Nel settore dei processori per data center si sta preparando una rivoluzione silenziosa, capace di ridefinire il concetto stesso di prestazioni. Per anni i processori server hanno puntato sulla forza bruta dei singoli core, mentre oggi Intel cambia rotta con una filosofia “efficiency-first”. Con Clearwater Forest, presentato al Hot Chips 2025 di Cupertino, l’azienda punta a ribaltare la supremazia di AMD privilegiando la quantità dei core e l’efficienza energetica rispetto alla velocità pura.
La strategia del numero: 288 core per i data center
Clearwater Forest segna una svolta netta: invece dei tradizionali core ad alte prestazioni, utilizza soltanto E-core Darkmont, progettati per garantire scalabilità e consumi ridotti. Il chip integra 288 core in un singolo socket e può arrivare fino a 576 core in configurazione dual. Questa scelta guarda alle applicazioni che traggono vantaggio da un’enorme parallelizzazione, come i servizi web scalabili, il cloud e i carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale. Qui conta più la capacità di gestire migliaia di thread simultanei che la forza del singolo core.
A supporto di questa architettura, Intel ha predisposto un sistema di cache particolarmente aggressivo: ogni cluster di quattro core condivide 4 MB di cache L2, mentre l’intero processore offre oltre 1.152 MB di cache L3 complessiva. Una configurazione pensata per sostenere un throughput elevatissimo nelle applicazioni multi-thread.
18A: la nuova arma segreta
Clearwater Forest è anche il primo vero banco di prova per il processo produttivo 18A, che introduce transistor RibbonFET e un’inedita alimentazione posteriore. Separando i percorsi di alimentazione da quelli dei segnali, Intel promette di aumentare la densità, ridurre le perdite di tensione e migliorare l’efficienza complessiva del chip.
I nuovi core Darkmont non sono semplici copie dei Crestmont precedenti: il motore di decodifica ora lavora in configurazione 3x3, le finestre di esecuzione fuori ordine sono più profonde e le porte di esecuzione sono state potenziate. Il risultato è un incremento di circa 17% nelle istruzioni per clock (IPC), mantenendo però l’attenzione principale sul contenimento dei consumi.
La sfida ad AMD
Il confronto con AMD è inevitabile. La sua architettura EPYC Bergamo, basata su 128 core, punta ancora sulle prestazioni per core, sul supporto all’SMT e su unità vettoriali AVX-512, con un vantaggio evidente nei carichi HPC e nell’addestramento AI.
Intel sceglie invece la strada opposta: sacrificare la potenza del singolo thread per massimizzare la scalabilità. Secondo l’azienda, una configurazione dual-socket Clearwater Forest può supportare oltre 1.000 CPU virtuali per rack, con un’efficienza per watt migliorata di 3,5 volte rispetto agli Xeon attuali. Se questi numeri verranno confermati, Intel potrebbe ribaltare gli standard del settore nei carichi cloud e di virtualizzazione.
Xeon: dal prestigio al pragmatismo
La scommessa più grande riguarda però l’identità stessa del marchio Xeon. Per decenni è stato sinonimo di core ad alte prestazioni e benchmark da record. Clearwater Forest cambia la narrativa: non vuole stupire con i punteggi nei test, ma dimostrare quanta potenza di calcolo sia possibile concentrare in un rack senza superare i limiti energetici.
Il debutto è previsto per il 2026, in un momento in cui i costi energetici stanno diventando uno dei criteri principali nelle decisioni di acquisto dei data center. Se la filosofia “efficiency-first” convincerà le aziende, non sarà solo un nuovo processore a entrare in scena, ma una nuova fase per tutta la divisione server di Intel.