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Ma Rainey’s Black Bottom, recensione del blues di Netflix

Jimmy Hendrix sosteneva che “Il blues è facile da suonare, ma difficile da provare”. Può sembrare una frase astrusa, ma in queste parole della leggenda della musica si annida lo spirito autentico del blues, un’essenza fatta di sofferenza e voglia di rivalsa che nasceva da un vissuto spietato e affamato di speranze. E non poteva che esser la voce di una popolazione che nelle note di canzoni nate dalla fatica e dallo schiavismo cercavano di trovare una nuova strada, come i protagonisti di Ma Rainey’s Black Bottom, il nuovo film di Netflix in uscita il 18 dicembre.

Il blues, per la popolazione di colore, è stato un modo di esprimere il proprio mondo interiore, dalla sofferenza alla speranza, con un sapore agrodolce di sensazioni soffocate che diventano note acide e malinconiche, liberatorie per chi le suonava e in grado di riunire uomini e donne che condividevano esistenze diverse ma caratterizzate dalle medesime ingiustizie. E una figura come Ma Rainey non poteva che diventare una leggenda in questo ambiente, una madonna nera da venerare per la sua voce roca e il suo modo unico di muoversi in una società che la voleva sottomessa, ma costretta ad affrontare la sua personalità dirompente.

Ma Rainey’s Black Bottom si affida a una figura storica e centrale nella musica blues, Malissa Nix Pridgett. Il vissuto di questa donna di colore in un’America a cavallo tra ‘800 e ‘900 è centrale nel comprendere la figura portata in scena da una monumentale Viola Davis. Da giovincella che seguiva un gruppo itinerante di commedianti, Malissa trovò nel blues la sua strada, diventando una vera leggenda, dopo il matrimonio con William ‘Pa’ Rainey, diventando la leggendaria Ma Rainey, considerata la mother of blues.

Ma Rainey’s Black Bottom, una vera storia blues

Chicago, anni ’20. In una sala di registrazione sta per iniziare una sessione particolarmente attesa: la grande Ma Rainey sta arrivando per incidere il suo nuovo disco, aperto dal suo grande successo, Ma Rainey’s Black Bottom. In attesa che arrivi la vulcanica cantante, i quattro membri della sua band sono in sala prove, intenti a provare gli strumenti in attesa della registrazione. Tra scherzi e derisioni bonarie, spicca la personalità del trombettista Levee (Chadwick Boseman), vulcanico musicista intenzionato a sfondare nel mondo della musica.

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È inevitabile che gli ego di Ma Rainey e di Levee entrino in contrato. Comprensibile, visto che rappresentano in chiave diversa lo stesso disagio: la necessità di riscatto.

Ma Rainey è la donna di colore che è riuscita a emergere con le proprie forze, grazie a una voce unica, ma che continua a vedere come, oltre l’ipocrita apprezzamento in quanto fonte di guadagno, i ‘bianchi’ non vogliono considerarla nulla di più di una negra, un’inferiore. Nella recitazione di Viola Davis traspare tutto questo odio, il sentirsi inadeguata, nonostante la sua gente la consideri un mito. Sguardi forti che improvvisamente crollano schiacciati dalla necessità di non mostrare mai il minimo cedimento, movenze decise di un corpo giunonico che si muove imperioso in un mondo che vorrebbe metterla in disparte e obbligarla a essere ciò che i bianchi si aspettano: una bella voce da ascoltare, null’altro.

Ma Rainey, però, ha una tempra unica. Lei non patisce i bianchi, li affronta, forte della sua voce roca e del suo trucco sfatto che la rendono una creatura selvaggia, una leonessa d’ebano che ruggisce e si impone, con pretese che potrebbero sembrare le pose di una primadonna, ma sono invece le piccole vittorie di una vita di sofferenza, che siano l’imporre un adattamento o la pretesa di una coca ghiacciata, da bere schioccando le labbra rumorosamente per far capire che è lei, Ma Rainey, a dettare il ritmo. La musica è il suo regno, lei è la mother of blues. È il potere del blues, che non è solo voce, ma sentimento, sensualità e sofferenza in egual misura. Non puoi cantare il blues se non lo senti, se non lo hai nel sangue e non lo fai emergere.

