Libri e Fumetti

Wonder Woman – i fumetti essenziali

Quale fumetto o volume acquistare per iniziare la lettura? Dove trovo le origini? Quali sono le storie imprescindibili? Queste sono solo alcune delle domande che un lettore si pone quando deve addentrarsi in un nuovo universo narrativo e che, soprattutto per quanto riguarda l’ingresso nel mondo dei fumetti supereroistici, rappresentano spesso un ostacolo davvero difficile da sormontare a causa della forte stratificazione narrativa e dei continui rimaneggiamenti e rilanci delle serie e dei personaggi.

Oggi approfondiremo la biblioteca essenziale dell’eroina più famosa al mondo: Wonder Woman!

Vi ricordiamo che questo spazio è pensato per condurvi nella maniera più diretta e facile possibile all’interno dell’Universo DC e delle sue molte ramificazioni. L’obbiettivo è quello di andare alla scoperta dei suoi iconici e leggendari personaggi offrendovi una panoramica (il più possibile ragionata con puntuali riferimenti cronologici) delle letture da aggiungere alla vostra libreria.

Wonder Woman: fumetti essenziali e letture consigliate

Le Origini

Wonder Woman debutta su All Star Comics #8 (data di copertina ottobre 1941) e avrà la sua prima avventura solista su Sensation Comics #1 (data di copertina gennaio 1942). Le origini di Wonder Woman rimangono concettuale pressoché le stesse fino alla metà degli anni ’80.

Desiderosa di avere una figlia, Hyppolita, la regina delle Amazzoni, plasma una statua di argilla a cui viene concessa la vita dal pantheon degli dèi greci divenendo di fatto la figlia della regina, la Principessa Diana. Molti anni dopo, contravvenendo agli ordini della madre, Diana parteciperà ad un torneo per diventare la campionessa e ambasciatrice delle Amazzoni nel mondo patriarcale. Tutto questo per amore di Steve Trevor, pilota americano precipitato su Themyscira, l’isola-nazione delle amazzoni nascosta agli occhi del mondo.

Dopo l’evento Crisi sulle Terre Infinite le sue origini vengono rimaneggiate da George Peréz che mantiene inalterato il concetto alla loro base ma ne cambia drasticamente gli intenti. Una riscrittura più massiccia avverrà nel 2011 durante i New 52. Brian Azzarello le renderà infatti più “pratiche” e dirette, pigiando sempre sull’aspetto mitologico del personaggio ma da una prospettiva radicalmente diversa.

Nel corso dei decenni, anche se le origini sono rimaste inalterate, il mondo di Wonder Woman si è espanso o contratto a seconda delle necessità. Basti vedere come Steve Trevor o Etta Candy, i comprimari per eccellenza nelle avventure dell’Amazzone, vengono piegati alle diverse esigenze delle varie epoche editoriali. Ancora più esplicativo, in questo senso, è il ruolo degli dèi e delle Amazzoni la cui presenza o assenza diventa uno dei meccanismi prediletti per dare il via alle trame più interessanti che coinvolgono il personaggio.

Le origini di Wonder Woman sono indissolubilmente legate a quelle del suo creatore William Moulton Marston. Nel 1943, in un numero della rivista The American Scholar, Marston scrisse:

Neanche le ragazze vogliono essere ragazze se gli archetipi femminili mancano di forza, determinazione e potenza… il rimedio è stato creare un personaggio femminile che avesse la forza di Superman ma la grazia e la bellezza femminile.

Già inventore del poligrafo (conosciuto comunemente come “macchina della verità”) la ricerca della verità, spogliata dei suoi intenti più morbosi, era per Marston indagine su una società ed una cultura che avevano iniziato una rivoluzione che avrebbe portato a rivalutare non solo il ruolo della donna ma una serie di gerarchie sociali, istituzionali e famigliari in cui l’uomo, fino ad allora centro di gravità, avrebbe ceduto il passo alla donna in una contrapposizione fra un modello votato allo scontro ed uno votato all’armonia.

Uno degli aspetti più singolari degli esordi di Wonder Woman era il… bondage! Marston ed il disegnatore H.G. Peter non perdevano occasione per ritrarre l’eroina legata nei modi più disparati e fantasiosi. Tralasciando le considerazione superficialmente piccanti, che tuttavia ne decretarono la popolarità soprattutto con i soldati al fronte, l’idea della costrizione, cioè di un controllo sociale, e delle limitate opportunità del tempo era lo strato culturale dal quale il personaggio si elevava: rompendo le “catene” Wonder Woman, simbolo delle donne, si riappropriava della libertà, prendeva controllo e coscienza di sé anche e soprattutto da punto di vista sessuale, d’altronde il bondage è una pratica che fa prettamente riferimento alla sfera sessuale, proponendo un altro tipo di “coercizione” benevola e veritiera questa volta e data dal Lazo of Truth l’arma che contraddistingue l’Amazzone e che costringe chi vi rimane imbrigliato a dire la verità.

