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True Detective 3, la recensione: il dramma sta (anche) nel perdere se stessi

Parlare di True Detective nel complesso delle due stagioni uscite sino ad ora potrebbe sembrare estremamente semplice. Ci si potrebbe limitare a dire che la prima stagione è stata di un successo ineguagliabile, complice un’alchimia tra scrittura, regia e prove attoriali al di sopra di quella che era la media televisiva di ormai cinque anni fa, aggiungendo poi che la seconda si è invece rivelata un flop, condizionato in parte dalla “fretta” con cui HBO volle cavalcare il successo della serie precedente, e in parte dal giudizio universale di critica e pubblico che ha, in ultima istanza, privato la seconda serie anche dei meriti che aveva. Meriti che c’erano, sia chiaro, ma che sono stati del tutto oscurati dal giudizio comune.

Un giudizio da cui Nic Pizzolatto, ovvero la penna dietro la serie, non sembra affatto essere immune, tanto che la seconda stagione sembrava essere scritta proprio per cercare di accontentare determinate critiche (quelle relative al sessismo per inciso), provando al contempo a dare al serial una nuova incarnazione, come si confà ad una serie antologica che voglia avere un valore narrativo che sappia trascendere la banalità della ripetizione.

Le cose non andarono benissimo, e proprio per questo Pizzolatto ed HBO hanno deciso di prendersi di nuovo del tempo, cercando di riportare il serial lì dove dovrebbe stare, ovvero ai vertici dell’intrattenimento e della tecnica televisiva.

True Detective 3 nasce da queste premesse: fare meglio, probabilmente per non scontentare né la critica né i fan, e in parte ci riesce, mantenendosi in modo lodevole ai vertici dello stile televisivo sotto quasi ogni punto di vista.

A questo punto, però, è da tenere in conto una seconda considerazione: il primo True Detective, come tantissimi altri “cult” televisivi e cinematografici è stato figlio di un attimo, un momento perfetto incastrato nel tempo, che ha permesso la creazione di un qualcosa di unico. La prima stagione è ancora oggi inarrivabile e deve il suo successo anche e soprattutto alla sua unicità, al suo essere sì una storia di investigazione connotata da un forte esoterismo, ma anche dalla sua eccezionale alchimia tra psicanalisi, letteratura e psicologia. Un qualcosa che è, in buona sostanza, impossibile da replicare e pertanto è forse inutile, ancora oggi, cercare per forza di cercare un paragone o un riferimento con il passato.

Foto su gentile concessione di Sky
True detective stagione 3

Molto meglio godersi la terza stagione per quello che è e rappresenta a prescindere dal passato seppure, diciamolo subito, Pizzolatto nella sua voglia di accontentarci in qualche modo ha in parte ripreso il canovaccio della sua opera prima, sconquassandolo però quel tanto che basta per creare qualcosa di nuovo e, fin quello che abbiamo potuto vedere (ovvero i primi 5 episodi in lingua originale) di apprezzabile e appagante. Seppur, vi sia chiaro, il nostro è un giudizio dato da una visione parziale e non totale della serie.

Nuova serie e, dunque, nuovi protagonisti. Mettendo da parte il dramma corale della seconda stagione, True Detective 3 torna ad offrirci soli due protagonisti, due investigatori dell’Arkansas, Wayne Hays (interpretato dal premio Oscar Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff, attore forse poco noto ma che si è fatto le ossa in oltre 30 anni di carriera tra cinema e TV). La coppia vive la giornata nella noia della piana di Ozark, un luogo che offre ben poche emozioni persino alla polizia locale. Una comunità piccola, in cui tutti si conoscono, di un’America quanto mai a sud e rurale, in cui sussiste ancora l’epiteto del “redneck”, ed in cui il colore della pelle stabilisce ancora con chiarezza i limiti della gerarchia sociale.

Foto su gentile concessione di Sky
True detective stagione 3

Nella noia di una giornata come tante, la piccola comunità viene però sconvolta da un dramma del tutto inatteso e inaccettabile: la scomparsa di una coppia di bambini, fratello e sorella della famiglia Purcell. Usciti per un pomeriggio in bicicletta per giocare con gli amici, e purtroppo mai tornati a casa. La coppia di investigatori comincerà quindi le ricerche dei bambini, persi misteriosamente in una comunità che dovrebbe avere occhi dovunque, e che invece stranamente sembra non aver traccia dei due bambini.

Comincia quindi un’investigazione lunga una vita, suddivisa in tre piani temporali diversi: quello degli anni ’80, in cui avviene la sparizione dei due bambini, quello degli anni ’90 in cui il caso viene riaperto in seguito ad una sconvolgente rivelazione, e quello del presente in cui una documentarista sta indagando di nuovo sui bambini Purcell per motivi che non vengono meglio specificati.

Foto su gentile concessione di Sky
True detective stagione 3

Al cento di tutto c’è l’agente Hays, il cui passato in Vietnam come scout a caccia dei “charlie” lo ha reso un cacciatore eccellente, in grado di rinvenire tracce ovunque ci possa essere una posta da battere. Il personaggio di Ali è infatti la bussola di tutti e tre piani temporali, tanto da mettere narrativamente un po’ da parte il suo compagno, un ottimo ed espressivo Stephen Dorff, purtroppo ripreso degnamente solo a stagione più che avviata.

