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Resident Evil, da survival horror a fenomeno di massa

Il nome Resident Evil ormai ci riporta a un ben preciso universo narrativo conosciuto veramente da chiunque. Anche al di fuori delle cerchie di appassionati, troveremo davvero ben poche persone che ammetteranno candidamente di non aver mai e poi mai sentito nominare questo brand. Che lo abbiano conosciuto tramite i videogames, medium che ha visto nascere e propagarsi (è proprio il caso di dirlo!) questo marchio, che abbiano visto almeno uno dei film o, semplicemente, siano venuti a contatto con un qualsiasi oggetto della sterminata collezione di merchandise che lo riguarda, Resident Evil sarà cosa conosciuta. Insomma, Resident Evil è il classico esempio di fenomeno culturale pop, capace di scavalcare i limiti del suo medium di origine, per raggiungere praticamente tutti gli altri ambiti dell’immaginario collettivo fantastico e che approderà a breve anche in forma di serie in esclusiva Netflix.

Biohazard

Biohazard

Ma come è nato il fenomeno Resident Evil? Partiamo dal principio, ovvero dal 1996, anno in cui Capcom fece uscire sulla prima PlayStation (e di li a breve anche su pc Windows e Sega Saturn) un gioco a base di zombie e orrori vari, intitolato Biohazard, realizzato da Shiji Mikami e Tokuro Fujiwara. Un titolo destinato a fare un enorme successo, oltre che a segnare indelebilmente la storia stessa dei videogiochi, non tanto per il comparto tecnico per l’epoca davvero all’avanguardia, quanto per il gameplay in se stesso e la trama.

Biohazard proponeva una sfida dove i protagonisti, una squadra speciale impegnata in una missione di ricerca e recupero nei pressi di una sinistra villa dalla pessima fama, si trovavano spesso e volentieri in situazioni di manifesta impossibilità a scamparla semplicemente combattendo. Vuoi per la mancanza di munizioni, vuoi per la quasi completa inefficacia di queste ultime nei confronti di alcuni avversari, vuoi per tanti altre situazioni alle quali i videogiocatori dell’epoca non erano ancora completamente abituati, in Biohazard lo scontro diretto e brutale era un comportamento da usare quasi sempre come ultima risorsa, molto più saggio fuggire o elaborare altri tipi di strategia. Per tutta la durata del gioco si era impegnati, oltre che nella risoluzione di enigmi ambientali, nell’arduo compito di… sopravvivere! Erano nati i survival horror.

Foto generiche

Il nome Biohazard, “pericolo biologico” era particolarmente calzante, dato che gli abomini con i quali ci dovevamo scontare non avevano origine da qualche evento soprannaturale, ma erano bensì il risultato dei sinistri esperimenti che la Umbrella Corporation, una potente multinazionale farmaceutica, stava portando avanti sul Virus T, i cui effetti erano proprio quelli di causare mutazioni più o meno stabili negli organismi che infettavano, oltre al particolare “effetto collaterale” di riportare in vita i cadaveri in forma di zombie mangia carne. La villa in cui i personaggi si rifugiano dopo l’assalto di alcuni “cani non morti” è infatti la copertura dell’immenso laboratorio sotterraneo dove la Umbrella svolge questi esperimenti sul Virus T. E dove, ovviamente, qualcosa non è andata nel verso giusto.

Propagazione

Biohazard ebbe un ottimo successo in patria, e si pensò da subito quindi di distribuirlo anche sul mercato occidentale, cambiando però il titolo in Resident Evil. Inutile dire che il gioco, anche qui da noi, ebbe un successo strepitoso, tanto che appena due anni dopo, nel 1998, Capcom mise in commercio il seguito, Resident Evil 2. E con questo titolo, che riprendeva le meccaniche e le situazioni del precedente capitolo, ampliandole e migliorandole, oltre che a migliorare notevolmente anche grafica e sonoro, la serie otteneva l’effettiva consacrazione agli occhi della critica, ma soprattutto del pubblico.

Resident Evil 2

Resident Evil 2 è stato, senza ombra di dubbio, uno dei titoli simboli di quella generazione videoludica e uno degli episodi della saga più amati in assoluto, tanto che Capcom ne ha prodotto un eccellente remake nel 2019, ammodernando sia la parte grafica che quella relativa ai controlli. Inutile dire che anche il remake è stato un successone.

La componente survival della serie è proseguita anche nel terzo capitolo, Resident Evil 3, arrivando questa volta a essere realmente portata all’estremo, con la figura di Nemesis, una BOW (Bio Organic Weapon) di classe Tyrant della Umbrella, che per tutta la durata del gioco ci darà incessantemente la caccia senza che noi si possa fare alcun che per fermare la sua avanzata. Possiamo rallentarlo e infastidirlo, ma per a maggior parte del tempo l’unica nostra opzione per sopravvivere a ognuno degli incontri con il Nemesis, rimarrà sempre la fuga.