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È proprio la natura della “missione” che differenza fra Wonder Woman da qualsiasi altro personaggio. Wonder Woman si prepone l’obbiettivo di farsi portavoce di un “modello sociale” diverso, basato sull’armonia.

Diana varca i confini di Isola Paradiso, diventa Wonder Woman e fa esperienza di un mondo. Adattando un espressione cara al filosofo Martin Heidegger decide “di essere piuttosto che niente” non vi è cioè un atteggiamento passivo nei confronti del mondo patriarcale quanto la volontà di intenzionare, cioè dare senso, mettere ordine, la realtà attraverso azioni concrete, scelta dopo scelta anche se queste non dovessero portare ad esiti “positivi”; Wonder Woman allora è il prototipo di quello che Jean-Paul Sartre chiamava “essere-per-sé” cioè un individuo che si determina di volta in volta.

Come poi l’eroina faccia “esperienza del mondo” è di per sé una affascinante digressione, che segue sempre Sartre, e che ha al suo centro l’idea del corpo “come condizione necessaria per fare esperienza”. Non c’è un rifiuto del corpo né l’idea di rinunciare a quello che si è: Diana mostra i suoi muscoli ma anche il suo seno, le sue gambe, la sua chioma fluente e non è coperta da nessuna armatura (a meno di casi davvero eccezionali) questo perché il confronto con il mondo è inteso come totale apertura.

In Wonder Woman manca quel senso di contrapposizione di cui invece gli archetipi maschili sembrano innati portatori. Non è un caso che sia Wonder Woman e non Super Woman, wonder come meraviglia ma anche come il verbo to wonder cioè meravigliarsi, meravigliarsi che esista un altro “punto di vista” sulla realtà in cui l’amore, come diceva Hegel, è “antitesi a tutte le opposizioni e molteplicità non avendo confini di diritto”.

Dèi e Mortali di George Pérez, Greg Potter & Len Wein

Le origini di Wonder Woman vengono rimaneggiate e ampliate subito dopo il fondamentale Crisi sulle Terre Infinite. Ad occuparsene sarà proprio uno degli artefici di quella seminale storia, il disegnatore George Peréz, che utilizza un approccio a metà strada fra quello di John Byrne per Superman L’Uomo d’Acciaio e quello di Frank Miller per Batman Anno Uno nel primo arco narrativo della sua gestione intitolato Dèi e Mortali.

Peréz, e i suoi co-sceneggiatori Greg Potter e Len Wein, puntano al nucleo narrativo originale legato alle origini dell’eroina e tutto basato l’estrazione mitologica del personaggio. Diana è, come nel racconto originale del suo creatore William M. Marston, una statua di argilla plasmata dalla madre Hyppolita a cui Afrodite ha infuso il soffio della vita. Il racconto viene però qui ampliato dando un contesto nuovo, inedito e drammatico alle Amazzoni. Originariamente un gruppo militare composto da sole donne, le Amazzoni vengono sterminate dalle truppe di Ercole che abusano anche del loro corpo fino a ucciderle. Gli dei dell’Olimpo, allora, decidono, per la loro devozione, di riportarle in vita come loro paladine, stanziandole su un’isola, Themyscira, irraggiungibile dall’esterno.

Molti secoli dopo gli dèi chiedono alle Amazzoni di scegliere una campionessa da inviare nel mondo degli uomini per fronteggiare Ares. A Diana viene proibito di partecipare alla gara indetta per decretare la campionessa, divieto aggirato grazie all’aiuto di Atena.

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Divenuta la campionessa delle Amazzoni, Diana deve subito fronteggiare un attacco diretto di Ares a Themyscira tramite un attacco aereo. Diana ovviamente lo respinge salvando Steve Trevor e avviandosi ufficialmente nel mondo degli uomini per smantellare il piano Ares dotata dei sandali di Hermes, che le consentono di attraversare la barriera tra i due mondi e di volare, della tiara d’oro con la stella al centro, simbolo del suo essere principessa, e del lazo d’oro (il Golden Perfect o Perfetto d’Orato) forgiato da Efesto che costringe chi lo tocca a dire sempre la verità. Anche il costume ha una nuova origine: il corpetto rosso con un aquila, la culotte blu con stelle bianche e stivali rossi sono ispirati a Diana Trevor, aviatrice schiantatasi su Themyscira alcuni decenni prima.