A questo punto potreste pensare che, dati i piani temporali del racconto, questa terza stagione sia un’emulazione della prima, ed avreste in parte ragione, se non fosse che qui i piani narrativi sono tre e non due, rendendo il tutto più complicato ma anche narrativamente più interessante. Da non sottovalutare, inoltre, l’enorme numero di anni che intercorre tra l’inizio delle indagini e i giorni nostri, in cui i il detective Hays è ovviamente invecchiato con tutte le difficoltà del caso. Grazie a un trucco e parrucco straordinari, e ad un’interpretazione magistrale, Mahershala Ali passa di continuo dalla giovinezza all’età anziana, in cui i tratti distintivi della demenza senile mettono a dura prova la sua lucidità.

Foto su gentile concessione di Sky
True Detective 3

Il racconto, in tal senso, passa da un duro e tagliente realismo, del tutto privo (almeno sino ad ora) dei connotati esoterici presenti nel primo True Detective, a situazioni più surreali e allucinate, frutto della mente del protagonista che, data la demenza, soffre spesso di allucinazioni visive e uditive in cui il passato spesso bussa alla sua porta mettendone alla prova la già precaria stabilità emotiva.

Alle spalle della situazione umana, dei successi e dei fallimenti delle vite dei detective e dei loro comprimari, si alternano le verità dietro alla sparizione dei piccoli Purcell, il cui mistero va infittendosi episodio dopo episodio, mettendo alla luce la parte più cupa, marcia e razzista dell’America, presentata attraverso vari comprimari che si avvicenderanno nel corso dell’investigazione, ognuno di questi coinvolto per un motivo diverso, e protagonista anche di pregevoli evoluzioni psicologiche nel corso dei diversi piani temporali.

Foto su gentile concessione di Sky
True Detective 3

Quel che manca è forse il piglio di una regia salda, ed è difficile dire se il problema sia nell’abbandono repentino di Jeremy Saulnier, via dal serial (senza mai una vera spiegazione) dopo soli due episodi, lasciando tutto nelle mani di Daniel Sackheim, o se il problema sia l’impianto scenografico delle Ozark, mai veramente interessante e per lo più anonimo. Intendiamoci: True Detective 3 non è mal girato, ma gli mancano quei pigli, quel mordente estetico e “di contorno” che avrebbero forse reso la serie più coinvolgente ed appagante, laddove entrambi i registi riescono a fare molto poco per caratterizzare quello che è il contesto della vicenda, se non per mezzo dei succitati (e diremmo anche necessari) riferimenti razziali e sociali dell’Arkansas degli anni ’80, luogo dove si svolge la gran parte del minutaggio dei primi 5 episodi.

Per fortuna ci pensa la trama a mantenere l’attenzione alta che, forte di una grande attenzione alla prova attoriale di tutti gli interpreti, riesce ad avvinghiare, a modo suo, nella ricerca di una soluzione all’indagine Purcell. Diventando, come da tradizione per la serie, a mano a mano più cupa, oscura, sfaccettata e inquietante.

Foto su gentile concessione di Sky
True Detective 3

Un’inquietudine che per altro si ripercuote sull’animo del Detective Hays, la cui volontà di far luce sui fatti del caso Purcell, nonostante l’età e la demenza senile, diventa a mano a mano una ricomposizione non solo della vicenda investigativa, ma anche e soprattutto di sé stesso, del proprio animo, e della propria vita. Vittima di un’indagine durata una vita, i cui fatti e patimenti si sono ripercossi con potenza tanto sul lavoro che nel privato, Hays viene caratterizzato attraverso le epoche con una perizia sopraffina, mostrando – qualora ancora servisse – il talento di un attore straordinario, tant’è che proprio su di lui e sulla sua costante ricerca della verità (sull’indagine e su sé stesso) che si regge buona parte della narrazione.

Eppure, nonostante sia Mahershala Ali l’attore in costante stato di grazia recitativa, True Detective 3 si presenta in gran forma in ogni aspetto del suo cast, riuscendo a tratteggiare personaggi drammatici e credibili, i cui patimenti ripercorrono gli aspetti più comuni dell’animo umano. Al netto di ogni esoterismo e di ogni complesso cinismo (niente modelli a la Rust Cole insomma), la terza stagione si presenta in gran forma, confermando ancora una volta la perizia narrativa di Nic Pizzolatto nel saper costruire dettagli apparentemente inutili, che poi esplodono nel mare di indizi, piste e risvolti che andranno a costruire un’indagine lunga una vita.

Foto su gentile concessione di Sky
True Detective 3

La seria abbandona i suoi riferimenti letterari ed esoterici per restare saldamente ancorata alla realtà, risultando in tal senso un mix bilanciato e interessante tra i modi di raccontare delle due stagioni precedenti. Scegliendo di battere tematiche differenti, e solo inizialmente mascherandosi tra i trucchi narrativi della prima serie, True Detective 3 procede poi su passi del tutto personali, con uno stile apprezzabile e con la complicità di un cast di altissimo livello. A volte si sente un po’ la mancanza di quelle immagini potenti che spesso arrivavano grazie al racconto di Cole e Rust a sconvolgere gli occhi e la mente dello spettatore. Ma pensateci: a cosa servirebbe mai una copia carbone di un successo che è già fatto e consacrato? A nulla.

La terza stagione di True detective arriverà da lunedì 14 gennaio dalle 21.15 su Sky Atlantic e Sky On Demand in versione sottotitolata (e in contemporanea con gli USA dalle 3.00 della notte tra il 13 e il 14 gennaio). Per la messa in onda in lingua italiana, sempre su Sky Atlantic, occorrerà invece attendere sino al 21 gennaio.

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