Le colonne basaltiche del Selciato del Gigante in Irlanda del Nord e le antiche isole vulcaniche al largo della Scozia occidentale oggi offrono paesaggi suggestivi, ma raccontano una storia geologica tumultuosa che affonda le radici nel mantello terrestre. Circa 60 milioni di anni fa, quando l’Atlantico non aveva ancora l’aspetto attuale, un’intensa attività vulcanica si estese dalla Scozia e dall’Irlanda fino alla Groenlandia. Il motore di questo fenomeno fu il pennacchio del mantello islandese, la gigantesca colonna di roccia fusa che ancora oggi alimenta l’attività vulcanica dell’Islanda.
Il mistero della diffusione vulcanica nell’Atlantico settentrionale
Per decenni i geologi si sono chiesti perché quell’esplosione di vulcanismo fosse così diffusa. Una ricerca dell’Università di Cambridge ha ora trovato la risposta: le differenze di spessore delle placche tettoniche. Le zone più sottili della crosta hanno agito come corridoi naturali, incanalando il materiale fuso del pennacchio su aree vastissime.
Raffaele Bonadio, autore principale dello studio, spiega che l’influenza del pennacchio islandese va ben oltre il vulcanismo, contribuendo anche a modellare il fondale oceanico e a influenzare la circolazione delle correnti nell’Atlantico settentrionale, con effetti di lungo periodo sul clima.
Una nuova tecnologia per guardare nelle viscere della Terra
Il team ha utilizzato la tomografia sismica, una sorta di TAC applicata al pianeta, per ottenere immagini tridimensionali dell’interno terrestre sotto Gran Bretagna e Irlanda. La vera innovazione è stata l’integrazione con la termografia sismica, sviluppata proprio a Cambridge, che mostra variazioni di temperatura e spessore della litosfera. Questo approccio ha rivelato correlazioni prima invisibili tra la distribuzione dei vulcani e la struttura delle placche.
I risultati mostrano che i vulcani della Scozia nord-occidentale e dell’Irlanda si sono formati lungo un corridoio di litosfera sottile sotto il Mare d’Irlanda. Qui il magma del pennacchio trovava la via preferenziale per risalire, accumulandosi e innescando le eruzioni. Questa evidenza mette fine a un dibattito scientifico di lunga data: non c’era bisogno di ipotesi alternative, la chiave era la debolezza strutturale della crosta.
Implicazioni moderne: dai terremoti all’energia geotermica
Secondo Sergei Lebedev, coautore dello studio, il pennacchio ha eroso la litosfera nella regione, lasciando cicatrici che ancora oggi influenzano la distribuzione dei terremoti in Gran Bretagna e Irlanda. Ma non solo: queste stesse zone rappresentano anche i luoghi più promettenti per sfruttare il calore del mantello a fini geotermici.
Il team sta già lavorando con colleghi internazionali per applicare la termografia sismica alla valutazione delle risorse geotermiche su scala globale, trasformando una scoperta sul passato geologico del pianeta in uno strumento utile per il futuro energetico.