Wonder Woman farà poi ufficialmente il suo ingresso nella comunità dei supereroi nell’evento Legends.

George Peréz, Greg Potter e Len Wein riazzerano e semplificano la continuity di Wonder Woman con un retelling delle origini non meramente didascalico ma già funzionale ad un plot più articolato e che mostra subito le principali differenze fra questa Wonder Woman e quella pre-Crisi.

Concettualmente viene eliminata la carica femminista che motivava il personaggio originale, a dir la verità sempre più affievolitosi negli anni ’50 e ’60 e riemerso solo in parte negli anni ’70, sostituito invece dal ruolo di campionessa della pace e della giustizia. Da questo punto di vista per esempio è lampante il mutamento del ruolo di Steve Trevor che da interesse amoroso diviene quasi un fratello maggiore e mentore.

Oltre ad epurare una serie di elementi della Golden e Silver Age, sia quelli più bizzarri che quelli più iconici fra cui il Jet Invisibile e le mille proprietà del lazo, la Wonder Woman di Peréz gioca costantemente con la tensione fra questo ruolo “importante” e il carattere guerriero della protagonista modellando poi tutti i personaggi, compresi molti villain, su questo tipo di dualità.

Anche dal punto di vista grafico vi è un profondo rinnovamento. La perizia tecnica di George Peréz trasforma la serie in una delle più raffinate della seconda metà degli anni ’80 non solo per il tratto realistico e plastico ma anche per una ricerca mai banale nella costruzione della tavola votata soprattutto alla rilettura degli dèi greci che ora abitano un Olimpo costruito secondo i canoni di Maurits Cornelis Escher.

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La run

Wonder Woman di Greg Rucka

Wonder Woman ha avuto poche grandi gestioni (quella del suo creatore William M. Marston, quella di George Peréz e Len Wein, quella di John Byrne o ancora quella di Brian Azzarello) tante micro gestioni interessanti da riscoprire (soprattutto a cavallo fra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, a metà anni ’90 e metà 2000) e altre assolutamente da dimenticare che spesso hanno costretto la DC a drastici cambi di rotta e stratagemmi narrativi non sempre efficaci per riportare l’Amazzone al centro dell’attenzione.

Nella prima categoria rientra, senza ombra di dubbio, la gestione che realizza Greg Rucka a partire dal 2002. DC gli affida Wonder Woman dopo l’ottimo lavoro svolto su Batman e Detective Comics. Ed è infatti proprio da Batman che parte la sua run con il graphic novel Hiketeia (complesso rituale legato alla cultura classica) in coppia con il disegnatore JG Jones. La storia, con raffinatissimi riferimenti alla tragedia ovvero la forma letteraria più alta della Grecia Antica, serve a rinvigorire Wonder Woman grazie ad un rinverdimento delle sue radici mitologiche venendo proiettata nel nuovo millennio con piglio socialmente più cosciente e rilevante.

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Rucka inizia quindi ad imbastire trame basate sulla tensione che si instaura fra i forti richiami alla mitologia e alla lettura classica greca (la già citata tragedia ma ovviamente anche Omero) e fra un elemento in particolare delle origini, e della missione, di Wonder Woman: il suo essere “ambasciatrice nel mondo degli uomini”. Diana quindi diventa effettivamente una diplomatica, con tanto di ambasciata di Themyscira e uno staff, pubblica anche un libro che spiega la sua visione del mondo e che genera polemiche e discussioni non solo fra le persone comuni ma anche fra gli dèi con un drammatico cambio alla guida dell’Olimpo stesso.

Greg Rucka costruisce in maniera certosina un conflitto “nuovo” per Wonder Woman. Attraverso la creazione della villain Veronica Cale, una spietata industriale, lo scrittore vuole decostruire il personaggio e metterlo per la prima volta di fronte alla possibilità che la sua stessa visione del mondo possa essere usata contro di lei. L’apice di questo percorso sono i numeri #206-210, l’arco narrativo intitolato Stoned disegnato da Drew Johnson, in cui, come campionessa di Atena, deve affrontare la rediviva Medusa.

