Cinema e Serie TV

The Umbrella Academy, recensione della serie tv Netflix

Di Umbrella Academy, la serie a fumetti scritta da Gerard Way e disegnata da Gabriel Bá, vi avevamo già parlato qualche tempo fa, esprimendo un giudizio più che positivo sui primi due volumi. Per quel che concerne chi vi scrive, sono arrivato all’opera a fumetti (edita da noi da Bao Publishing) con un ritardo ingiustificato, complice di un pregiudizio, quello verso Gerard Way (che è stato, ricordiamolo, il leader del gruppo My Chemical Romance), che me lo aveva fatto valutare come incapace di scrivere qualcosa che potesse interessarmi.

Lo sottolineo di nuovo: era un giudizio personale, su cui faccio “mea culpa” per la mia ignoranza, e che vi sottolineo perché spero e vi auguro che non facciate lo stesso sbaglio. Umbrella Academy è infatti un’opera poderosa di cui il nostro Fabrizio Picoco qualche mese fa aveva scritto:

“Iniziare a leggere Umbrella Academy è un po’ come mettersi in mezzo a una strada e farsi investire da un tir carico di mattoni. La potenza visiva e la pura e semplice follia che permea le pagine rendono questo fumetto una vera e propria giostra multicolore e piena di giri della morte”.

Scusate il narcisismo ma mi sembra ancora oggi un’ottima frase per presentare il fumetto.

Con una premessa simile capirete, allora, perché tanta concitata attesa per la serie tv tratta dall’opera di Way e Bá. Serie che arriverà su Netflix il prossimo 15 febbraio, ma che grazie al supporto della piattaforma abbiamo già visto per intero e in lingua originale, tanto che siamo ora pronti a raccontarvi quel che c’è da sapere, rigorosamente senza spoiler.

Orfani

E ora la fatidica domanda: avete letto i fumetti su cui è basata la serie? Ci si perde qualcosa se li si è letti o meno? Prima di incedere oltre vogliamo chiarire subito una cosa, la Umbrella Academy di Netflix è solo sommariamente basata su quella dei fumetti. Ha gli stessi personaggi, la stessa trama principale del primo arco narrativo, ma quel che succede sullo schermo è di molto distante da quanto narrato da Way e Bá.

Sui fumetti la storia ha un ritmo pazzesco, quasi esasperato, che butta tanta carne al fuoco, e così velocemente, che all’inizio si rimane sconquassati dal racconto, in cui è anzi doverosa una seconda lettura, atta a coglierne tutti i dettagli e i vezzi inizialmente messi da parte nella lunga e folle corse tra le meravigliose tavole di Gabriel Bá.

La serie tv non è neanche lontanamente così frenetica, ed anzi si prende moltissimi momenti per farci conoscere, apprezzare e scoprire il folto cast di personaggi che, già per la sola Academy, conta sei (+1!) membri, ognuno dei quali con alle spalle così tanti problemi e così tante incertezze che si potrebbe scrivere per ognuno di essi quanto meno un’intera stagione stand alone.

La premessa, tuttavia, è la stessa: il primo ottobre del 1989, 43 donne in giro per il mondo partorirono improvvisamente, nonostante non avessero alcun segno di una gravidanza in corso. In seguito ai parti, molte di queste furono contattate da un ricco e raffinato uomo di nome Sir Reginal Hargreeves, che si offrì di adottare i bambini per crescerli in casa propria. Hargreeves, eccentrico e severo, raduna così sette bambini, cinque maschi e due femmine, addestrandoli per fronteggiare il male che si annida nel mondo, e salvare un giorno la Terra dall’apocalisse. I ragazzi di Hargreeves, infatti, sono dotati di incredibili poteri, e sin da piccoli verranno addestrati ad utilizzarli per lavorare insieme sotto il nome di Umbrella Academy, ovvero il primo e unico gruppo di supereroi del pianeta.

Sei dei ragazzi, ovvero Luther (Numero 1), Diego (Numero 2), Allison (Numero 3), Klaus (Numero 4), Cinque (che non ha un nome vero e proprio) e Ben (Numero 6) cominciano quindi una carriera all’insegna dell’eroismo e della notorietà, mente Vanya, la numero 7, si dimostra priva di qualunque potere, ma con una grande passione per la musica. Tra screzi e vicende fuori dallo schermo, il team si dividerà e la serie prenderà il via proprio al ritorno a casa dei vari componenti, la cui occasione è data dalla misteriosa morte del loro patrigno, Sir Hargreeves, spentosi tra le mura di casa propria.

Da qui si dipanerà una trama abbastanza complessa e fuori di testa, complice il ritorno di Cinque da un futuro lontano che coinciderà con lo scoccare dell’ultima settimana del pianeta Terra. Dopo qualche giorno, infatti, secondo quanto predetto da Cinque, arriverà l’apocalisse che cancellerà ogni traccia di umanità.

