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Dracula: il conte vampiro conquista Netflix

Dracula è probabilmente il simbolo dell’horror gotico, un classico della letteratura che nel corso del tempo ha espanso il proprio carisma in altri ambiti, rinnovando il proprio mito. Dalla creazione del signore dei vampiri sancita dal romanzo di Bram Stoker, la figura di Dracula è stata oggetto di modifiche, più o meno invasive, che ne hanno comunque ulteriormente solidificato il mito. Un percorso che ha visto tappe importanti nei film horror della Hammer, in varie interpretazioni di attori che hanno influenzato il sentore popolare (da Bela Lugosi a Cristopher Lee) sino alla versione moderna più ammirata, il Dracula di Francis Ford Coppola reso celebre dall’incredibile conte di Gary Oldman.

Una simile figura, così iconica e carismatica, è stata sempre un elemento pericoloso da trattare. Non è un caso che si sia riscritto il mito dei vampiri, derivazione dell’archetipo originario di Dracula, più volte nel mondo seriale, lasciando sempre a margine la figura di Dracula. Serviva un autore, o due autori nel nostro caso, in grado di prendersi il rischio di prender una figura classica, quasi venerata, e darle una nuova immagine, che la rendesse appetibile alla contemporaneità, cercando di preservare la sua anima. Servivano, insomma, Steven Moffat e Mark Gattis.

Riscrivere Dracula

La premiata ditta Moffat-Gattis è la responsabile della nuova vita di un altro grande classico della letteratura inglese, Sherlock Holmes, citato in modo delicato anche in Dracula. Un compito non certo facile, che ha fruttato ai due autori sia il plauso di chi ha apprezzato la loro rilettura moderna del celebre investigatore che l’ira dei puristi del personaggio di Conan Doyle.

Cosa ci si poteva quindi aspettare da questa coppia di innovatori?

Esattamente quello che abbiamo visto nella serie di Netflix, una rilettura moderna della figura di Dracula, in cui forse per la prima volta è proprio il Conte il vero protagonista della storia. Sin dalla sua apparizione nel romanzo di Stoker, infatti, la figura di Dracula è il villain, ma rimane comunque relegato in un ruolo subalterno, lasciando emergere principalmente ruoli come Van Helsing o Mina Murray, focalizzandosi sull’aspetto umano della vicenda sovrannaturale.

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La struttura stessa dell’opera di Stoker, presentata sotto forma di racconto epistolare, non è certo d’aiuto per sviluppare una trama adatta ad una pellicola cinematografica. Neppure Coppola, che volle realizzare una fedele trasposizione di Dracula, potè fare a meno di arricchire di nuove suggestioni il suo lavoro, inserendo ad esempio l’idea della reincarnazione dell’antico amore del Conte in Mina. Per realizzare quindi una miniserie come quella pensata da Mofffat e Gattis era quindi necessario scomporre il fulcro della storia di Dracula, valorizzare i punti salienti della storia originaria ed effettuare un attento lavoro di ricostruzione dell’aspetto umano della figura di Dracula, tenendo sempre il Conte al centro dell’attenzione.

Moffat e Gattis hanno deciso di rivolgere la propria opera di ricostruzione del mito del conte transilvano non solo al punto di vista dominante della storia, ma anche alla modalità di racconto. Pur essendo un classico dell’horror, dopo la cura Moffat-Gattis Dracula ha mostrato un lato umoristico che emerge nel modo spesso insolito e a tratti quasi infantilmente stupefatto con cui il conte vede il mondo, dopo esser stato recluso per secoli nel suo castello. L’umorismo è un tatto distintivo del duo autoriale, che non viene sbandierato in modo eccessivo, ma viene solitamente inserito con battute pungenti al momento giusto o con la costruzione di situazioni che alleggeriscono momenti particolarmente tesi.

