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The Black Hole: la dark sci-fi disneyana

Se pensiamo alla tradizione cinematografica Disney, il primo pensiero è, inevitabilmente, rivolto alla ricca produzione di animazione, resa celebre da titoli come Fantasia, Robin Hood o Basil l’Investigatopo. Eppure, la casa di Topolino è stata particolarmente attiva nella produzione di film con attori in carne ossa, concepiti come prodotti per tutta la famiglia. Generazioni di giovani spettatori sono cresciuti guardando Il Cowboy con il velo da sposa, Il gatto venuto dallo spazio o le incredibili imprese di Herbie il maggiolino. A unire questi film era la voglia di realizzare un’offerta che, in linea con la percezione del brand, non fosse legata solamente all’animazione, core business di Disney, ma che potesse cogliere l’interesse di tutti i componenti della famiglia. Intento lodevole che ha guidato per due decenni le produzioni live action, sino all’arrivo di quella che all’epoca fu una piccola rivoluzione: The Black Hole.

the black hole

The Black Hole nel 1979 fu una sorpresa, per gli amanti di Disney. Abituati a contesti fiabeschi nei cartoni animati e a storie divertenti e delicate nei live action, vedersi catapultare in una storia di fantascienza dai toni dark fu una rivelazione, che non colse però il successo sperato. Viene da chiedersi, col senno di poi, come mai in Disney si decise di tentare un simile esperimento, ma la verità è che The Black Hole era la risposta a una domanda che serpeggiava nelle alte sfere della major: quanto potremo ancora monetizzare dal pubblico dei teen ager?

Cambio di rotta in casa Disney

Domanda tutt’altro che scontata. Gli anni ’70 avevano lasciato ai manager Disney un dato interessante, per quanto preoccupante: se l’animazione continuava a esser fonte di soddisfazione, seppure rivolta a una demografica infantile o pre-adolescenziale, la produzione di film live action, pensati per un pubblico adolescenziale, faticavano al botteghino. Non è un mistero che Pomi d’ottone e manici di scopa (1971) fu una delusione per Disney, una batosta che costrinse i vertici Disney a prendere atto di come i teen ager americani stessero cambiando gusti, complici nuove influenze. La produzione cinematografica e televisiva del periodo stava subendo notevoli cambiamenti, la sci-fi in particolare stava avviandosi verso una rivoluzione che stuzzicava la fantasia e gli interessi anche degli adolescenti. Erano gli anni di Star Trek, delle repliche di Cittadino dello Spazio o degli incredibili racconti di Twilight Zone, ma anche delle nuove libertà di cui godeva un medium molto vicino ai teen ager, il fumetto, dove un progressivo smantellamento dei vincoli del Comics Code Authority  all’interno della Silver Age consentiva di avventurarsi in nuove dimensioni, come l’horror, e approcciarsi a nuovi linguaggi, introducendo anche elementi visivamente più violenti e crudi.

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Nuovi stimoli che, ovviamente, contribuivano a evolvere il gusto dei giovani americani, che quindi percepivano la produzione live action Disney come infantile, poco appetibile. Sensazione che alcuni manager Disney, come James Miller, cercò di far presente ai suoi colleghi, che si opponevano alla sua intenzione di dare vita a contenuti più maturi, spaventati che questo cambio di rotta potesse minare la fama della Disney, considerata simbolo di un intrattenimento per famiglie. Eppure, in seno alla Disney questa voglia di rinnovamento si stava facendo sempre più strada, tanto che i presupposti di quello che sarebbe divenuto The Black Hole erano già presenti.