La serie ha poi effettuato un deciso cambio di rotta a partire da quarto episodio. Resident Evil 4 infatti abbandona praticamente del tutto l’aspetto survival horror per trasformarsi in un più che ottimo action. Questa volta potremo, e dovremo, premere il grilletto senza troppi pensieri, visto che non rimarremo (quasi) mai senza munizioni per una dei tanti tipi di arma da fuoco presenti nel gioco. Dovesse succedere, verrà in nostro soccorso, nel malaugurato caso non riuscissimo a trovare cartucce in giro per i livelli, anche un losco mercante, in grado di rifornirci di tutto quello che ci serve.

Resident Evil 4

Molti fans storici della serie non hanno apprezzato tantissimo questo passaggio al genere action ma la cosa ha di fatto sdoganato la serie anche nei confronti di chi preferiva uno stile di gioco più movimentato, oltre ovviamente a una comunque corposa frangia di appassionati della prima ora che hanno visto nel cambio di registro una ventata di aria fresca. Questa rotta è stata mantenuta anche in Resident Evil 5, sempre di ottima fattura, e in Resident Evil 6, che purtroppo non si è rivelato un gioco degno delle aspettative che tanti avevano. Non brutto, va detto, ma quel “Resident Evil” nel titolo pesava troppo su giudizio di quanto poi realmente i gioco offriva, mettendo fine, ameno per un po’ alla serie numerata “classica”.

Nel frattempo però, parallelamente a questa serie “principale” sono sorti tutta una serie di titoli collaterali: prequel, sequel di inframezzo, spin off veri e propri ecc. E tutti considerati canonici. Si, canonici, perché un altro dei punti di forza di Resident Evil è proprio la sua trama, i suoi personaggi e come il tutto si è evoluto nel corso dei giochi. Dagli eventi che hanno portato alla caduta della Umbrella Corporation e alla sua successiva “rifondazione”, al voltafaccia, vero o presunto di alcuni personaggi chiave, passando anche per le vicende personali dei protagonisti e dei comprimari, tutto si amalgama perfettamente nella imponente lore che fa da sfondo all’universo narrativo di Resident Evil. E questo universo, molto coerente nella sua evoluzione, è un altro dei motivi che hanno fatto appassionare milioni di giocatori in tutto il mondo. Ma non solo.

Contagio

Un world building così affascinante e ben strutturato, era quasi impossibile che restasse semplicemente confinato al medium videoludico. Per questo, già a partire dagli albori della saga videoludica, sono cominciati a uscire fumetti di tutti i tipi ispirati alla serie, alcuni che adattavano semplicemente le vicende narrate nei giochi, altri invece che le espandevano o raccontavano delle vere e proprie side stories. Oltre a diversi manga ufficiali prodotti dalla stessa Capcom, sono stati pubblicati una sfilza quasi infinita di altre produzioni, sia occidentali, che giapponesi o cinesi. La primissima trasposizione in assoluto di Resident Evil a fumetti però, è stata ad opera della Marvel. Resident Evil Vol 1 No. 1, prodotto da Marvel Comics, è un prequel di quanto sarebbe poi accaduto durante il primo videogame, seguendo le vicende della Squadra Bravo poco prima del loro arrivo presso a villa della Umbrella, ed andando a fare chiarezza sui retroscena riguardanti alcuni personaggi.

Resident Evil Marvel

Ovviamente, era soltanto questione di tempo prima che il nome Resident Evil facesse a capolino anche sul grande schermo. Nel 2002 infatti, è uscite nelle sale cinematografiche di tutto il mondo un film diretto Paul W.S. Anderson e interpretato, tra gli altri, anche da Milla Jovovich e Michelle Rodriguez, che si ispirava fortemente alla trama del primo capitolo della saga videoludica, pur non seguendola proprio alla lettera. Gli elementi principali c’erano però tutti: la villa della Umbrella dove venivano svolti esperimenti decisamente non convenzionali, il virus T, la squadra di ricerca e soccorso, gli zombie, le BOW e più o meno un fluire degli eventi abbastanza riconducibile al canon del videogioco, risultando a conti fatti un prodotto estremamente godibile, anche se non allo stato dell’arte.

Le cose sono però poi cominciate a peggiorare a partire dal seguito, Resident Evil: Apocalypse (2004), finendo per degenerare completamente con i successivi quattro sequel: Resident Evil: Extinction (2007), Resident Evil: Afterlife, uscito nelle sale italiane nel 2010 e Resident Evil: Retribution del 2012, più l’episodio conclusivo Resident Evil: The Final Chapter, che ha dato il colpo di grazia alla saga nel 2017.