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Dracula non fa eccezione, ma anzi è forse uno dei migliori esempi della attenta scansione narrativa tipica di Moffat e Gattis. Non mancano i riferimenti alle precedenti incarnazioni del vampiro, con citazioni che vanno dalla presenza di battute storiche (‘Io non bevo…vino’) alla presentazione di aspetti visivi che ricordano il passato cinematografico di Dracula, con un’ispirazione alla versione leggendaria di Bela Lugosi per il look del conte o con riprese ad effetto che ricordano fotogrammi divenuti parte della storia del cinema. Tutto viene utilizzato per mantenere sempre il Conte al centro della scena, utilizzando le sue carattiristiche universalmente note per creare un legame con lo spettatore, primo passo di una nuova definizione del mito di Dracula, che viene pian piano spogliato della sua aura di personaggio demoniaco, facendo emergere il lato più intimo e umano dietro il morso famelico.

Dracula, finalmente protagonista

Merito non solo della cura Moffat-Gattis, ma di un’interpretazione convincente di Claes Bang. Volto che ricorda alcuni dei grandi interpreti del Conte, una presenza scenica mai banale ma sempre misurata, capace di passare dal tono drammatico all’espressione più divertita con naturalezza, sempre in linea con la narrazione. Bang è un Dracula impeccabile, capace di offrire il classico Conte che siamo abituati a vedere e di spingersi verso una direzione più ironica e fanciullesca di Dracula, in cui emergono emozioni e sofferenze che non sono mai stati raccontate, ma che sembrano i due autori della miniserie rendono così reali e palpabili da farci pensare che siano sempre state parte integrante del mito di Dracula.

La performance di Bang e la rielaborazione in chiave moderna del mito di Dracula funzionano al meglio anche per il modo in cui è cambiato uno dei personaggi chiave del mito del Conte: Van Helsing. Scelta in un certo senso obbligata, volendo impostare una relazione antitetica tra i due che fosse il punto di catarsi della miniserie, culminata in un terzo episodio in cui la verve creativa ed innovativa di Moffat e Gattis trova piena forma, mostrando però anche alcune pecche.

L’idea di eliminare in modo rapido i personaggi chiave della storia di Stoker per favorire la caratterizzazione di Dracula è ottima per i primi due episodi, che coincidono con il momento in cui Dracula, in effetti, non ha modo di interagire con altri personaggi come Mina o Jonathan Harker. Nell’ultima parte della miniserie, però, l’assenza dei punti fermi dell’opera di Stoker diventa improvvisamente evidente, complice un contesto moderno in cui Dracula sembra privo dei suoi elementi strutturali, momento in cui la miniserie di Netflix sembra volere demolire definitivamente la classica figura del vampiro, rendendolo umano e fragile come noi mortali.

Si tratta di una scelta coraggiosa, forse anche troppo. Pur avendo apprezzato la volontà innovatrice tipica di Moffat e Gattis, con la loro sottile ironia e la capacità di mostrare lati inconsueti di personaggi avvolti dalla solidità della tradizione, la sensazione è che per il capitolo conclusivo di questa miniserie si sia voluto puntare ad ogni costo allo stupore. Che è funzionale alla storia, sia chiaro, un finale meritevole, ma che sembra essere preceduto da una forzatura nel voler portare un uomo dell’800 nel nuovo millennio, rendendolo quasi macchiettistico nel suo approcciarsi alla modernità.

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A salvare il finale è lo spirito complessivo della miniserie, che sembra puntare ad una versione più umana di Dracula, un percorso interiore che ribalta la concezione classica del personaggio, analizzandone i dogmi classici sotto una nuova luce, in un viaggio verso la ridefinizione di una figura romantica, in cui la brama di sangue copre un tormento interiore.

Conclusioni

Il Dracula di Netflix firmato dalla coppia Moffat-Gattis è una miniserie intrigante, tipica dello stile modernista e innovatore dei due autori britannici. Una realizzazione visiva interessante, capace di ispirarsi ai grandi classici del passato cinematografico del celebre vampiro, diventa il modo con cui viene mostrato un Dracula diverso, più umano, che riesce a rimanere affascinante e convincente nonostante una terza parte troppo rapida e priva della giusta costruzione emotiva per condurre ad un finale inatteso e romantico, lasciando la sensazione che manchi una conclusione reale a questa comunque godibile riscrittura del mito di Dracula.

Se dopo aver visto questa miniserie avete voglia di riscoprire il mito originario del conte vampiro, vi consigliamo la bella edizione di Mondadori di Dracula