La costruzione di computer quantistici su larga scala, capaci di competere con i supercomputer tradizionali, richiede la gestione coordinata di milioni di qubit. Fino ad oggi, uno degli ostacoli più significativi è stato proprio l'incapacità di leggere rapidamente le informazioni contenute in questi bit quantistici: gli atomi che li ospitano emettono fotoni troppo lentamente e in modo disordinato, disperdendo la luce in tutte le direzioni. Un team guidato da fisici della Stanford University ha ora sviluppato un sistema di cavità ottiche dotate di microlenti che risolve questa limitazione fondamentale, aprendo una via concreta verso reti quantistiche composte da centinaia di migliaia o addirittura milioni di qubit funzionanti simultaneamente.
Il lavoro, pubblicato sulla rivista Nature, descrive un'architettura radicalmente innovativa in cui ogni singolo atomo-qubit viene racchiuso nella propria cavità ottica individuale. A differenza delle cavità convenzionali, che si basano su molteplici riflessioni della luce tra superfici riflettenti, il sistema sviluppato dal gruppo di ricerca coordinato da Jon Simon, professore associato di fisica e fisica applicata, utilizza microlenti integrate per focalizzare intensamente la luce su ciascun atomo. Questo approccio consente di estrarre informazioni quantistiche con un'efficienza senza precedenti, anche riducendo il numero di rimbalzi della luce necessari.
Il funzionamento di una cavità ottica può essere paragonato a quello che si osserva tra specchi paralleli, dove la luce viene intrappolata e rimbalza avanti e indietro. Nel contesto quantistico, tuttavia, gli atomi rappresentano target estremamente piccoli e quasi trasparenti, rendendo difficile un'interazione sufficientemente forte con i fotoni. Adam Shaw, Stanford Science Fellow e primo autore dello studio, spiega che l'introduzione delle microlenti ha permesso di superare questa barriera: «Abbiamo sviluppato una nuova tipologia di architettura per le cavità ottiche, non si tratta più solo di due specchi». Il risultato è un'interfaccia ottica parallela capace di raccogliere simultaneamente i dati da tutti i qubit presenti nel sistema.
La dimostrazione sperimentale ha coinvolto un array funzionante di 40 cavità ottiche, ciascuna contenente un singolo atomo-qubit. I ricercatori hanno inoltre realizzato un prototipo più ampio con oltre 500 cavità, fornendo una prova di fattibilità per sistemi ancora più estesi. L'obiettivo immediato del gruppo è espandere il sistema a decine di migliaia di cavità, mentre la visione a lungo termine prevede la creazione di data center quantistici in cui singoli computer quantistici vengano interconnessi attraverso interfacce di rete basate su cavità ottiche, formando veri e propri supercomputer quantistici distribuiti.
La differenza fondamentale tra calcolo classico e quantistico risiede nella natura stessa dell'informazione elaborata. I bit tradizionali possono assumere esclusivamente i valori zero o uno, costringendo i processori a esaminare sequenzialmente ogni possibilità. I qubit sfruttano invece gli stati quantistici di particelle subatomiche e possono rappresentare simultaneamente zero, uno o entrambi i valori grazie al fenomeno della sovrapposizione quantistica. Questa proprietà consente ai sistemi quantistici di affrontare determinate categorie di calcoli con un'efficienza incomparabilmente superiore rispetto alle macchine classiche, riducendo operazioni che richiederebbero millenni a poche ore di elaborazione.
Le stime attuali indicano che per superare le prestazioni dei più potenti supercomputer odierni saranno necessari computer quantistici dotati di milioni di qubit. Secondo Simon, raggiungere questa scala richiederà inevitabilmente la connessione di numerosi dispositivi quantistici in ampie reti distribuite. L'interfaccia ottica parallela dimostrata in questo studio fornisce proprio la base tecnologica necessaria per rendere praticabile un simile scaling, consentendo tassi di trasmissione dati molto più elevati tra i diversi nodi della rete.
Le implicazioni pratiche di computer quantistici su larga scala si estendono ben oltre il puro interesse teorico. Questi sistemi potrebbero rivoluzionare la progettazione di nuovi materiali e la sintesi chimica, con applicazioni dirette nello sviluppo di farmaci innovativi. La capacità computazionale offerta da milioni di qubit interconnessi aprirebbe inoltre nuove frontiere nella crittanalisi e nella sicurezza informatica. Parallelamente, la tecnologia sviluppata per le cavità ottiche trova applicazioni anche al di fuori dell'ambito computazionale: array di cavità potrebbero migliorare significativamente il biosensing e le tecniche di microscopia, supportando progressi nella ricerca medica e biologica.
Un ulteriore campo di applicazione riguarda l'astronomia osservativa. Reti quantistiche basate su cavità ottiche potrebbero contribuire allo sviluppo di telescopi ottici con risoluzione potenziata, offrendo potenzialmente la possibilità di osservare direttamente pianeti extrasolari in orbita attorno a stelle lontane. Come sottolinea Shaw, «man mano che comprendiamo meglio come manipolare la luce a livello di singola particella, credo che trasformeremo radicalmente la nostra capacità di vedere il mondo».