Una famiglia con (super) problemi

The Umbrella Academy ha un pregio notevole, ovvero quello di mettere in scena un dramma familiare ritagliandosi il giusto spazio per ogni singolo personaggio a schermo, ed intrecciando passato, presente e futuro in modo intelligente, senza abusare di tecniche come il flashback, e mescolando il tutto con un taglio di regia fresco e moderno che, assieme ad una meravigliosa direzione artistica, rende alcune scene bellissime, toccanti e memorabili, specie dalla seconda metà della stagione.

In 10 episodi Netflix è riuscita nell’impresa di prendere il materiale originale, districarlo e, in un certo senso, renderlo più omogeneo e comprensibile, specie se si considera quanto sia “punk” la messa in scena del fumetto archietatto da Way e Bá che, come già ribadito, è in certi frangenti veramente molto ricco di materiale e azione.

E dunque Umbrella Academy vive un piccolo, improbabile ma meraviglioso paradosso, ovvero quello di essere una serie che, nell’ipotesi, è a base di azione e supereroi, ma che è in realtà una sorta di black comedy a sfondo familiare, in cui i super poteri e super problemi sono solo un contorno alle vicende di un gruppo di ragazzi che si trova in difficoltà con il proprio posto nel mondo. Tra chi ha gettato via la sua vita nell’intenzione di compiacere il padre, a chi invece è stato emarginato perché diverso e “indegno” dei più alti ideali di grandezza imposti dall’accademia.

Ci sono qui gli spunti del racconto più tipicamente marvelliano, quello dei diversi (gli X-Men), dei supereroi che si sacrificano sin dalla più tenera età (Spider-Man), ma anche della super famiglia che a volte fatica a volersi bene nonostante tutto (i Fantastici Quattro). Ma se fosse solo questo The Umbrella Academy allora sarebbe solo uno sciatto tentativo di arginare all’ormai nota mancanza di Devil e compagni nel palinsesto della piattaforma di Netflix.

The Umbrella Academy generica

The Umbrella Academy invece si prende il lusso di spiegare, raccontare, far divertire, a volte di deviare del tutto dal discorso dei supereroi per mettere in scena qualcosa che prescinde dallo stereotipo e va invece a guardare altrove: talvolta nel genere crime, talvolta nella sit-com, altre volte persino nel musical, se si tiene conto delle squisite scelte musicali fatte dalla produzione, invero mai così azzeccate dai tempi di prodotti molto diversi (ma musicalmente azzeccati) come, uno su tutti, il bellissimo Peaky Blinders di Steven Knight.

La sintesi è che alla fine dei dieci episodi avrete amato e odiato ognuno dei volti dello show, per altro interpretati in modo magistrale da ognuno degli attori coinvolti tra i quali figurano, per notorietà, Ellen Page nei panni di Vanya, Tom Hopper (il Billy della serie Black Sails) nei panni di Numero 1/Luther e la cantante Mary J. Blige, che più che fare da mera comparsa di spessore, occupa invece un ruolo da killer di tutto rispetto, con una interpretazione rude ma divertente, quella di Cha-Cha (non vi diremo oltre, è una roba che amerete).

Un plauso del tutto personale vorremmo poi farlo a Robert Sheehan e Aidan Gallagher, rispettivamente il tossico e spesso sconclusionato Klaus, e il solo apparentemente giovane Numero Cinque. Due ruoli che ci metteranno un po’ a ingranare, e che a volta potrebbero anche farvi uscire dai gangheri, ma che dal punto di vista interpretativo riveleranno due autentiche sorprese, specie se siete tra quelli che arriveranno alla serie dopo la lettura dei due volumi attualmente pubblicati in Italia.

Insomma The Umbrella Academy non ci ha deluso. Non è una serie esente da difetti, certo, e se proprio dobbiamo essere onesti ha un uso della computer grafica a tratti imbarazzante e di serie B, ma al netto di tutto è così ben scritta, raccontata e divertente che si passa sopra a qualunque cosa. È incredibile il modo in cui il prodotto originale sia stato trasposto e riproposto senza lederne lo smalto, ma anzi arricchendone persino qualche debolezza. Un segnale molto apprezzabile di una Netflix mai così sperimentale, eclettica e soprattutto raffinata nella scelta dei progetti da inserire nel proprio palinsesto. Assieme a Titans, è forse la roba migliore a tema supereroi prodotta nell’ultimo anno, che non ce ne vogliano Murdok e Castle, ma è la verità.

Il Gerard Way scrittore di fumetti ha avuto ampia notorietà con The Umbrella Academy, ma noi vi consigliamo anche di dare un’occhiata alla sua Doom Patrol (Dc Comics), sulle cui gesta arriverà prossimamente una  serie tv spin off di Titans!