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Frankenstein, i 203 anni del moderno Prometeo di Mary Shelley

La storia della letteratura, soprattutto quell’ampia parte che concerne i cosiddetti “grandi classici”, vive di pari passo con il cinema, due settori culturali dalle commistioni e influenze imprescindibilmente necessarie. Non si parla però solo di commistioni, ma anche del potere che spesso il grande e piccolo schermo hanno nel proporre e rivisitare opere letterarie agli occhi del pubblico, rendendole così di più ampia diffusione. Non è un caso che sia più facile associare al nome di Frankenstein non il suo creatore, ma le somiglianze mostruose e orrorifiche dell’essere che ha preso vita in un laboratorio, adatte più al periodo di Halloween che a quello dei primi giorni dell’anno. Ma succedeva proprio il primo gennaio del 1818 quando, una volta posata la penna l’anno precedente, Mary Shelley vedeva pubblicato a soli 19 anni Frankenstein o Il moderno Prometeo, il romanzo gotico horror e fantascientifico scritto dall’autrice britannica dopo lunghe peregrinazioni in Europa, con particolare attenzione al territorio svizzero. Sappiamo proprio tutto della genesi di questa opera che ancora oggi affascina il pubblico, dopo generazioni e generazioni? Nonostante sia stato ripreso vieppiù volte dal cinema, dal classico Frankenstein Junior alla recente rivisitazione Victor Frankenstein con protagonista Daniel Radcliffe, dismessi i panni di Harry Potter, abbiamo in mente i dettagli precisi della vera storia, tanto famosa quanto profonda e pregna di significato?

Frankenstein e la sua creatura: chi è il vero mostro?

Le origini di questo romanzo devono essere ricercate nel 1816, quando a maggio la sorellastra dell’autrice, Claire Clairmont, amante di Lord Byron, invita i coniugi Shelley a seguirla a Ginevra, dove il brutto tempo spesso costringe gli invitati a rifugiarsi nella loro residenza di Villa Diodati. Qui occupano il tempo libero leggendo storie scritte da autori di origine, e formazione, tedesca narranti le vicende di fantasmi, tradotte in francese e raccolte nell’antologia Fantasmagoriana. Questo elemento, unito alle frequenti conversazioni circa la natura dei principi della vita, il galvanismo e la possibilità di assemblare una creatura e infondere in essa la vita, riescono a stuzzicare l’immaginazione di Mary Shelley, tanto da indurla ad avere un incubo notturno. Proprio questa attività onirica fu l’origine del grande mito gotico: la donna vide uno studente inginocchiato di fianco alla creatura che ha assemblato. Quest’ultima, grazie a una qualche forza, comincia a mostrare segni di vita.

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Così comincia a prendere forma nella sua mente il racconto di come uno scienziato, tale dottor Victor Frankenstein come abbiamo citato poc’anzi, che vive prima un momento di successo nell’animare la creatura, poi succeduto dal terrore per la stessa mostruosità creata per mano sua, scappando dal laboratorio e sperando che, abbandonato a se stesso, l’essere sarebbe morto. Questo però è il mistero della vita: la creatura non è solo qualche pezzo di cadavere riesumato e recuperato in giro per essere attaccato insieme, c’è dell’altro. C’è un’anima, una coscienza, una consapevolezza di essere al mondo, accanto allo sconcerto della sua stessa solitudine e proprio per realizzare un parallelismo ulteriore con le precedente opere letterarie, la Shelley pone il mostro nella stessa situazione di Adamo del Paradiso Perduto di John Milton, dove questi chiedeva spiegazioni per la sua condizione e per il fatto di sentirsi solo al mondo dopo essere stato creato.

Il peso della vita sta proprio in questo dramma: non solo il mostro è cosciente e comprende di essere rifiutato da chiunque per il suo aspetto, e non dunque per quello che è realmente dentro di sé, ma è stato anche abbandonato dal suo genitore, costringendolo a rincorrerlo quasi ai limiti della persecuzione in capo al mondo, in un dramma letterario che ha conquistato tutto il mondo con la commozione che non può che suscitare.

Le lettere di Walton e gli omicidi del mostro

Frankenstein è stato concepito però in maniera molto particolare: si tratta infatti di un racconto all’interno di una cornice narrativa ben precisa, redatto in forma epistolare. Documenta una corrispondenza fittizia tra il capitano Robert Walton e sua sorella, Margaret Walton Saville. La storia si svolge in un’epoca imprecisata del XVIII secolo (le date delle lettere sono indicate come “17”), narrando la storia di Walton come scrittore e capitano fallito che si propone di esplorare il Polo Nord e di ampliare le sue conoscenze scientifiche nella speranza di raggiungere il successo.