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Ed è ciò che vorrebbe fare Levee, ma a modo suo. Spavaldo, sicuro di sé, ha il blues nell’anima, lo sente ardere al punto di credere di esser destinato a grandi cose. Levee si sente superiore, crede fermamente nell’essere un predestinato al punto di esser spocchioso, sentendosi invincibile, nella sua disperata ricerca di un modo di emergere, quasi che chiedesse a una vita ingiusta e sprezzante di ricompensarlo per le ferite che gli ha inferte. C’è una sofferenza incredibile nelle azioni di Levee, quasi fisica e palpabile, sullo schermo si agita un’anima che sanguina e disperatamente cerca un senso, trovandolo nella musica.

Boseman sembra avere fatto suo il tormentato spirito di Levee. Negli sguardi disperati con cui affronta i suoi colleghi, provocandoli, deridendo ciò che a lui sembrano debolezze ma che rispecchiano una sua voglia di mostrarsi superiore si nascondono i dubbi e le paure, una ricerca di ammirazione e accettazione che lo accecano, impedendogli di vedere la realtà che si appresta a infrangere le sue speranze. C’è un diavolo nel corpo di Boseman, capace di esser seducente mentre vive la sua musica, la decanta e la venera, ma in grado di far vivere le pene dell’inferno a chi lo circonda, lasciando emergere come un vulcano tutto l’odio e la disperazione provata. Ma c’è anche l’irruenza della giovane età, incapace di accettare i limiti di un mondo in cui la sua sicurezza si scontra con la verità di una società che non ha spazio per la sua anima tormentata, finendo per schiacciarla e spezzarlo definitivamente. Rendendo la sua vita un blues, tragico e affascinante.

Un duo attoriale sontuoso per una grande storia umana

Ma Rainey’s Black Bottom è una perla, uno dei migliori prodotti attualmente in catalogo su Netflix, che in pochi giorni ha deciso di dimostrare come la piattaforma di Reed Hastings possa ospitare film da cineteca, come il recente Mank. Inevitabilmente, in una produzione del genere la presenza di una colonna sonora a tema è un elemento essenziale, e le sonorità tipiche del blues sono un tocco delicato che non manca mai di fare sentire la sua presenza.

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Wolfe riesce a raccogliere la pesante eredità di una generazione perduta di uomini e donne di colore che hanno dovuto affrontare un modo spietato, consapevoli che per creare il proprio destino avrebbero dovuto passare le pene dell’inferno. E per raccontare questa verità storica, Wolfe ha imbastito una pellicola che ha il sapore di un pièce teatrale, giocata in pochi, claustrofobici spazi in cui si muovono queste anime ferite, sotto gli occhi di due bianchi che solo apparentemente vengono sottomessi dai capricci di una diva. Ma alla fine, anche la leonessa del blues deve chinare la testa, nel suo ultimo sguardo c’è la fatica di una donna che comprende i limiti della sua presunta forza.

Wolfe racconta una storia che cresce dalle lacrime irate di Levee e si nutre della voce roca e del sudore di Ma Rainey, che riecheggia nei muri di mattoni di uno scantinato in cui si consuma la fugace passione di due disperati e si inseguono i racconti di quattro uomini di colore, ognuno con le proprie ferite che graffiano l’anima, in cerca di un qualcosa che lasci emergere questo strazio interiore. Che sia tramite il blues o nella comunione di un attimo di bonaria derisione, non importa, basta trovare un contatto, un senso di appartenenza che renda tollerabile questa pressione sull’anima.

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L’occhio di Wolfe è attento nel costruire questo incredibile tessuto emotivo, si fa forte delle magnifiche interpretazioni della Davis e di Boseman, attorno a cui ruotano gli altri personaggi, un passo indietro rispetto a queste due figure titaniche, ma perfetti nel trasmettere l’essenza amara di questa storia. Perché Ma Rainey’s Black Bottom è un blues, si veste di seducente musica, sinuosa nel suo essere promettente ma altrettanto acida nell’infrangere le speranze. Aveva ragione Hendrix, il blues va sentito, per esser suonato, va sofferto, e Netflix ci ha offerto una stupenda, struggente melodia blues.

Potete vedere Ma Rainey’s Black Bottom sottoscrivendo l’abbonamento a Netflix