venne accresciuto dall’estrema professionalità con cui si preparava per ogni sua parte, curando ogni minimo dettaglio.

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A guidare questa sua attenzione era anche una profonda insicurezza, che lo spingeva a interpretare magnificamente personaggi controllati e impassibili, apparentemente privi di emotività. Una delle testimonianze più rappresentative della persona di Cushing è quella che rese il suo caro amico Christopher Lee:

“Era veramente il più gentile e generoso degli uomini. Ho detto spesso che è morto solo perché era troppo buono per vivere in questo mondo”

Un contrasto forte con il suo vero carattere, fatto anche di grandi passioni come la pittura e il collezionare soldatini. Ma soprattutto, incarnato da un amore talmente profondo per l’amata moglie Helen, tanto che alla morte della donna nel 1971 l’attore ebbe un tracollo emotivo devastante. Nelle sue memorie raccontò che la notte in cui Helen morì cercò di causarsi un infarto salendo e scendendo per ore le scale di casa, non concependo una vita senza di lei. A sostenerlo in questo duro periodo fu anche la sua profonda religiosità.

Nella sua carriera, Peter Cushing ha interpretato più di 100 film, dando vita a personaggi indimenticabili e influenzando l’immaginario collettivo in modi spesso ignoti. Sono molti, infatti, gli attori che messi alla prova nell’interpretare villain e personaggi ambigui hanno fatto propria la scuola di Cushing, al punto che Johnny Depp e Tim Burton hanno rivelato di essersi ispirati alle movenze dell’attore britannico per dare vita all’Ichabod Crane di Sleepy Hollow.

the professor

In Italia, Peter Cushing è stato omaggiato dal fumetto The Professor, il cui protagonista, Benjamin Love, è modellato sulle fattezze dell’attore britannico. Poeticamente, The Professor coniuga la carriera cinematografica di Cushing con la sua personalità aperta e cordiale, visto che Benjamin Love affronta minacce paranormali nella Londra Vittoriana con una mentalità dinamica e bontà d’animo. Un rispetto per l’eredità dell’attore britannico che ha fruttato al fumetto italiano il prestigioso apprezzamento della Peter Cushing Appreciation Society, organizzazione britannica che tiene vivo prezioso lascito artistico di uno dei volti più amati e indimenticabili della storia del cinema.