La battaglia è brutale e mostrerà fino a che punto Wonder Woman è pronta a spingersi proprio per non contravvenire a quelle convinzioni per cui era stata attaccata. Greg Rucka condurrà poi l’Amazzone al riscatto, se così si può dire, e brillantemente anche attraverso eventi come Crisi Infinita e La Notte più Profonda.

La Wonder Woman di Greg Rucka è accessibile, ricercata, brillante e incredibilmente moderna ma ha soprattutto il merito di trattare il cuore del personaggio in maniera inedita per restituircelo sotto una luce nuova, pagando dazio a quella universalità di intenti che il suo creatore Willian M. Marston aveva inizialmente immaginato.

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L’evento

The Contest – Wonder Woman #0, #90-100 di Williamn Messner-Loebs & Mike Deodato Jr.

Neanche Wonder Woman è stata immune agli anni ’90 anzi per certi versi aveva anticipato già decenni prima alcuni degli stilemi che sarebbero divenuti poi preponderanti in questo decennio come morte e resurrezione, cambio di identità, sostituzione con la sua giovane spalla o altri personaggio nel ruolo.

Dopo la controversa fine della run di George Pérez con il dimenticabile evento Guerra di Dei, l’Amazzone viene affidata a William Messner-Loebs che ha più di una difficoltà nel trovare narrativamente un nuovo terreno saldo dopo anni di battaglie mitologiche con dèi e mortali a confronto. La svolta avviene con l’arrivo dell’astro nascente brasiliano Mike Deodato Jr. alle matite il cui stile incarnava fortemente lo spirito dell’epoca e in concomitanza con l’evento Ora Zero.

Nasce così l’arco narrativo The Contest che si dipanava su Wonder Woman #0, #90-100.

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Wonder Woman ritorna su Themyscira dopo aver scoperto che Circe aveva trasportato l’isola in un’altra dimensione. Per lei sono passati solo pochi mesi, per le Amazzoni più di un decennio passato a combattere una sanguinosa guerra civile: l’isola infatti era stata invasa dalle Amazzoni Bana-Mighdall, una tribù che aveva lasciato l’isola molti millenni prima dopo essere entrata in aperto conflitto con Hyppolita.

Proprio Hyppolita mostra una certa freddezza nei confronti di Diana che viene tacciata di non essere riuscita a portare avanti la sua missione di pace nel mondo degli uomini e per questo motivo viene indetta una nuova gata (The Contest che dà il titolo all’arco narrativo) per stabilire se Diana è ancora degna di fregiarsi del titolo di Wonder Woman. A sfidare l’Amazzone c’è la campionessa delle Bana-Mighdall, la rossa Artemis, che a sorpresa vince la gara divenendo la nuova Wonder Woman.

Cedendo il suo costume e i suoi accessori alla nuova Wonder Woman, Diana torna a Boston versione “biker”. Mentre Artemis incontrerà tutte le difficoltà del caso nel portare avanti la missione di Wonder Woman, Diana scoprirà un terribile segreto sull’origine delle Amazzoni, sulla scissione della tribù della Bana-Mighdall e su una terribile profezia che la riguarda.

A dispetto dell’espediente non originale, William Messner-Loebs in The Contest fa qualcosa che solo molti anni più tardi avrebbe fatto Greg Rucka nella sua run ovvero si chiede a che punto sia effettivamente arrivata la missione di Diana. Nello scontro con Artemis poi, seppur estremamente semplificato dal momento storico in cui viene pubblicato l’arco narrativo, vi è già un primo tentativo di mostrare quanto effettivamente sia difficile essere Wonder Woman, un primo tentativo cioè di penetrare la psicologia del più idealista dei personaggi DC forse ancor più di Superman.

Messner-Loebs torna quindi ad un approccio semplice e diretto che recupera a piene mani dal meglio della gestione Peréz e prepara il terreno per il suo successore John Byrne che si sarebbe però poi mosso in una direzione opposta e più “tradizionale” pur recuperando l’elemento della profezia su Diana e il rapporto conflittuale con Hyppolita.

Alle matite un Mike Deodato Jr. tutto anni ’90. Figure femminili iper-sessualizzate, anatomie procaci e costumi sgambatissimi. Costruzione della tavola votata al dinamismo con figure sbordate sempre in pose plastiche. Insomma graficamente lontano dal realismo e dal barocchismo di Peréz eppure efficace nel raccontare questa storia.

The Contest è stato pubblicato in Italia quasi integralmente sullo spillato Play Press Catwoman/Wonder Woman vissuto appena 9 numeri. In alternativa potete recuperarlo in inglese nel volume Wonder Woman by Mike Deodato Jr.