Durante il viaggio, l’equipaggio vede una slitta trainata da un cane guidato da una figura gigantesca, di cui non si sa nulla. Poche ore dopo, l’equipaggio salva un uomo quasi congelato ed emaciato di nome Victor Frankenstein, all’inseguimento del gigantesco uomo osservato dall’equipaggio di Walton. Frankenstein inizia a riprendersi dal suo sforzo e vede in Walton la stessa ossessione che lo ha distrutto, raccontandogli una storia delle miserie della sua vita come un avvertimento. Proprio questa storia fa da cornice alla narrazione di Frankenstein. Da questo momento infatti assistiamo a una duplice narrazione della storia, dal punto di vista di Victor e del mostro.

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Victor inizia raccontando la sua infanzia: nato a Napoli da una ricca famiglia ginevrina, Alphonse Frankenstein e Caroline Beaufort, con i suoi fratelli minori, Ernest e William, fin da piccolo ha un forte desiderio di capire il mondo. È ossessionato dallo studio delle teorie degli alchimisti (anche se quando è più grande si rende conto che tali teorie sono notevolmente superate). Quando Victor ha cinque anni, i suoi genitori adottano Elisabetta Lavenza, figlia orfana di un nobile italiano espropriato, di cui poi Victor si innamora. In questo periodo, i suoi genitori accolgono un’altra orfana, Justine Moritz, che diventa la tata di William. Alcune settimane prima della sua partenza per l’Università di Ingolstadt in Germania, sua madre muore di scarlattina, e Victor si dedica solo ai suoi esperimenti per affrontare il dolore. All’università eccelle in chimica e in altre scienze, sviluppando presto una tecnica segreta per dare vita alla materia non vivente.

Si impegna dunque nella creazione di un umanoide, ma a causa della difficoltà di replicare le parti minute del corpo umano, Victor rende la Creatura alta, circa 2,4 metri e nonostante abbia scelto le sue caratteristiche per essere di bell’aspetto, nel processo di animazione la creatura è invece orribile, con occhi bianchi acquosi e pelle gialla che nasconde a malapena i muscoli e i vasi sanguigni sottostanti. Con repulsione per il suo stesso lavoro, Victor fugge quando si risveglia e incontra il suo amico d’infanzia, Henry Clerval, ma quando Victor torna nel suo laboratorio, la Creatura non c’è più. Lo scienziato si ammala per questa terribile esperienza e viene curato da Henry, ricevendo solo dopo quattro mesi di convalescenza, una lettera da suo padre che lo informa dell’omicidio di suo fratello William, causato probabilmente proprio dalla Creatura.

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Sarà però Justine Moritz, la tata di William, a essere condannata per il crimine dopo che il medaglione di William viene ritrovato nella sua tasca. Victor sa che nessuno gli crederà se cerca di scagionare Justine, e infatti tutto è invano: lei viene impiccata. Devastato dal dolore e dal senso di colpa, Victor si ritira in montagna. La Creatura lo trova e supplica Victor di ascoltare la sua storia. Ma l’incontro non servirà a molto, se non ad aumentare la paura dell’uomo nei confronti del mostro. Più avanti infatti, lo scienziato si dedica alla creazione della creatura femminile alle Isole Orcadi, ma è tormentato da premonizioni di disastri. Teme che la femmina possa essere perfino più malvagia di lui. Ancora più preoccupante per lui è l’idea che la creazione della seconda creatura potrebbe portare alla nascita di una razza che potrebbe affliggere l’umanità.

Dunque fa a pezzi la creatura incompiuta e incontra nuovamente il mostro, che aveva seguito Victor, e cerca di minacciarlo per farlo tornare al lavoro, dicendo: “Sarò con te la tua prima notte di nozze“. Victor, temendo i piani del mostro, naviga verso nord per disfarsi dei suoi strumenti e sbarca in Irlanda, dove viene arrestato per l’omicidio di Clerval, poiché la Creatura aveva strangolato Clerval a morte e lasciato il cadavere per essere trovato dove era arrivato il suo creatore. A Ginevra, Victor sta per sposare Elisabetta e si prepara a combattere la Creatura fino alla fine, armandosi di pistola e pugnale. La notte successiva al loro matrimonio, Victor cerca “il demonio” perlustrando la casa e i terreni, ma in quel frangente la Creatura strangola Elizabeth a morte. Dalla finestra, lo scienziato vede la Creatura, che indica provocatoriamente il cadavere di Elisabetta; l’uomo cerca di sparargli, ma la Creatura fugge. Il padre di Victor, indebolito dall’età e dalla scomparsa della donna, muore pochi giorni dopo. In cerca di vendetta, Victor insegue la Creatura al Polo Nord, ma crolla per esaurimento e ipotermia prima di poter trovare la sua cava.