La fantascienza in casa Disney, all’epoca, era presente solo nella trasposizione cinematografica di 20.000 leghe sotto i mari, tratta dal celebre romanzo di Jules Verne. Una sci-fi seminale, come lo erano le opere dell’autore francese, che era entrata nel novero delle produzioni disneyane più che altro per il suo spirito avventuroso. All’inizio degli anni ’70, invece, la fantascienza divenne un genere di interesse anche in Disney, dove comparve Space Station One, un breve racconto sci-fi, che avrebbe dovuto esser il primo passo verso la realizzazione di un film. La reticenza delle alte sfere disneyane si unì a una difficoltà nella definizione di questo progetto, che cambiò nome in Probe One prima e infine in The Black Hole. Ma nemmeno il nuovo nome riusciva a vincere le reticenze della dirigenza Disney, che faticava a vedere in questa storia di fantascienza dai toni cupi un film ‘da Disney’, un’opposizione che crollò solamente quando un giovane contadino di una galassia lontana, lontana conquistò i cinema americani nel 1977.

The Black Hole: la grande scommessa

Non esisterebbe The Black Hole senza Star Wars, questo è un dato certo. D’altronde, senza il primo film della saga di George Lucas non avremmo avuto gran parte delle produzioni sci-fi di fine anni ’70, da Battlestar Galactica a Star Trek: The Motion Pictures, ma nel caso di The Black Hole questo legame è particolarmente sentito. Vuoi perché la Disney aveva rifiutato di produrre questo Star Wars, vuoi perché quando tutti erano decisi a cavalcare l’improvviso interesse degli americani per la fantascienza The Black Hole era l’unica idea che in casa Disney aveva una parvenza di fattibilità, e il fattore tempo era essenziale.

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Si trattava, quindi, di accettare il rischio di stravolgere completamente la propria tradizione cinematografica. A rendere ulteriormente appetibile The Black Hole era la sua analogia a un altro genere che stava appassionando all’epoca il pubblico americano, i disaster movie, dove titoli come la serie Airport e Meteor erano diventati dei cult. L’intuizione degli scrittori Bob Barshan e Richard Landau fu quella di ambientare un disaster movie nello spazio, idea che venne presentata allo story editor Frank Paris, iniziando un iter interno alla Disney che portò questa sceneggiatura a essere rimaneggiata più volte, venendo affidata a diversi registi sino a quando, dopo una serie di complicazioni, venne affidata al regista Gary Nelson.

L’arrivo di Nelson fu un punto fondamentale per la politica rivoluzionaria di Disney, che era pronto ad abbandonare il rating G, ossia adatto agli spettatori più giovani, puntando al PG, indirizzato invece a un audience più adulta. Scelta che venne espressamente imposta d Nelson, che in un’intervista all’Hollywood Reporter raccontò questo momento centrale nello sviluppo di The Black Hole:

“Scegliemmo deliberatamente di puntare al PG, per allontanarci dalla catalogazione come G. In un primo momento non avevamo idea su come creare i presupposti per un rating PG, così decidemmo di dire semplicemente che era troppo intense per spettatori troppo giovani. Inoltre, in film Disney non era mai apparsi termini come ‘dannazione’ o ‘inferno’ prima di The Black Hole”

A voler marcare ulteriormente questa netta separazione dalla precedente produzione di live action Disney fu un’altra scelta di Nelson: non mostrare il logo Disney. La percezione del regista era che la presenza del popolare simbolo della casa di Topolino potesse scoraggiare il pubblico over 18, mentre lo scopo di The Black Hole era esattamente l’opposto. Motivo per cui, si scelse di eliminare ogni legame con le precedenti produzioni e far uscire The Black Hole come una produzione Buena Vista.

Il cambio di registro narrativo non fu l’unico momento di svolta impresso da The Black Hole, che con i suoi 20 milioni di dollari si affermò come la produzione più costosa nella storia Disney. Era una cifra da capogiro, se pensiamo che The Black Hole era un gigantesco punto di domanda, considerata la sua natura di film di rottura con la tradizione. Ma quel budget era necessario, in gran parte, per dare vita a un impianto visivo stupefacente, con cui vennero realizzate scenografie impressionanti, come l’interno della Cygnus. Peccato che questa cura non sia stata estesa anche alla stesura di una sceneggiatura che non mostrasse una scrittura priva di mordente, in cui i dialoghi spesso ampollosi si alternava a scene prevedibili, sfruttando malamente un cast in cui figuravano attori del calibro di Maximilian Schell, Ernest Borgnine e Anthony Perkins. Deludente, considerato che lo spunto narrativo era promettente.