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L’albo singolo

“Battle for Womanhood” – Wonder Woman #5 di William M. Marston & Harry G. Peter

Più di Superman e di Batman, le prime storie di Wonder Woman, quella della Golden Age, sono un vero e proprio manifesto di intenti ancora oggi incredibilmente attuale. C’è da sottolineare anche come queste prime storie di Wonder Woman siano estremamente cariche di inventiva ma soprattutto impossibili da scindere dal fortissimo apparato ideologico che il suo creatore William M. Marston vi aveva infuso.

In Wonder Woman #5 (data di copertina giugno-luglio 1942) compare una delle storie più significative dell’Amazzone intitolata “Battle for Womanhood”, una vera e propria chiamata alle armi per l’empowerment femminile più efficace di qualsiasi femminismo ante-litteram. Ai testi ovviamente William M. Marston e alle matite H.G. Peter.

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Wonder Woman deve affrontare il Doctor Psycho (qui alla sua prima apparizione) un brillante medico ridicolizzato per il suo aspetto ovvero bassa statura e testa grossa. Ares, approfittando della delusione amorosa di Psycho, lo sobilla affinché utilizzi le sue capacità di estrarre e modificare sostanza ectoplasmica per screditare tutte le donne soprattutto quelle impegnate nello sforzo bellico degli Stati Uniti.

“Battle for Womanhood” non è solo una storia che vede Wonder Woman sventare l’ennesima minaccia misogina (plot pressoché dominante delle sue primissime avventure) quanto evidenziare l’accanimento contro le donne. Da un lato infatti queste vengono accusate, e condannate subito a furor di popolo, anche se effettivamente non hanno commesso i crimini architettati da Psycho, e dall’altro viene denigrato il loro apporto alla società sullo sfondo dello sforzo bellico.

È una lezione di empowerment radicale quella che offre Marston in questo albo. Liberarsi dai preconcetti (il tema delle catene e del bondage presenti qui e ricorrenti in queste prime storie) e prendere coscienza del proprio ruolo di paritario ma fondamentale e complementare in una umanità rinnovata che equilibra con l’Amore femminile il puro Impeto maschile. Una visione rivoluzionaria per l’epoca e non solo ma che ancora oggi ha molto, molto da insegnare.

Wonder Woman #5 è colpevolmente inedito in Italia ma potete recuperarlo nell’omnibus Wonder Woman Golden Age Volume 1 ovviamente in inglese.

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La gemma del passato

Twelve Labors – Wonder Woman #212-222 di AA.VV.

Wonder Woman era una eroina nata per rispondere a precise istanze sociologiche individuate dal suo creatore William M. Marston. Queste istanze sotto molteplici punti di vista anticiparono il femminismo di parecchi decenni rendendo Wonder Woman una sua icona ante litteram. Quando ancora queste discussioni era secondarie e la cultura pop era tutt’altro che codificata avvenne un fatto del tutto singolare.

Alla fine degli anni ’60, pensando con colpevole ingenuità di intercettare proprio il nascente movimento femminista, DC decise di privare Wonder Woman dei suoi poteri e del suo retaggio mitologico. L’idea (sciagurata per sua stessa ammissione) fu del leggendario Denny O’Neil che trasformò Wonder Woman in Diana Prince, super-spia alla moda (l’ispirazione fu la serie TV britannica Steed & Ms Peel) e karateka esperta. Si tratta di circa due anni di storie decisamente “bizzarre” e che non passarono di certo inosservate neanche a Gloria Steinem, una delle più famose attiviste del movimento femminista, che decise di mettere Wonder Woman, nella sua versione classica, sulla copertina del primo numero di Ms Magazine adducendo come motivazione che l’eroina così come originariamente ideata rimaneva il simbolo indiscutibile del concetto di “women empowerment “.

DC corse ai ripari e riportò Diana al suo status di Wonder Woman con il più classico degli stratagemmi (una amnesia) ma bisognava ristabilire il personaggio all’interno dell’Universo DC. Questo arco narrativo intitolato Twelve Labors servì esattamente a questo scopo.

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Dopo aver capito di essere stata vittima di questa amnesia, Wonder Woman si sottopone volontariamente a “12 fatiche” (come quelle di Ercole) per poter così dimostrare a sé stessa più che ai suoi colleghi di poter rientrare a pieno titolo nella Justice League of America. Per questo motivo l’eroina chiede agli altri eroi di assistere, senza intervenire, alle sue 12 imprese successive e valutarne l’operato.

