OpenAI si trova a un bivio cruciale della sua storia aziendale. Mentre l'azienda guidata da Sam Altman negozia un colossale round di finanziamento da 100 miliardi di dollari che porterebbe la sua valutazione a 750 miliardi di dollari, il CEO ha rivelato in modo inaspettatamente schietto la sua scarsa propensione a guidare una società quotata in borsa. La dichiarazione arriva in un momento di forte pressione competitiva, con Google che ha recentemente lanciato Gemini 3, spingendo OpenAI verso quello che internamente viene definito "codice rosso".
La crescita della valutazione di OpenAI è stata vertiginosa. Solo a ottobre 2025, l'azienda aveva raggiunto una valutazione di 500 miliardi di dollari dopo la vendita di azioni per 6,6 miliardi da parte di dipendenti attuali ed ex. Se il nuovo round di finanziamento andasse in porto, si tratterebbe di un incremento del 50% in pochi mesi, un dato che testimonia l'appetito insaziabile del mercato per le tecnologie di intelligenza artificiale generativa. Tuttavia, dietro questi numeri impressionanti si celano tensioni strutturali significative.
Durante un'intervista al podcast Big Technology, Sam Altman ha espresso con rara franchezza le sue perplessità sul futuro pubblico dell'azienda. "Sono entusiasta che OpenAI diventi una società quotata? Per alcuni aspetti sì, per altri penso che sarebbe davvero fastidioso. Sono entusiasta di essere un CEO di una società pubblica? 0%", ha dichiarato. Le parole del CEO rivelano il paradosso che affligge molte startup tecnologiche: la necessità di capitali enormi per sostenere lo sviluppo contrasta con la libertà operativa che caratterizza le aziende private.
Altman ha ammesso che, nonostante sia "meraviglioso essere una società privata", OpenAI necessita di liquidità sostanziali per mantenere il passo con lo sviluppo di modelli linguistici sempre più complessi e costosi da addestrare. L'addestramento di sistemi come GPT-5 e i suoi successori richiede investimenti massicci in infrastrutture di calcolo, chip specializzati e talenti di altissimo livello, spingendo inevitabilmente l'azienda verso il superamento dei limiti normativi sul numero di azionisti che caratterizzano le società private negli Stati Uniti.
Il CEO ha però riconosciuto un aspetto positivo della quotazione in borsa: "Penso sia positivo che i mercati pubblici possano partecipare alla creazione di valore". Questa affermazione suggerisce che OpenAI potrebbe considerare l'offerta pubblica iniziale non solo come necessità finanziaria, ma anche come opportunità di democratizzare l'accesso ai benefici economici generati dall'intelligenza artificiale, un tema particolarmente sensibile dato il dibattito sulla concentrazione della ricchezza nel settore tech.
Le dichiarazioni di Altman arrivano in un momento di intensificazione della competizione nel settore dell'AI generativa. Il lancio di Gemini 3 da parte di Google ha dimostrato capacità avanzate nell'elaborazione di codice, video e immagini, aree in cui OpenAI ha tradizionalmente mantenuto un vantaggio. Questo ha apparentemente innescato un "codice rosso" interno all'azienda, una procedura che tuttavia, secondo quanto emerso successivamente, viene attivata più volte all'anno in risposta a minacce competitive.
"È positivo essere paranoici e agire rapidamente quando emerge una potenziale minaccia competitiva", ha concluso Altman, rivelando una filosofia aziendale che privilegia la reattività e l'agilità. Questa mentalità, tipica delle startup tecnologiche, potrebbe essere difficile da mantenere una volta che l'azienda sarà soggetta agli obblighi di trasparenza trimestrale e alle pressioni degli azionisti pubblici tipiche delle società quotate.
La transizione verso una struttura societaria pubblica solleva interrogativi cruciali sul futuro di OpenAI. L'azienda, nata originariamente come organizzazione non profit con l'obiettivo dichiarato di sviluppare intelligenza artificiale generale sicura a beneficio dell'umanità, ha già attraversato una trasformazione verso un modello ibrido "profit-capped". Una quotazione in borsa potrebbe accelerare ulteriormente lo spostamento verso priorità commerciali, potenzialmente in conflitto con la missione originale dell'organizzazione.