Il mostro, simbolo del sublime e della sfida ai limiti umani

Alla fine del racconto di Victor, il capitano Walton riprende a raccontare la storia, chiudendo la cornice narrativa intorno al racconto di Frankenstein. Pochi giorni dopo la scomparsa della Creatura, la nave rimane intrappolata nel ghiaccio del branco e diversi membri dell’equipaggio muoiono al freddo prima che il resto dell’equipaggio di Walton insista per tornare a sud una volta liberata. Dopo aver ascoltato e farsi irritare dalle suppliche dell’equipaggio al loro capitano, Victor gli impartisce una lezione con un discorso potente: è la difficoltà, non la comodità e la facilità, che definisce un’impresa gloriosa come la loro. 

Li spinge a essere uomini, non vigliacchi. La nave viene dunque liberata e Walton, grazie alla volontà dei suoi uomini, anche se con rammarico, decide di tornare a sud. Victor, anche se in condizioni di grande debolezza, afferma che continuerà da solo. È fermamente convinto che la creatura debba morire. Victor muore poco dopo, dicendo a Walton di cercare “la felicità in tranquillità ed evitare l’ambizione”. Walton scopre la Creatura sulla sua nave, in lutto per la morte di Victor. La Creatura dice a Walton che la morte di Victor non gli ha portato la pace che cercava, ma che i suoi crimini lo hanno reso ancora più miserabile di quanto lo sia mai stato Frankenstein.

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Il mostro giura di uccidersi affinché nessun altro sappia della sua esistenza. Walton osserva la Creatura che si allontana su una zattera di ghiaccio che si perde presto “nell’oscurità e nella distanza”, per non essere più vista. Abbiamo dunque per le mani un’opera straziante da un lato, ma decisamente da annoverare tra i miti della letteratura proprio perché affonda le sue radici nelle paure umane. Probabilmente il suo successo è dovuto proprio alla figura del mostro, espressione della paura al tempo diffusa per lo sviluppo scientifico, per il progresso della tecnologia e per l’abuso di potere dell’uomo che sfida, ancora una volta, i suoi limiti umani.

La “creatura” è l’esempio del sublime, del diverso, che in quanto tale causa terrore. Dalla pubblicazione del libro, il nome di Frankenstein è entrato nell’immaginario collettivo in ambito letterario, cinematografico e televisivo. Il successo è dovuto alla doppia influenza che la Shelley ha vissuto fortemente dalle opere di entrambi i suoi genitori: suo padre era famoso per Enquiry Concerning Political Justice e sua madre per A Vindication of the Rights of Woman. In particolare, i libri del padre erano ambientati in Svizzera, proprio come i luoghi che fanno parte della storia di Frankenstein.

Il recupero di Ovidio e le vicende personali

Per finire la nostra riscoperta delle origini di questa storia, dobbiamo ritrovare alcuni grandi temi degli affetti sociali e del rinnovamento della vita, che appaiono nel romanzo di Shelley, derivanti da opere che aveva in suo possesso. Altre influenze letterarie che possiamo ritrovare sono Pygmalion et Galatée di M.me de Genlis e Ovidio con la comparsa di un individuo privo di intelligenza. Ovidio inoltre ispira anche l’uso di Prometeo nel titolo di Shelley. Infine, la discussione di Percy e Byron sulla vita e la morte ha circondato molti geni scientifici dell’epoca, discutendo le idee di Erasmus Darwin e gli esperimenti di Luigi Galvani. Maria si unì a queste conversazioni e le idee di Darwin e Galvani erano entrambe presenti nel suo romanzo, non a caso. Gli orrori di non poter scrivere una storia per il concorso e la sua vita dura hanno influenzato anche i temi all’interno di Frankenstein.

I temi della perdita, del senso di colpa e delle conseguenze della sfida alla natura presenti nel romanzo si sono sviluppati a partire dalla vita di Mary Shelley. La perdita della madre, il rapporto con il padre e la morte del primo figlio hanno creato il mostro e la sua separazione dalla guida dei genitori. In un numero del 1965 del The Journal of Religion and Health uno psicologo propose che il tema della colpa derivasse dal fatto che lei non si sentiva abbastanza bene per Percy a causa della perdita del loro figlio. Una storia dura, ma che come tutti i grandi dolori, spesso sono in grado di far nascere un capolavoro, proprio come questo romanzo.

Se volete rileggere la storia di Frankenstein, vi consigliamo di recuperare questa versione