Sotto le spoglie di Diana Prince, agente delle Nazioni Unite, Wonder Woman affronta 12 incredibili missioni fra cui evitare che Marte scateni una guerra fra Atlantide e Themyscira, preservare il segreto sul perché gli uomini non sono ammessi su Themyscira, smascherare uno dei suoi nemici storici tornato all’attacco ovvero Duke of Deception, il “malfunzionamento” dei suoi incredibili accessori, gli attacchi di Chronos e della Dottoressa Cyber e perfino una sua doppelganger!

I 10 episodi che compongono Twelve Labors rappresentano forse le migliori storie del personaggio, escluse quelle della Golden Age, del periodo pre-Crisi sulle Terre Infinite. Gli autori coinvolti Martin Pasko, Elliot S. Maggin, Cary Bates, Len Wein, Curt Swan, John Rosenberger, Irv Novick, Dick Dillin, Kurt Schaffenberger, Dick Giodano e José Delbo riescono ad interpretare benissimo una Wonder Woman che doveva staccarsi dagli stilemi degli esordi e da quelli prettamente mitologici in favore di storie più graffianti che rinfrescassero il personaggio senza stravolgerlo.

Si tratta di storie che anticipano in tutto e per tutto la Bronze Age se non altro per il rinnovato background in cui si muove Diana Prince e soprattutto per l’estetica. I disegnatori coinvolti iniziano a a ritrarre una Wonder Woman più formosa ma sempre estremamente atletica e soprattutto in maniera attentissima all’estetica di quegli anni trovando in José Delbo uno degli interpreti più sopraffini in quegli anni.

C’è da sottolineare come per tutti gli anni ’70 Wonder Woman avrà una vita editoriale abbastanza turbolenta. Alla sua guida non ci sarà mai un team creativo fisso e le sue storie saranno sempre animate da una tensione fra il ritorno al glorioso passato e l’influenza della serie TV con Linda Carter.

In Italia gli episodi di Twelve Labors sono completamente inediti ma non quelli successivi disegnati proprio da Delbo e apparsi su Wonder Woman e Batman della Cenisio.

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La gemma del presente

Wonder Woman di Brian Azzarello, Cliff Chiang e AA.VV.

I New 52, Il rilancio/reboot del 2011, offre una ghiotta occasione alla DC per rilanciare Wonder Woman soprattutto dopo il passo falso della gestione poi divenuta spuria e alla stregua di un elseworld firmata da J. Michael Straczynski.

Con il personaggio al centro delle trame della ammiraglia Justice League, e sin da subito connessa a Superman con una (quasi) inedita sotto trama romantica, narrativamente c’è spazio per un approccio diverso anche dal punto di vista grafico per la sua nuova serie regolare e che trova in Brian Azzarello (100 Bullets) e Cliff Chiang due incredibili interpreti.

Azzarello abbandona gli eccessi hard boiled che l’avevano reso famoso ma non una narrazione diretta, ruvida, matura. Il suo è un retelling quasi totale di Diana, con tanto di nuove origini e nuovo titolo, ma lo sfondo in cui si muove la sua Wonder Woman rimane sempre quello della mitologia classica, elemento imprescindibile che da sempre contraddistingue l’eroina.

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Zeus scompare improvvisamente. Questo avvenimento genera una faida fra le divinità dell’Olimpo che vogliono assicurarsi il trono del padre degli dèi. Contemporaneamente una giovane donna incinta bussa alla porta di Wonder Woman in cerca di aiuto e riparo: perché strane creature le stanno dando la caccia? Fra alleanze improbabili, battaglie all’ultimo sangue e divinità volubili, di cui non è sempre possibile fidarsi, Diana e la sua giovane protetta scopriranno alcuni segreti su loro stesse origini e sul loro retaggio.

Quella di Brian Azzarello è una Wonder Woman estremamente “realistica” e tosta ma capace di rileggere in maniera convincente e a tratti più intima quelle che erano le sue istanze originali filtrate dall’esperienza passata (vedasi soprattutto la componente mitologica) che assume connotati vertighiani davvero inediti mentre geniale è il confronto con gli “altri” dei dell’Universo DC ovvero i Nuovi Dei di Jack Kirby e nello specifico Orion.