Resident Evil

Se il primo film era, come già accennato, un prodotto tutto sommato più che buono e anche piuttosto attinente ai videogames, nei seguiti si è davvero perduto tutto quanto c’era di apprezzabile, trasformando una serie survival/action horror sui rischi della manipolazione genetica a fini di lucro e di potere, in uno delle più piatte e banali serie di film post apocalittiche zombie mai viste.

Neppure la protagonista Alice, sempre interpretata in maniera ottima dalla Jovovich per tutti e sei i film, è riuscita a risollevare la qualità globale di questa produzione. Per prima cosa non si capisce perché la trama ha preso una piega tanto differente dal concept originale, ma anche prendendo per buona questa “variazione su tema”, ci si trova davanti a una serie di banalità incredibili, che di Resident Evil conservavano solamente qualche personaggio riesumato qua e la, oltretutto in maniera distorta. Davvero dimenticabili.

Mutazione

Resident Evil però, rimane comunque un nome legato a doppia mandata al medium che lo ha visto nascere, quello dei videogames. La saga, anche dopo l’assolutamente non esaltante Resident Evil 6, ha per qualche tempo “preso fiato”. Capcom, nel frattempo si è dedicata ad altre ip, ma non ha di certo voluto abbandonare la sua “gallina dalle uova d’oro“. Il 24 gennaio 2017, viene rilasciato negli store un nuovo capitolo, destinato a riportare la serie agli antichi fasti, introducendo nuove meccaniche di gioco e riportando il mood verso il survival horror delle origini.

Resident Evil 7 (2017)
Foto generiche

Stiamo parlando di Resident Evil 7: Biohazard, primo titolo completamente realizzato in prima persona (e quindi strizzando l’occhio alla tecnologia VR) che introduce una nuova serie narrativa, solo in apparenza slegata da quella classica. Durante la nostra esplorazione di una dì fatiscente tenuta della Louisiana (ricorda qualcosa?) alla ricerca della nostra scomparsa moglie, ci imbatteremo in fenomeni e creature solo in apparenza soprannaturali. A ben cercare tra i vari indizi che potremo scoprire con il progredire della storia, salteranno fuori ben più di qualche nome o rimando alla Umbrella Corporation e agli avvenimenti che già ben conosciamo, senza aggiungere altro per non rovinare l’esperienza a chi dovesse ancora recuperare il gioco, vista anche l’uscita del suo diretto seguito, Resident Evil Village, che ci porterà questa volta tra le tetre montagne della Romania.

Resident Evil 8

Resident Evil è quindi una saga ancora ben viva e vitale, che siamo sicuri saprà continuare a innovarsi e adattarsi, continuando a spargere terrore con la facilità di propagazione di uno dei terribili virus di cui racconta. Ma cosa è che la rende così attraente per il grande pubblico?

Oggi sarebbe fin troppo semplice collegare il successo di questo marchio alla triste situazione in cui ci troviamo a causa della pandemia di Covid19. Di sicuro, anche in passato, l’argomento “contagio incontrollato” ha di sicuro giocato un ruolo cardine nella riuscita di questa ip. Se volessimo soltanto tenere di conto delle sue incarnazioni videoludiche, il fatto di avere, a conti fatti, rinnovato completamente il genere action/horror con i primi titoli, andando poi ad evolversi in maniera quasi sempre perfetta in seguito, potrebbe essere una possibile risposta. Il successo di Resident Evil anche in altri campi però, lo si deve probabilmente anche ai richiami ad altri fenomeni popolari, quali il genere zombie che, soprattutto in questi ultimi anni hanno decisamente spopolato nell’immaginario collettivo.

Oltre al filone zombie (dove spesso la causa era proprio il rilascio incontrollato di qualche sorta di virus), Resident Evil pesca anche a man bassa da capolavori suggestivi come La Cosa di Carpenter, con i suoi mostri mutanti, feroci ed instabili. Gli autori di Capcom hanno realmente saputo reinventare un genere, andando a toccare alcune delle più forti paure di massa che la maggior parte di noi percepiscono. Era ovvio che un immaginario così ben confezionato avrebbe, se non spopolato, di sicuro fatto parlare di se. E ora, con l’imminente uscita dei nuovi prodotti della serie, Resident Evil è ancora senza dubbio un “prodotto”, se così vogliamo chiamarlo, appetibile. Che, oggi più che mai, fa leva sulle nostre paure e le trasforma in ore di “terrorizzante” divertimento.