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Google e Facebook contro le criptovalute, perché?

Proibire la pubblicità del tabacco ha aiutato a ridurre il numero di fumatori nel mondo? Sicuramente sì, così come è stato utile far sapere a tutti noi che fumare è causa di vari problemi di salute. Ostacolare la pubblicità di un prodotto dannoso è dunque un gesto sensato, e questo vale anche se il danno è finanziario.

Tant'è che in Italia e altrove le banche non possono semplicemente fare spot in TV delle loro proposte di investimento. Questo perché un annuncio pubblicitario non regolato potrebbe indurre qualcuno a investire male il proprio denaro o a investirne troppo, con ripercussioni personali anche molto gravi. E se la campagna pubblicitaria è ben fatta e finanziata, allora le ripercussioni da personali diventano sociali: immaginate cosa accadrebbe se decine di migliaia di persone si rovinassero e finissero in condizioni di povertà da un giorno all'altro. Crisi come quella del 1929 o del 2008 sarebbero storie quotidiane.

In genere regole e restrizioni sono imposte da autorità Statali, ma negli ultimi mesi qualcosa è cambiato. Prima Facebook e poi Google, infatti, hanno deciso di limitare o bloccare le pubblicità di servizi e prodotti finanziari legati in qualche modo alle criptovalute.

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Annunci che probabilmente ognuno di noi ha visto almeno qualche volta – sono particolarmente presenti su Youtube – e che suggeriscono di investire in un'ICO, di accodarsi a una nuova moneta, o di investire tramite una certa agenzia. Per quanto riguarda Google la novità sarà effettiva da giugno, mentre Facebook ha attivato le restrizioni il mese scorso – con risultati incostanti. In alcuni paesi Google offre agli inserzionisti la possibilità di ottenere una certificazione e continuare a mostrare alcuni tipi di annunci finanziari "ad alto rischio" – quelli sulle crypto restano comunque esclusi.

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I due colossi del Web con questa decisione hanno rinunciato a introiti significativi – parliamo di alcuni tra gli inserzionisti con la maggiore capacità di spesa. Una scelta difficile dunque, ma sull'altro piatto della bilancia c'era una cosa ben più prezioso del denaro, vale a dire la reputazione. Perché la truffa è sempre dietro l'angolo, e se ci sono di mezzo le criptovalute pare che la gente ci caschi molto facilmente.

facebook cryptocurrency ads[1]

Se esiste il rischio che qualcuno si rovini, né Facebook né Google vogliono sentirsi dire "è colpa tua". Poco importa che poi sia una colpa discutibile, perché tutto sommato chi propone un investimento ad alto rischio è un soggetto diverso da chi vende uno spazio pubblicitario. Ma comunicare queste differenze non è mai facile, è il rischio di vedersi invischiati in faccende sgradevoli è invece sempre dietro l'angolo.

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Allora Google e Facebook si stanno comportando come degli Stati, si stanno in qualche modo sostituendo ai governi nazionali decidendo che cosa è lecito oppure no? Almeno in parte è così, difficile negarlo, ma gli scopi di una multinazionale non sono, o non dovrebbero essere, gli stessi di un governo nazionale.

Uno Stato Democratico ha infatti l'obbligo di tutelare i cittadini, e nel caso di alcuni paesi esiste anche un interesse opportunistico a mantenerli in (ragionevolmente) buona salute fisica e finanziaria – almeno in quei paesi dove esistono e vanno mantenuti servizi sociali e di assistenza.

Con le due multinazionali citate invece il discorso è diverso e più complesso. Prima di tutto bisogna distinguere tra cliente e utente. Il primo è l'inserzionista, quello che paga per mostrare delle pubblicità. Il secondo è quello che usa i servizi. L'utente è in un certo modo il prodotto stesso, secondo il famoso adagio per cui se non lo stai pagando il prodotto sei tu.

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In questo caso dunque Google ha deciso di andare contro l'interesse di alcuni clienti, il che è piuttosto insolito. L'hanno fatto, probabilmente, per mantenere alto il valore del prodotto. Che siamo noi, la fiducia che abbiamo verso queste aziende e il piacere con cui usiamo i loro servizi.

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Inoltre con queste azioni i due colossi, che controllano la maggior parte del mercato pubblicitario online, forse stanno cercando di prevenire azioni regolatorie più stringenti da parte delle autorità.

Non è detto che funzioni, ma se non altro hanno allontanato lo spauracchio di un impianto regolatorio che – questo sì – avrebbe potuto minacciare molto più seriamente il flusso di denaro del mercato pubblicitario.