Il tutto è condito dal tratto spigoloso di Cliff Chiang, Tony Akins e degli altri disegnatori che accompagnano per 35 numeri lo sceneggiatore. Lontano dal barocchismo di Peréz, il disegnatore più legato alla Amazzone, o dalla ricerca di una accattivante e sessualizzata figura femminile degli anni ’90, questa Wonder Woman è più donna e guerriera (spalle larghe, scattante e formosa ma muscolare) avvicinandosi idealmente più al concept originale di HG Peter e alla sua rilettura di Darwyn Cooke nel seminale La Nuova Frontiera. Anche gli dèi vengono completamente riletti abbandonando ove possibile la forma umana e optando per forme e incarnazioni antropomorfe o “stilizzate”.

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L’elseworld

Wonder Woman: The Blue Amazon di Jean-Marc Lofficier, Randy Lofficier & Ted McKeever

Wonder Woman compare praticamente in tutti i grandi elseworld DC ma è davvero protagonista assoluta di poche di queste particolari storie alternative che rappresentano ancora oggi una miniera di incredibili idee.

Fra queste storie la più peculiare è Wonder Woman: The Blue Amazon di Jean-Marc Lofficier, Randy Lofficier con matite di Ted McKeever, ultimo capitolo di una trilogia che rileggeva l’Universo DC ispirandosi alle grandi pellicole del cinema espressionista tedesco.

Nello specifico è ispirato a Wonder Woman: The Blue Amazon al film L’angelo Azzurro (Der blaue Engel) diretto nel 1930 da Josef von Sternberg con protagonista Marlene Dietrich. Steve Trevorson è magneticamente attratto dalla ballerina Diana, l’Amazzone Azzurra, quando però in città arriva la misteriosa Cheetah il passato di Diana inizierà a riaffiorare mentre si scoprirà anche la verità sul destino della Terra.

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Wonder Woman: The Blue Amazon, ma in generale la trilogia che comprende Superman’s Metropolis e Batman: Nosferatu, è un’opera molto particolare ed estremamente ricercata partendo prima di tutto dalla fonte di ispirazione ovvero il cinema espressionista tedesco che inevitabilmente finisce per influenzare sia nei temi ma soprattutto esteticamente il graphic novel.

Il tutto poi viene filtrato attraverso in un’ottica prettamente fantascientifica e retro-pulp che dona un senso tanto straniante quanto familiare con echi Golden Age che cozzano con lo stile minimale e stilizzato di Ted McKeever.

Wonder Woman: The Blue Amazon è uno fra gli elseworld più ricercati in assoluto e sicuramente una lettura decisamente diversa rispetto ai contesti più usuali a cui siamo abituati a vedere in azione Wonder Woman ma soprattutto non è una lettura per tutti. Leggerla la prima volta può lasciare spiazzati, rileggerla magari dopo essersi documentati sul cinema espressionista tedesco potrebbe fornire un quadro più completo dell’opera.

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Il volume per il neofita

Il Cerchio – Wonder Woman #14-17 di Gail Simone & Terry Dodson

Gail Simone prende le redini di Wonder Woman nel 2006 subito dopo gli eventi di Crisi Infinita e dopo una miniserie che era servita per rendere Diana e sua madre Hyppolita le uniche Amazzoni sul pianeta.

Pur con uno scenario già pesantemente impostato, la scrittrice realizza un primo arco narrativo intitolato Il Cerchio che è una delle letture più scorrevoli e capaci di introdurre un lettore neofita nel mondo di Wonder Woman in maniera diretta ed efficace anche grazie al coriaceo ma accattivante comparto grafico di Terry e Rachel Dodson. 

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Il Cerchio segue due filoni narrativi paralleli. Nel primo rivisitiamo idealmente le origini di Diana ma da una prospettiva inedita, quella della guardia personale della regina Hyppolita. La Simone si chiede quindi qual è stato lo stato d’animo delle Amazzoni e in particolare di queste quattro guardie nei confronti della decisione della Regina di “creare” una figlia e di come l’invidia si è trasformato in amore e viceversa.

L’altro filone è invece ambientato nel presente e vede Wonder Woman sventare l’assalto di Capitan Nazi a Themyscira la cui unica difesa è rappresentata dalla sola Hyppolita. I due filoni ovviamente convergeranno alla fine in una riflessione sul diritto di nascita, sulle proprie origini e sul rapporto con sé stessi e con la diversità rappresentata dall’umanità intera.

In soli 3 albi, la Simone sintetizza al meglio tutto quello per cui Wonder Woman è davvero un personaggio diverso dai suoi tanti, illustri colleghi. Lo fa con un antagonista “sempreverde” come i Nazisti e mostrando realmente, per la prima volta, cosa significa essere cinti dal Dorato Perfetto ma soprattutto lo fa senza cadere in banali riflessioni o “spiegoni” smielati.