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L’astronave Palomino, durante il suo viaggio di rientro verso la Terra,  incrocia una gigantesca nave spaziale, che si era rivela esser la Cygnus, vascello andato disperso anni prima. A bordo della Palomino si decide di tentare l’esplorazione di questa astronave, al cui interno viene rilevata una sezione in cui è ancora presente dell’energia: è in questa parte della Cygnus che vive Reinhardt, scienziato che in seguito all’incontro con una tempesta di meteoriti anni addietro è rimasto a bordo della nave per consentire ai suoi compagni di viaggio di salvarsi con le scialuppe di salvataggio. In questi anni di solitudine, Reinhardt ha perseguito la ricerca della conoscenza, che ora lo spinge a voler lanciare la Cygnus all’interno di un buco nero, convinto che dall’altro lato possa esserci la somma conoscenza.

I suoi piani vengono messi a rischio quando l’equipaggio della Palomino scopre la vera natura degli automi servitori di Reinhardt e la sua follia, costringendo il folle scienziato ad anticipare i suoi piani portando la Cygnus verso il buco nero, con ancora gli uomini della Palomino a bordo.

Premessa avvincente, in cui si ravvisano anche alcuni spunti tipici della sci-fi, ma che viene viziata da una gestione dei tempi narrativi infelici, con lunghe sequenze discorsive che spezzano il ritmo, annoiando anziché avvincere lo spettatore. A poco serve il convincente impianto visivo, avveneristico per l’epoca, ma che non riesce a nascondere l’inesperienza di Nelson, regista con una buona esperienza in campo televisivo, ma che ha mostrato tutti i suoi limiti in questa troppo pretenziosa produzione.

L’eredità di The Black Hole

The Black Hole non ebbe il successo sperato, ma ebbe il merito (o la colpa) di inaugurare un periodo di sperimentazioni in casa Disney, volute principalmente dall’allora presidente Ron Miller. Era proprio Miller a vedere nella giovane età del target principale delle produzioni Disney un limite, e The Black Hole era il suo primo tentativo di dare una scossa in seno alla major.

Il mancato successo di The Black Hole non fu una battuta di arresto per i piani di Miller, che a partire dal 1978 cercò di imprimere alle produzioni live action Disney una natura più adulta, andando a toccare anche generi sinora mai approcciati, come l’horror (Gli occhi del parco) al fantasy con Il drago del lago di fuoco. Dopo avere introdotto un linguaggio vagamente scurrile in The Black Hole, cosa che venne aspramente dal pubblico americano, ci si lanciò anche in una narrazione visivamente più sanguinaria e disturbante, tanto che in Il drago del lago di fuoco si decise di aprire il film con una scena truce, in cui una giovane donna veniva data in sacrifico al mostro del titolo. Evento mostrato con tanto di disperazione della vittima, che cercando di divincolarsi dalle catene che la opprimevano sanguinava dalle braccia, prima di venire letteralmente arsa viva dal respiro del drago. Per avere un’idea di quanto fu dirompente questo approccio, basti pensare che pur di mantenere il rating G quando si decise di riportare in sala L’isola del tesoro nel 1975 venne tagliata una scena in cui si vedeva un uomo ferito da un proiettile.

The Black Hole inaugurò, quindi, un periodo interessante, per quanto poco appagante, per la Disney, che terminò con l’uscita di un altro progetto di grande fascino per la sua voglia di sperimentare, Tron (1982). Di The Black Hole è ancora oggi ammirabile, con la giusta consapevolezza, la messa su schermo, con una Cygnus che ancora mostra un certo fascino, ma che paga una sceneggiatura che, già debole all’epoca, oggi risulta ingenua e pretestuosa. The Black Hole ha il sapore amaro di un progetto che avrebbe potuto essere davvero un punto di svolta importante per la Disney, anche sul piano narrativo (anticipa di quasi vent’anni il concept di Punto di non ritorno) ma che è stato piagato dalla fretta di cavalcare il successo di Star Wars.