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La fine

Wonder Woman – Terra Morta di Daniel Warren Johnson

Grazie alla sua immortalità, abbiamo visto Wonder Woman in molti dei futuri possibili dell’Universo DC e spesso l’abbiamo vista essere l’ultima delle Amazzoni. Queste suggestioni vengono portate ad un livello successivo da uno dei talenti più freschi del panorama fumettistico statunitense: Daniel Warren Johnson.

Con il suo tratto fortemente ispirato dallo steampunk di matrice nipponica e dal fumetto underground americano e britannico, l’autore imbastisce una storia post-apocalittica in cui Diana si risveglia in uno mondo devastato dalle esplosioni nucleari e in cui la razza umana resiste a stento agli attacchi di mostruose e gigantesche creature: Wonder Woman – Terra Morta.

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Senza ricordi della sua vita passata, Diana si metterà alla guida di un gruppo di umani sopravvissuti per tornare a Themyscira e mentre inizierà a riaffiorare il suo retaggio inizierà anche a chiedersi perché gli uomini hanno devastato il pianeta, dov’era lei quando tutto è accaduto e che fine hanno fatto i suoi amici e alleati ma soprattutto le sue sorelle Amazzoni.

Daniel Warren Johnson parte da una storia imperniata sull’azione e dal facile impatto (dal setting post-apocalittico stile Mad Max alla presenza di mostri giganti) e scava piano ma in maniera decisa fino al cuore del personaggio. Fin dove si può spingere l’amore e la fiducia di Wonder Woman nei confronti del genere umano? Possibile che gli esseri umani non riescano a contravvenire alla loro stessa natura portando preferendo il conflitto alla pace fra loro e all’armonia con il pianeta?

La missione di Wonder Woman sembra essere fallita in questo futuro eppure l’autore capisce che la vera forza del personaggio è quella di ispirare a rialzarsi e ricostruire perché ci sarà sempre qualcuno a cui potremo e dovremo tendere la mano anche se ci dovremo scontrare con ostacoli apparentemente insormontabili.

Wonder Woman – Terra Morta è una miniserie di 4 numeri formato prestige appena terminata in Italia da Panini DC Italia.

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Il villain

La Strega è Tornata  – Wonder Woman #174-176 di Phil Jimenez

Wonder Woman non ha una galleria di nemici molto nutrita. Le sue nemesi sono poche ed estremamente resilienti se non altro per la loro stessa natura divina. Villain come Ares, Zeus o Circe sono veri e propri deus ex-machina che compaiono nelle grandi gestioni dell’eroina vedasi quelle già citate di Peréz, Rucka o John Byrne.

Fra questi villain però quella che rappresenta davvero l’avversario più insidioso per Wonder Woman è Circe. Fra piani più o meno elaborati spesso la maga si diverte a rinverdire qualcuna delle sue imprese più celebri come accade in questo arco narrativo intitolato in italiano La Strega è Tornata, apparso originariamente su Wonder Woman #174-176, e firmato da Phil Jimenez. 

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Siamo nel 2001 e l’evento Our Worlds at War si è appena concluso. Phil Jimenez ha preso già da un po’ in mano le redini della serie dell’Amazzone riportandola tematicamente ed esteticamente vicina a quella di George Peréz dopo la robusta ma sicuramente meno classicheggiante gestione di John Byrne in cui, fra le altre cose, Diana era morta e risorta.

Jimenez riporta sulle scene Circe, dopo un periodo di relativa assenza, facendole tramutare tutti gli eroi dell’Universo DC in creature mitologiche. Wonder Woman dovrà quindi chiamare a raccolta alcune delle eroine dell’Universo DC per sventare questa singolare minaccia.

Si tratta di una storia molto veloce, incentrata sull’azione e in generale molto leggibile (come tutta la gestione firmata da Jimenez e sicuramente più leggibile dell’evento Guerra di Dei che chiuse la gestione Peréz e in cui Wonder Woman e Circe avevano avuto il loro scontro “definitivo”) che forse non raggiunge i picchi di altri archi narrativi con Circe protagonista appartenenti a gestioni più blasonate ma sicuramente offre uno sguardo diverso all’eterna lotta fra Wonder Woman e Circe e che negli anni a venire diventerà anche una insolita alleanza.

Play Press pubblicò in Italia questo arco narrativo in un volume omonimo che trovate agilmente nell’usato, in alternativa la DC ha raccolto tutta la gestione di Phil Jimenez in un volume omnibus.

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